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 2011  novembre 22 Martedì calendario

Così tra ABO e Celant nel 2011 è pareggio - “L a Transavanguardia ha risposto in termini contestuali alla catastrofe generalizzata della storia e della cultura»: così Achille Bonito Oliva (gli piace farsi chiamare ABO), il critico che nel 1979 lanciò in Italia il movimento, ne sottolineava tempo fa l’importanza

Così tra ABO e Celant nel 2011 è pareggio - “L a Transavanguardia ha risposto in termini contestuali alla catastrofe generalizzata della storia e della cultura»: così Achille Bonito Oliva (gli piace farsi chiamare ABO), il critico che nel 1979 lanciò in Italia il movimento, ne sottolineava tempo fa l’importanza. E oggi che una crisi non meno drammatica di quella degli Anni 70 squassa l’Italia, lui rilancia, nel centocinquantenario dell’Unità, con una grande mostra al Palazzo Reale di Milano (catalogo Skira) che si apre giovedì. L’accompagna una «Costellazione Transavanguardia» che inanella rassegne in sei città oltre a una miriade di incontri e dibattiti: coinvolgeranno critici e storici dell’arte ma anche filosofi come Vattimo (sarà protagonista di un confronto al Castello di Rivoli il 5 dicembre), Cacciari, Marramao e Rella. Nel 1979, con un saggio su Flash Art , Bonito Oliva definiva la Transavanguardia «superamento del puro materialismo di tecniche e nuovi materiali» (in questo era evidente la frecciata all’Arte Povera dell’eterno amico-nemico Germano Celant) e come «recupero dell’inattualità della pittura, intesa come capacità di restituire al processo creativo il carattere di un intenso erotismo, lo spessore di un’immagine che non si priva del piacere della rappresentazione e della narrazione». Cinque erano gli artisti che incarnavano questo programma teorico: Sandro Chia, Francesco Clemente, Enzo Cucchi, Nicola De Maria e Mimmo Paladino. La prima apparizione dei cinque fu alla XIII rassegna d’arte di Acireale, ma la consacrazione si ebbe l’anno dopo a Venezia ad «Aperto 80», la mostra curata da ABO per la Biennale. «All’utopia internazionalista del modernismo e alla sua coazione al nuovo - spiega il critico - la Transavanguardia oppone il genius loci del singolo artista, ossia il territorio antropologico dell’immaginario individuale, nonché l’esercizio disinvolto del nomadismo culturale e dell’eclettismo stilistico, che si nutre di memoria del passato e di citazioni dalla storia dell’arte, contribuendo in tal modo al più generale processo di rielaborazione della Storia e della soggettività avviato negli Anni 80 dal pensiero post-moderno». Grazie al successo veneziano e anche a una più generale sensibilità neo-espressionista che attraversava in quel momento il mondo dell’arte in Europa come in America, la Transavanguardia, con i suoi dipinti dai colori accesi e i riferimenti a un immaginario ora mitologico ora naïf, ebbe grande risonanza. Con il Futurismo e l’Arte Povera rimane a tutt’oggi uno dei pochi movimenti italiani del ‘900 a essersi affermato a livello internazionale: a trattare i suoi artisti che raggiunsero presto quotazioni a più zeri erano anche gallerie svizzere, londinesi o americane. Ben presto però gli artisti presero strade diverse, Clemente andò in America e lavorò con Basquiat e Warhol (il che l’ha reso il più quotato sul mercato), De Maria preferì rimanere nella sua Torino convivendo con i poveristi, Chia, rilanciato da Luca Beatrice alla Biennale 2009, vive tra Montalcino e l’America, Paladino coltiva le sue radici campane, Cucchi non rinuncia al nomadismo. La kermesse che si apre giovedì, servirà a capire cosa c’è ancora di vivo nel movimento, ma si può anche leggere come l’ennesimo capitolo del duello di ABO con Germano Celant, che proprio quest’anno ha rimesso sotto i riflettori l’Arte Povera. sprezzo, di «religioni à la carte», anche per stigmatizzare negativamente il carattere sempre meno rigoroso delle dottrine e delle prescrizioni etiche che le religioni portano con sé la tendenza al sincretismo, la ricerca di un rapporto semplicemente sentimentale con la trascendenza. Il mondo post-moderno, per queste e altre ragioni (le migrazioni massicce, la fine degli imperi coloniali tradizionali e la conseguente caduta della differenza «gerarchica» tra mondo «civilizzato» e culture «primitive»; da ultimo, la fine della divisione del mondo in due blocchi rigidamente contrapposti), appare e viene vissuto sempre più come una Babele di linguaggi, stili di vita, visioni del mondo diverse. Nietzsche aveva immaginato che l’individuo capace di vivere in un mondo come questo, godendone come di una possibilità di libertà e non lasciandosene schiacciare e distruggere, dovesse essere un Overman (tedesco Uebermensch ), un superuomo. Ben al di là di quello che immaginava Nietzsche, la società che si prepara per il prossimo secolo si può unicamente pensare come una società di superuomini: senza nessun tratto aristocratico e nemmeno violento, ma come un insieme di individui «obbligati» a interpretare personalmente il flusso di informazioni nel quale, lo vogliano o no, sono immersi. Ciò che fa di questa condizione postmoderna la cornice ideale della transavanguardia è la dissoluzione, vissuta ormai a tutti i livelli, di ogni nozione di progresso lineare. E dunque anche di ogni immagine dell’avanguardia. La molteplicità di forme testimoniata dalle opere degli artisti della Transavanguardia - forse non solo documentata storicamente e criticamente, da Achille Bonito Oliva, ma in molti sensi anche ispirata dalla sua riflessione di critico e dalla sua attività di organizzatore di mostre e di eventi - è un effetto della libertà nei confronti della storia, e della «realtà» che la postmodernità ha reso possibile. Transavanguardia non significa affatto anarchia e arbitrio. Ciò che in essa testimonia questo nuovo spirito di libertà è piuttosto una sorta di amichevolezza verso il mondo, e dunque anche verso il visibile incontrato senza l’intenzione polemica, e dunque anche inimichevole, che caratterizzò tanti prodotti della pop art. Succede nella transavanguardia qualcosa di analogo a quello che si verifica nella filosofia una volta che si sia liberata dal fantasma della verità assoluta - quella che ha sempre legittimato l’intolleranza dei dogmatici - amicus Plato sed magis amica veritas . Se non siamo più sotto il dominio cupo, rassicurante ma anche fatalmente punitivo, della verita, siamo finalmente liberi di praticare la carità. Non ci sarà anche un po’ di questo nelle opere della transavanguardia?