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 2011  novembre 22 Martedì calendario

Basta balle sulla Primavera Più che rivolta fu vero golpe - C’era una volta la rivoluzione. E i suoi cantori

Basta balle sulla Primavera Più che rivolta fu vero golpe - C’era una volta la rivoluzione. E i suoi cantori. Uno dei primi e più stonati fu Nichi Vendola. L’11 febbraio scorso, elettrizzato dal golpe dei militari e dalla detronizzazione di Hosni Mubarak, si lanciò in un’incontenibile elegia. «È un momento di condivisione della gioia del popolo egiziano. Diciassette giorni e tan­to sangue versato sono il prezzo di un cambiamento epocale.... cadono le te­ste dei tiranni e il Mediterraneo torna ad essere crocevia della speranza» senten­ziò il Nichi di Bari censurando «la volga­rità della classe dirigente italiana, inca­pace di esprimere anche una sola parola di solidarietà». Nove mesi dopo eccoci qua. Mentre la piazza torna a ribellarsi i militari mostra­no il loro vero volto. Non quello di salva­tori della patria, come credeva Nichi Vendola, ma di grande casta pronta a «cambiare tutto per non cambiare nul­la ».Pronta a sacrificare con l’aiuto e la s­o­lidarietà di Barak Obama l’ingombrante Hosni Mubarak per sostituirvi il potere opaco e invisibile dei propri generali. Ma il Nichi nazionale è buona compa­gnia. Alla grande illusione della prima­vera araba ha contribuito tutta la sini­stra. Dai suoi leader ai suoi militanti, fi­no ai suoi profeti nazionali e internazio­nali. Basta ricordare il sorridente Pier Luigi Bersani che lo scorso luglio stringe la mano ai campeggiatori di Piazza Tahrir. Oppure Sean Penn volto simbo­lo del movimento progressista interna­zionale volato anche lui il 30 settembre nella stessa piazza per ricordarci che «tutto il mondo deve trarre ispirazione dalla richiesta di libertà e coraggio del­l’Egitto ». Invito preceduto il 24 agosto da un articolo sull’Espresso di Massimo Cacciari in cui si vaticina per l’Italia non un governo dei professori, ma una rivo­luzione in stile egiziano. «Ricercatori, laureati, nuove professioni, free lance: milioni di giovani sono oggi da noi, e non solo in Italia, fuori da caste e palazzi. C’è da credere o temere che la loro pa­zienza sia ai limiti, come lo era quella dei loro colleghi maghrebini e egiziani. Co­me i loro colleghi d’oltre mare, si ricono­sceranno e si convocheranno attraverso le loro reti, le loro strade immateriali». Purtroppo d’immateriale in Egitto c’è so­lo la rivoluzione. Per capirlo bastava squarciare il velo di banalità regalatoci da chi celebrava una rivolta cresciuta sulle ali di internet e Faceboock. Quella rivolta era solo l’illusione di sparuti grop­puscoli di liberali e democratici divisi e numericamente inconsistenti. Groppu­scoli gu­idati da personaggi ancor più irri­levanti a livello di consenso popolare co­me l’ex presidente dell’Aiea Moham­med El Baradei o Amr Moussa, un ex mi­nistro protagoniste di troppe foto ricor­do al fianco di Hosni Mubarak, Ben Ali e Muhammar Gheddafi. Eppure le anime belle della nostra sinistra continuavano ad attribuire a quel marasma diviso e in­coerente la capacità di regalare all’Egit­to democrazia e progresso. E con la stes­sa spocchia liquidavano come fole isla­mofobiche i suggerimenti di chi avverti­va che dietro l’esile punta di lancia libe­ral­e si muoveva il ben più coeso e inqua­drato movimento dei Fratelli Musulma­ni. I generali egiziani possono ora ringra­ziare l­a miopia di tutte queste anime bel-ledellasinistra occidentale. Grazieachi s’illudeva che il loro non fosse un golpe, ma un semplice calar di brache, hanno avuto 9 mesi di tempo per giocare impu­nemente tutte le loro cartucce. Prima hanno civettato con i Fratelli Musulma­ni illudendoli di voler spartire con loro, unica grande forza concorrente, il pote­re. Poi quando i salafiti lasciati liberi di agire dai servizi di sicurezza hanno inco­minciato ad attaccare i quartieri cristia­ni e inneggiare alla sharia hanno allun­gato una mano ai terrorizzati leader dei groppuscoli liberali. E approfittando delle loro paure hanno patteggiato un accordo sulla costituzione capace di pre­servare la tradizionale egemonia del­l’esercito sulla politica. E così mentre la grande scena progressista internaziona­le co­ntinua a cullarsi nel mito della rivol­ta liberale, dei militari buoni e dei musul­mani moderati la scena egiziana mostra la sua autentica immagine. Quello di una spietata lotta per il potere dove le ele­zioni, se mai si faranno, saranno solo un intermezzo verso il sanguinoso regola­mento di conti finale tra i fratelli musul­mani e i generali. Quello di un paese tra­sformatosi dopo la caduta di Hosni Mu­b­arak in un campo di battaglia su cui nes­suno è più in grado né d’imporsi, né di governare.