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 2011  novembre 21 Lunedì calendario

Il balzo di Ermotti da numero quattro di Unicredit a numero uno di Ubs - Il periodo di prova di Sergio Ermotti è finito: a un mese e mezzo dalla nomina ad interim gli azionisti hanno sciolto le riserve facendone il primo amministratore delegato ticinese nella storia di Ubs

Il balzo di Ermotti da numero quattro di Unicredit a numero uno di Ubs - Il periodo di prova di Sergio Ermotti è finito: a un mese e mezzo dalla nomina ad interim gli azionisti hanno sciolto le riserve facendone il primo amministratore delegato ticinese nella storia di Ubs. La sua terza sfida manageriale, invece, inizia ora: dovrà rilanciare l’Unione di banche svizzere ridimensionando l’investment bank e focalizzandosi sulla gestione patrimoni e sui mercati più grassi. Sarà un test di maturità, anche perchè dovrà superarlo mettendo la sordina a quei mestieri tra finanza e mercati che sono il suo pane, dopo una carriera vissuta sulla cresta dell’onda yuppie che pare tolta da un copione di film anni Ottanta. Diremmo Wall Street, non fosse che a Ermotti manca l’anima cattiva da Gordon Gekko. Non, già, l’aplomb e la presenza scenica. Nato a Lugano nel 1960, da padre bancario, Ermotti lascia gli studi a solo 14 anni, per seguire le orme paterne. Vagheggia sport e motori, ma in poco tempo svolge l’apprendistato presso Corner Banca, e al termine diventa operatore di Borsa e mandatario commerciale. Solo in seguito il giovane Ermotti completerà gli studi con un diploma federale e una laurea in advanced management alla Oxford University. A 25 anni la prima multinazionale Citigroup, Zurigo e dopo poco tempo a negoziare prodotti azionari la promozione a vice presidente. Ma il primo vero amore è Merrill Lynch, da Zurigo (1987) a Londra (1993). Sono gli anni ruggenti della deregulation, Ermotti dapprima gestisce le attività commerciali in franchi sui mercati interni, poi diviene managing director e sviluppa la divisione derivati azionari europei. Tre anni dopo è capo dei derivati globali a New York. Altri tre e guida la divisione azionaria Europa, Medio oriente, Africa. Diventa Senior vice president, entra nel comitato esecutivo. Molta luce, per lui e altri due che da Londra formano un dream team tutto italiano: Andrea Orcel, il banchiere delle grandi relazioni (salito ai vertici anche in Bofa dopo che la banca commerciale americana ha dovuto salvare l’inguaiata Merrill Lynch) e Flavio Valeri, che segue i capital markets (e oggi guida Deutsche Bank Italia). Lì Ermotti entra in rotta con il suo parigrado obbligazionario, il coreano Dow Kim, e ha la peggio quando i desk di azioni e bond vengono compattati. Via da Londra, torna a Lugano e sta un anno fuori dal grande giro. A quel punto fruttano le relazioni con Alessandro Profumo, che sta costruendo il "gruppo bancario paneuropeo" a suon di fusioni. Il banchiere genovese lo stima molto, e a fine 2005 lo chiama in Unicredit a capo del Markets & Investment Banking. Due anni dopo diventa vice ad, si annette i business grandi imprese e grandi patrimoni, si consacra uomo ombra del capo. Tra i due la sintonia è totale, vive di compatibilità caratteriali e professionali in un alveo mercatista. Ma la crisi dei subprime rimescola carte e carriere. Il duo ProfumoErmotti finisce nel ciclone. Un po’ per ragioni oggettive (le attività corporate and investment sono le più esposte alla prima crisi finanziaria, e anche alla seconda, come si vede), un po’ no (quando esplode Lehman, a fine 2008, Unicredit è un gruppo immenso, con domini in venti paesi e scarsa copertura gestionale di rischi d’impresa fin lì impensati). Prima che salti Profumo sembra saltare Ermotti, divenuto in quegli anni il punching ball degli azionisti "territoriali": le Fondazioni, che non a caso puntano sul rivale Roberto Nicastro, di Ermotti un po’ l’alter ego bancario. Alla fine tocca prima a Profumo (siamo a fine 2010), che s’era rifiutato di offrire la testa dello svizzero ai soci. Ma la conclusione dell’esperienza italiana è vicina: nell’aprile 2011 Ermotti viene nominato presidente e ad delle attività Europa, Medio oriente e Africa di Ubs, e membro del direttivo. Stipendio da 2,5 milioni di franchi, niente bonus. Si dice che salirà nel vertice, ma serve un incidente per lanciarlo davvero: la figuraccia mondiale del trader Kweku Adoboli, un trentunenne che giocando con la tastiera dagli uffici di Londra crea un buco da 2,3 miliardi di dollari in Ubs e macchia l’immagine già un po’ stinta della maggiore banca svizzera. Secondo le versioni meno paludate, il trader puntava forte sulla caduta ulteriore del franco svizzero, usando i quattrini del desk proprietario, ma è rimasto scottato dalla decisione della Banca centrale di ancorare la valuta. Si dice, tra le mura senza orecchie della Svizzera bancaria, che nessuno avrebbe potuto perdere tanto senza il nulla osta del vertice Ubs. In ogni caso, la banca scarica la responsabilità su Adoboli (finito in carcere a Londra) ma poco dopo "scarica" anche l’amministratore delegato Oswald Gruebel. E’ il secondo capo accompagnato alla porta in quattro anni. Il 24 settembre l’incarico di ad va a Ermotti, e dopo una formale ricerca di candidati esterni la conferma definitiva, il 15 novembre. In Svizzera, e in Ubs, c’è una certa curiosità per gli esiti di questa mossa. Anche perché i banchieri svizzeri, in genere, non espatriano, ed Ermotti è stata l’eccezione. Parecchi lo conoscono nelle City di Londra, New York e Milano, mentre nei Cantoni è più noto come cittadino di Zugo e Montagnola, con la moglie Tina e i due figli Matteo ed Edoardo. O perché frequenta alberghi di lusso nel Ticino, come il Principe Leopoldo (di cui è pure nel cda). O perché, da grande appassionato di calcio e del Milan, ha emulato il presidente rossonero prendendosi in carico il football club Collina d’Oro. Nel quartier generale della banca, a Zurigo dove gli standard di calore umano non devono essere strabilianti l’arrivo di Ermotti è stato notato per l’attaccamento alla Confederazione, oltre che le maniere cordiali ("Gruebel sembrava grugnire, lui almeno saluta e risponde", dicono). "Ermotti è la quintessenza del sales, dell’uomo di mercati dice un banchiere che lo conosce con una competenza rara sugli strumenti della finanza. Forse il suo limite è che i mercati gli piacciono troppo: hai sempre l’impressione che, tra stare un’ora a parlare con i suoi trader di alfa e beta, e fare piani di sviluppo del business di un’impresa cliente, saprebbe sempre cosa scegliere". Lo sfondone di AdoboliGruebel è stato, indubbiamente, un jolly per Ermotti. A prova del fatto che serve anche la fortuna nella vita. Ma la chance è tutta da sfruttare: dimostrando sul campo che l’Unione di banche svizzere sa tornare all’altezza del blasone. Le linee "di revisione strategica" il nuovo ad le ha illustrate proprio venerdì scorso, nell’investor day della banca a New York (vedere box). Comprendono tra l’altro il dimezzamento degli attivi in funzione del rischio nel ramo investment bank (scenderanno di 145 miliardi di franchi); una "più rigorosa gestione dei costi"; un patrimonio primario tra i più alti al mondo, con un Core tier 1 al 13% nella cornice Basilea 3; un programma di "progressiva restituzione del capitale" dopo il dividendo 2011 da 0,1 franco ad azione. A seguito del riassetto, la redditività (Roe) dovrebbe salire dal 2013 nella fascia 1217% (circa due volte la media europea, circa tre quella italiana). «Intendiamo adattare la nostra strategia per produrre ritorni più interessanti per gli azionisti e rispondere ai cambiamenti economici e regolamentari», ha commentato Ermotti. «Abbiamo scelto di ridurre sostanzialmente il profilo di rischio della banca tramite la dismissione e il ridimensionamento delle attività che non aggiungono valore alla nostra base di clienti o per cui i rendimenti corretti per il rischio risultino poco interessanti. Continueremo a investire in prodotti e aree nelle quali ravvisiamo opportunità di crescita, in particolare nella gestione patrimoniale». I propositi non fanno una grinza, ma tra il dire e il fare, Ermotti dovrà vincere almeno due insidie. Quella di riuscire in un deleveraging da 155 miliardi senza dissanguare il conto economico, in una fase in cui tutti i maggiori gruppi mondiali sognano di disfarsi di attività (e nessuno di fare la controparte acquirente). E quella di dire arrivederci, o forse addio insieme a 2mila addetti alla cara vecchia banca d’affari. Almeno, per fare quei tagli, saprà dove metter le mani. Clicca su Mi piace