ETTORE LIVINI, la Repubblica Affari e finanza 21/11/2011, 21 novembre 2011
Tiro al Biscione, Mediaset sotto scacco - Quasi 3 miliardi di euro bruciati in un anno a Piazza Affari, 600 milioni andati in fumo nelle ultime due settimane, quando l’addio di Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi ha tolto al Biscione il provvidenziale salvagente delle leggi ad aziendam
Tiro al Biscione, Mediaset sotto scacco - Quasi 3 miliardi di euro bruciati in un anno a Piazza Affari, 600 milioni andati in fumo nelle ultime due settimane, quando l’addio di Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi ha tolto al Biscione il provvidenziale salvagente delle leggi ad aziendam. Il barometro non serve, i numeri parlano da soli: Mediaset è in difficoltà, i titoli di Cologno (-54% da gennaio) viaggiano al minimo storico dalla quotazione del ’95 e i mercati dopo le dimissioni del premier fiutano ancora tempesta. Il terremoto politico di questi giorni, in effetti, è solo la goccia che fa traboccare il vaso. Piovuta sul Biscione nel peggior momento possibile. I bei tempi delle vacche grasse quelli del duopolio perfetto, della Rai anestetizzata da cda compiacenti e dell’economia che tirava sono un ricordo del passato. Oggi il mondo è cambiato. La televisione generalista perde colpi, La7, dopo essere stata tenuta per anni in naftalina, macina ascolti, la pubblicità arranca (-2,9% nei primi nove mesi del 2011) e la paytv di casa Mediaset, complice la concorrenza di Sky, non decolla. Risultato: il piatto, nel senso dei conti, piange. Nel 2005 le televisioni del Cavaliere guadagnavano 603 milioni, avevano un utile operativo pari al 33% dei ricavi e distribuivano 489 milioni di dividendi ai soci. Nel 2011, se tutto va bene, gli utili saranno poco più di 300 milioni, meno della metà di sei anni fa con un margine sceso nel terzo trimestre al 12,1% del fatturato. E anche ad Arcore saranno costretti ad accontentarsi di una cedola ben più magra rispetto alle montagne d’oro di allora. La Borsa è lo specchio fedele di questo malessere: sei anni fa la Fininvest aveva collocato sul mercato il 16,7% del Biscione incassando 2,1 miliardi. Oggi con la stessa cifra potrebbe ricomprarsi quasi il 90% della società. Il nodo degli ascolti. Il male oscuro del Biscione, dicono gli analisti, ha più di una causa. La prima, terraterra, è che i telespettatori che guardano Canale 5, Italia 1 e Rete 4 sono molti meno di una volta. Nel 2001 la rete ammiraglia di Cologno viaggiava in prima serata a uno share medio del 24%. Oggi siamo sotto il 15%. E questa lenta erosione ha accelerato il passo ora che il digitale ha moltiplicato l’offerta di canali. Nel 2008 l’audience dei network Mediaset nelle 24 ore viaggiava ancora a un dignitoso 39,4%. Oggi siamo scesi a un modesto 32,3%, che sale al 36,5% solo sommando il digitale. La fine del governo Berlusconi rischia ora di portare i nodi al pettine. La presenza del Cavaliere a Palazzo Chigi ha consentito negli ultimi anni alle sue tv complici gli occhi di riguardo dei grandi inserzionisti e una Rai trasformata in Raiset di surclassare con disarmante facilità la raccolta pubblicitaria di viale Mazzini. Il 36,5% di share attuale consente a Cologno di raccogliere il 65% della torta pubblicitaria sullo schermo mentre la televisione di stato con la stessa audience è ferma al 23%. Cifre che dopo le dimissioni del premier hanno spiegato gli analisti francesi di Exane fanno di Mediaset uno dei titoli più maturi del comparto media in Europa. Un giudizio condiviso sul mercato se è vero che nell’ultima settimana ben quattro banche d’affari hanno ritenuto opportuno rivedere al ribasso i target price del gruppo. Il peggio, dicono in molti, deve ancora venire. Difficile che un nuovo governo possa varare riforme punitive come la vecchia Gentiloni che sforbiciava i tetti pubblicitari consentiti al Biscione. Ma facile che possa pensare a una privatizzazione della Rai. E l’arrivo di nuovi concorrenti più spregiudicati della vecchia Rai di Masi & C. nella tv generalista potrebbe mettere ulteriore pressione sui conti di Cologno. Gli errori strategici. La sfortuna, ammettiamolo, ci ha messo lo zampino. Ma non basta a spiegare da sola il filotto di errori strategici infilati negli ultimi anni dai vertici di Mediaset. L’assunto iniziale («dobbiamo diversificare per non finire sul binario morto di una tv generalista in via d’estinzione») non era sbagliato. Peccato che la traduzione pratica del concetto si sia tradotta alla fine, per un insieme di concause, in una mezza Caporetto. Lo sbarco nella produzione di format con l’acquisto per oltre due miliardi (in cordata con Goldman e Cyrte) della Endemol, la società del Grande Fratello, doveva essere il fiore all’occhiello di questa campagna. Invece è stato un flop clamoroso. Endemol fa utili (il mol sarà anche quest’anno di 150 milioni) ma i debiti che le sono stati caricati sulle spalle si mangiano tutti i profitti. Mediaset, che pure ha diviso le perdite con i soci minori suoi e di Telecinco, ha già contabilizzato in perdita tutti gli oltre 400 milioni spesi per questa operazione. E ora potrebbe essere costretta a mettere sul piatto altri soldi, forse in cordata con Clessidra, per evitare che i creditori in pressing per convertire i loro prestiti in azioni, diventino i nuovi soci di riferimento. Un mezzo disastro è stata pure l’avventura spagnola. Telecinco prima e Cuatro ora, sono assieme un gran bel gruppo, ma l’investimento in terra iberica si è tradotto in un boomerang con la crisi economica di Madrid. Il grande cruccio di Piersilvio Berlusconi è però Mediaset Premium. La scommessa sul digitale è sempre stata il cavallo di battaglia del figlio del premier. Che alla causa della paytv ha dedicato 1,5 miliardi di investimenti. L’obiettivo era di arrivare al pareggio operativo per quest’anno. Ma Sky ha creato prodotti di maggior qualità e ha trascinato il Biscione che ha le spalle meno larghe in una guerra dei prezzi. E malgrado nel terzo trimestre Cologno abbia conquistato quasi due terzi nei nuovi abbonati di questo mezzo (in calo peraltro del 28%) le tv di Murdoch macinano profitti mentre le pay di Arcore perderanno quest’anno ancora 50 milioni. E il futuro, senza qualcuno a Palazzo Chigi a tener bassa la cresta del tycoon australiano, rischia di essere ancora più nero. Addio leggi ad hoc. Il quadro insomma non era un granché prima. La caduta del governo Berlusconi rischia ora di aggravare la crisi. Finora la singolare coincidenza di avere il proprio socio di riferimento alla guida del Paese ha consentito a Mediaset di lucrare un’importante rendita di posizione a suon di leggi ad aziendam. Senza la salva Rete 4, gli aiuti ai decoder e l’Iva sulle paytv nata solo per tagliare le gambe (con scarso successo) a Sky, la vita ora rischia di essere molto più difficile. Il primo banco di prova potrebbe arrivare con l’asta per le frequenze digitali, un’altra palestra dove il conflitto d’interessi ha fatto miracoli. Prima frenando l’iter grazie a una serie di guerre legali pretestuose con la Ue per evitare lo sbarco di Sky nel regno incontrastato del Biscione. Una strategia dilatoria messa in pratica da Paolo Romani, il più Berlusconizzato dei ministri del vecchio esecutivo. Poi procedendo con un’assegnazione gratuita a Rai e Mediaset mentre l’asta per lo stesso bene nel mondo delle tlc rendeva 4 miliardi. E’ possibile che ora vengano rivisti i termini della procedura obbligando gli operatori a pagare o girando le frequenze, sempre per soldi, ai big delle tlc? Si vedrà. A Cologno minimizzano: «Noi con le frequenze del digitale siamo già a posto così» sussurrano fonti vicine ai vertici del Biscione. A pagar pegno, aggiungono, potrebbe essere proprio Santa Giulia, tagliata fuori in caso di cancellazione dell’asta dal piatto del digitale. Oggi però il fido Romani non c’è più e Mediaset deve imparare a ballare da sola. E Piazza Affari si è convinta che senza il dividendo di Palazzo Chigi la vita, a Cologno, sarà molto più dura.