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 2011  novembre 22 Martedì calendario

La carica dei leader (quasi) per caso Così la crisi cambia faccia al potere - Mariano Rajoy è il nuovo simbolo dei leader per contesto

La carica dei leader (quasi) per caso Così la crisi cambia faccia al potere - Mariano Rajoy è il nuovo simbolo dei leader per contesto. Vinco­no perché aspettano oppure per­ché si trovano dove serve. Il momento va­le più delle idee: puoi essere il più bravo, il più intelligente, il più carismatico, ma può non bastare. Il caso sceglie più del cur­riculum. Lui è il meglio che la Spagna pos­­sa avere oggi, dopo che la stagione di Zapa­tero l’ha ridotta sul lastrico. Non è detto che sia il meglio in assoluto. Non è Aznar, per esempio. Lo sa lui, lo sanno i suoi, lo sanno gli altri. La dimostrazione è che per due volte la Spagna l’ha bocciato.La diffe­renza tra il 2004, il 2008 e il 2011 non è lui: non ha cambiato idee, non ha modificato i punti base del programma, non ha nean­che alterato il suo modo di porsi rispetto agli avversari. La differenza è una: il conte­sto. La Spagna avrebbe votato anche Topo­lino se si fosse presentato come candidato premier dei Popolari. Il momento diceva: alternativa rispetto ai socialisti. La faccia era quasi un dettaglio: il Pp ha scelto lui perché era il più affidabile, oltre che il lea­der del partito. Rajoy ha vinto: s’è preso la maggioranza più solida che la storia della democrazia spagnola ricordi e il merito è delle circostanze. Il che non sminuisce, né minimizza il suo successo. La Spagna l’ha portato alla Moncloa perché aveva bi­sogno di lui adesso. Non ieri, né domani. Ora. Eccolo il contesto. È la casualità che smette di essere casuale. Il momento, sì. Quello esatto. Quello che viene costruito come ha fatto Rajoy o servito. Vale per molti, vale per Monti. Il premier avrebbe vinto le elezioni? Avreb­be sconfitto Berlusconi e Veltroni nel 2008? Potrebbe sconfiggere Alfano o Ber­sani nel 2013? Monti è presidente del Con­siglio per coincidenza. Si può anche entrare nella storia, così. Nick Clegg, in Gran Bretagna, è la prova plastica: i LibDem non hanno mai avuto e probabilmente mai avranno quello che hanno ottenuto alle ultime elezioni gene­rali britanniche. Lui s’è ritrovato vicepre­mier per effetto di una crisi finanziaria che ha spazzato via il Labour gestito con i pie­di da Gordon Brown, il quale Brown a sua volta avrebbe mai potuto diventare primo ministro in un momento diverso da quel­lo in cui s’è concretizzato l’accordo con Tony Blair: Gordon aveva sempre perso, però riuscì a farsi promettere dall’ex ami­co e ex capo che a metà dell’ultimo manda­to blairiano, il premier avrebbe ceduto il potere. Nel momento in cui accadde, Brown non aveva la minima forza elettora­le per entrare a Downing Street: ha gover­nato il Regno Unito per l’incrocio di una se­rie di eventi ricollegabili a quell’accordo con Tony. Non basta, perché non c’è solo l’Euro­pa. Non può. Il caso e il contesto sono la roulette elettorale che può cambiare la corsa per la Casa Bianca. Oggi i repubblica­ni americani hanno tre candidati poten­zialmente vincenti. Potenzialmente. Mitt Romney, Rick Perry, Herman Cain: non c’è ne è uno che in condizioni normali avrebbe la minima possibilità di conqui­stare la nomination per contendere a Oba­ma le presidenziali. In qualunque altro momento, il secondo e il terzo non sareb­b­ero mai andati oltre la candidatura di ma­niera. Oggi sono ancora in corsa nonostan­te le clamorose gaffe. Romney, invece, quattro anni fa era governatore uscente del Massachusetts: poteva vantare i risul­tati importanti, poteva raccontare al­l’America la storia di un businessman di successo diventato un politico capace di vincere da repubblicano nella roccaforte democratica. Invece no: nel 2008 fu sbara­gliato in fretta. Oggi, da perdente alle ulti­me primarie e con quattro anni in più è il più probabile avversario del presidente al­le elezioni del 2012. Eccolo, di nuovo, il contesto. Quello che porta Romney a te­mere la rimonta di Newt Gingrich che non è nemmeno ufficialmente candidato alle primarie, ma continua a crescere lo stesso nei sondaggi. Lui che nel periodo di massi­mo splendore politico, a metà degli anni Novanta, avrebbe teoricamente potuto prendersi l’America in fretta. No. Non era il suo tempo. Questo sì, forse.