LAURA ANELLO, La Stampa 22/11/2011, 22 novembre 2011
“Noi, per trent’anni figlie di un eroe minore” - Per trent’anni siamo state figlie di N. N
“Noi, per trent’anni figlie di un eroe minore” - Per trent’anni siamo state figlie di N. N. Figlie di nessuno, a chiederci se davvero nostro padre avesse sbagliato qualcosa, ad abbassare la testa per l’imbarazzo. Quando ti capita una cosa così, o soccombi o cerchi di sopravvivere». Quella «cosa così» è l’omicidio di Sebastiano Bosio, il primario dell’ospedale Civico di Palermo ucciso per strada a 52 anni davanti agli occhi della moglie, infangato con la frottola che avrebbe pagato con la vita le cure fornite al boss della cosca perdente - Salvatore Contorno - e rimasto da allora senza verità né giustizia, mentre la moglie e le due figlie (figlie, ora si può dire, di un eroe minore) precipitavano dal privilegio della buona borghesia nel pozzo nero del lutto, dell’isolamento sociale, delle minacce, del tirare a campare con un mutuo sulle spalle, una grande villa appena costruita da rivendere, i debiti con gli amici da ripianare. Era il 6 novembre 1981. Silvia Bosio, 48 anni, soltanto ieri è potuta salire sul banco dei testimoni insieme con la madre Rosalba e con la sorella Lilli per la prima udienza del processo. Con lo sguardo alto. Finalmente, un imputato: il boss Antonino Madonia. Finalmente, brandelli di verità su quel chirurgo vascolare che non voleva mafiosi in corsia, che non accettava imposizioni dall’alto del direttore sanitario Beppe Lima (fratello del ras andreottiano Salvo Lima), che pochi giorni prima aveva spedito senza tanti complimenti in un altro ospedale il boss Pietro Fascella. Un affronto. Che sarebbe stato prontamente riparato, «visto che pochi giorni dopo il delitto - racconta Roberto Avellone, legale della famiglia il mafioso tornò in reparto e ci rimase per sette mesi». Una storia da film. L’affresco di una città collusa e distratta, dove al momento degli spari «tutti rientrarono nei negozi e nei portoni lasciandomi sola con mio marito in una pozza di sangue», racconta la vedova, un’elegante signora che dopo l’omicidio dormirà con la pistola sotto il letto, le orecchie tese come lo sceriffo di un western. «Doveva proteggere se stessa e noi», racconta Silvia, rimasta orfana a diciotto anni. Oggi sorridente, lieve, ironica come ha imparato a essere nonostante tutto «perché dovevamo vivere, sposarci, farci accettare». A lei successe l’incredibile sei mesi dopo l’omicidio, un episodio che da solo spazza via la retorica del mafioso all’antica, protettore di donne e di deboli. «Andai in discoteca e lì, accomodato in una poltrona, c’era Vito Ciancimino, l’ex sindaco di Palermo che avevo conosciuto due anni prima quando avevo avuto un breve flirt con suo figlio Sergio. Mi chiamò, mi fece sedere e cominciò un discorso complicato che trasudava disprezzo per mio padre: "Ha curato male un mio amico, ne ha trattato male un altro, se l’è cercata". Mi ripeteva continuamente che lui era corleonese. Io ne restai sconvolta». Allora mafia, nei salotti buoni, era una parola sconveniente. «Io l’avevo sentita nominare soltanto due volte - racconta Silvia - quando eravamo andati con i miei in vacanza in Grecia e qualcuno aveva detto: Sicilia uguale mafia. E poi quando, una sera, mio padre parlò della storia di Mauro De Mauro e dei cadaveri che venivano nascosti nei piloni di cemento. Non dormii tutta la notte per lo spavento». Cosa nostra però, senza saperlo, l’aveva intuita e annusata due anni prima, quando il suo boyfriend Sergio Ciancimino l’aveva portata in un albergo di Cefalù, «dove vidi suo padre seduto in poltrona e una fila interminabile che si snodava davanti a lui e si chinava per parlargli. Sembrava un confessore, una scena odiosa: dissi a Sergio di riportarmi subito a casa e da allora non lo volli più frequentare». Lo rivide, brevemente, alla camera ardente del padre, «e lui era sprofondato su un divano, muto, gli occhi a terra». Lilli, 53 anni che sembrano dieci in meno, avrebbe pure visto con i suoi occhi da ragazza-bene un uomo di Cosa nostra, nel 1987. Pochi giorni prima la madre aveva raccontato al giudice Falcone di avere riconosciuto nella foto del mafioso Mario Prestifilippo il killer del marito. Cominciò a ricevere telefonate di minaccia. «Non parli con nessuno, pensi che ha due figlie da crescere», le intimavano. Finché una mattina un giovane si presentò al circolo velico dove Lilli chiacchierava con gli amici. «Mi parlava, mi guardava, finché gli chiesi chi fosse. Si tolse gli occhiali, mi disse con un sorriso terribile: sono Mario». Ora lei vive a Milano, «senza alcun rimpianto», mentre Silvia è sempre rimasta a Palermo, «senza un pezzo del mio corpo. Sei sangue del mio sangue, mi aveva detto mio padre quando da bambina mi ero ammalata e lui mi aveva donato il suo». E gli occhi, solo per un momento, luccicano di lacrime.