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 2011  novembre 22 Martedì calendario

Colletti, il grande rimosso Troppo eretico per tutti - L’assordante silenzio (con la sua strutturale malafede) della sinistra intellettuale e politica, che in questi an­ni ha accompagnato in Italia il fallimento catastrofico del comunismo si è intrec­ciato all’altrettanto assordante silenzio che ha accompagnato, sempre in Italia, il catastrofico fallimento del marxismo (dopo i decenni euforici - dagli anni Cin­quanta agli Ottanta- che avevano visto la pubblicazione di centinaia di libri, saggi e articoli su Marx, il marxismo, il lenini­smo, ecc

Colletti, il grande rimosso Troppo eretico per tutti - L’assordante silenzio (con la sua strutturale malafede) della sinistra intellettuale e politica, che in questi an­ni ha accompagnato in Italia il fallimento catastrofico del comunismo si è intrec­ciato all’altrettanto assordante silenzio che ha accompagnato, sempre in Italia, il catastrofico fallimento del marxismo (dopo i decenni euforici - dagli anni Cin­quanta agli Ottanta- che avevano visto la pubblicazione di centinaia di libri, saggi e articoli su Marx, il marxismo, il lenini­smo, ecc.). Questa considerazione ritor­na con forza ogni volta che pensiamo a uno dei maggiori pensatori italiani degli ultimi cinquant’anni. Ci riferiamo a Lu­cio Colletti, di cui ricorre quest’anno il de­cennale della morte. Nato a Roma l’8 dicembre 1924 e mor­t­o improvvisamente alle Terme di Cali­dario il 3 novembre del 2001, Colletti aderì inizialmente al Partito d’Azio­ne, poi al Pci. Nel 1956 fu tra i firmatari della famosa lettera degli intellettuali comunisti dissidenti con la linea del partito relativamente alla repressione sovietica in Ungheria. Otto anni più tar­di uscì dal partito per aderire a posizioni di estrema sinistra, anche se non ebbe mai alcuna simpatia per il ’68. Il suo per­corso intellettuale ed esistenziale regi­stra una svolta radicale con la celebre In­tervista politico-filosofica del 1974, ap­parsa presso Laterza, la quale suscitò a si­nistra un enorme scalpore, seguito dagli stessi anatemi e dagli stessi giudizi liqui­datori riservati a quel tempo a Renzo De Felice. Letti oggi, questi giudizi appaio­no per quello che erano: manifestazioni di una mentalità stalinoide, risibile e grot­tesca, qualora si consideri, ancor più, che la storia ha dato ragione a Colletti e a De Felice, non certo ai loro critici sprovve­duti. Il coraggio e la limpidezza intellet­tuale di Colletti appaiono indubita­bili, se si pensa che pro­prio nel 1974-75, il Pci sta­va registrando in Italia la sua massima fortuna politi­ca ed elettorale e tutto, in ge­nerale, sembrava congiurare per una vittoria della sinistra non soltanto nel nostro Paese (sconfitta degli americani in Viet­nam). Negli anni Ottanta Colletti vide con simpatia il nuovo corso politico impresso da Bettino Craxi al Psi e, do­po Tangentopoli, aderì a Forza Italia. Fu eletto deputato nelle sue file nel 1996 e nel 2001, mantenendo sempre una posizione di autonomia critica. Il percorso filosofico di Colletti è alta­mente emblematico. Docente per molti anni di Filosofia teoretica alla Sapienza diRoma, aderìalmarxismoconlaprofon-daconvinzionechequestorappr­esentas-seilpuntopiùaltodelpensierospeculati-voriguardoaunaletturarealist ca, scien­tificaedisincantatadellarealtà. Nonaca-s­oerastatol’allievopiùimportantedelfi-losofo marxista Galvano Della Volpe, che aveva inteso sviluppare il marxismo come «galileismo morale», ossia come un sapere concepito secondo i canoni propri della scienza in quanto tale, volta a indagare la realtà con criteri empirici, sperimentali, materialistici e razionali­stici. Una posizione teorica, dunque, av­versa a ogni forma di idealismo, sia anti­co (Platone), sia moderno (Fichte, He­gel, Croce e Gentile). In modo partico­lare, Della Volpe e Colletti in­tendevano portare a piena demolizio­ne la dialettica hegeliana, conside­rata, giustamente, luogo inestricabile di misticismo e di fumisteria filosofica. E il pensatore che, a loro giudizio, forniva le armi più agguerrite per questa demolizio­ne critica era naturalmente Marx. Il dramma esistenziale - e l’onestà in­tellettuale- di Colletti emergono quando egli, sulla scia di Kant, scopre invece che proprio Marx, ancor più di Hegel, rappre­senta la massima mistificazione filosofi­ca, dato che la sua teoria altro non è che è una gnosi travestita da scienza. Cioè il marxismo non è una scienza, ma una pseudoscienza. Precisamente è un caso, molto riuscito, di unione sincretica fra lo­gos e mythos , dove però il logos non è pen­­siero scientifico, ma solo strumentale ra­zionalizzazione del mythos. In quale luo­go si svela questa mistificazione filosofi­ca? Si svela proprio nel centro profondo della sua identità teoretico-metodologi­ca: la dialettica.Nell’universo labirintico della dialettica è possibile individuare in che modo il marxismo sia una pseudo­scienza. La logica dialettica intende con­ferire al marxismo lo status di un sapere superiore e invincibile, capace di supera­re le ricorrenti insorgenze contradditto­rie dell’esistente. Di qui il suo inevitabile carattere soteriologico e salvifico. Si trat­ta di una pretesa enorme, anzi, a dir me­glio, smisurata: «un pasticcio filosofico da scuola serale», come egli afferma nel­la Intervista politico-filosofica del 1974. La dimensione totalitaria intrinseca al­la logica dialettica si rivela dunque per Colletti nella natura stessa del suo meto­do, cioè nell’idea che sia possibile dar conto di tutta la realtà, con l’inevitabile conseguenza che la spiegazione diventa, al contempo, norma, dato che tutti i giu­dizi di fatto, propri all’analisi, si risolvo­no in giudizi di valore, propri della pre­scrizione: il marxismo,infatti,non ci par­­la solo dell’essere, ma anche del dover es­sere. La sovrapposizione fra l’essere e il dover essere è generata dall’imbroglio epistemologico dovuto a questa intrin­seca coincidenza, che permette il passaggio dalla descrizione alla prescrizione senza mai paga­re il prezzo di una verifica. Di qui il tragico sincreti­smo metodologico tra giudizi di fatto e giudi­zi di valore, quella so­vrapposizione con­cettuale che aprirà la strada non solo a tutti gli errori teori­ci del marxismo, ma anche a tutti gli orrori pratici del comunismo, es­sendo, questi, l’ef­fetto di quelli. La so­vrapposizione fra giudizi di fatto e giu­dizi di valore non so­lo ci dice cosa è l’uo­mo ma anche, e pro­prio per questo, cosa deve fare l’uomo. È dunque dalla radice to­talitaria della dialettica, e dal suo cognitivismo eti­co, che si sviluppa l’in­trinseca natura illibera­le e anti-individualisti­ca del comunismo e il suo totalitarismo. Colletti è stato uno dei grandi pensatori che ha colpito mortal­mente al cuore il marxismo.