GIAMPAOLO VISETTI , la Repubblica 22/11/2011, 22 novembre 2011
CINA FUORI GLI OPERAI LA FABBRICA IN MANO AI ROBOT
Fuga dal Guangdong. Il volto nascosto della Cina che cresce, è la regione più industrializzata del mondo che scoppia. Centinaia le imprese che abbandonano l´epicentro del boom delle esportazioni anni Ottanta, migliaia le chiusure e i fallimenti. L´onda della crisi di Europa e Usa inizia a travolgere anche l´Oriente e il "punto di svolta di Lewis", attimo in cui evaporano i benefìci del surplus di manodopera, conosce un´impressionante accelerazione nell´ex "fabbrica del mondo". Così la Cina tenta la carta della migrazione interna, strappando altra manodopera alle campagne. E soprattutto della tecnologia: robot al posto degli uomini, per fare i lavori più pesanti ed evitare un´escalation di rivendicazioni. Come farà la Foxconn, gigante hi-tech colpita da una raffica di suicidi di operai sconvolti da ritmi di lavoro insostenibili.
L´incubo delle autorità di Pechino è l´esodo di massa degli stabilimenti costieri verso le sottosviluppate regioni dell´Ovest. Una concorrenza interna insostenibile: sgravi fiscali, sconti sui terreni e salari al limite della soglia di povertà garantiscono alle imprese risparmi fino al 20%. In dieci anni nel Guangdong i salari sono saliti del 94%, più 28% dall´anno scorso: impossibile reggere la rimonta dei nuovi distretti del Sudest asiatico, Bangladesh, Vietnam, Cambogia e Indonesia in testa. Per non finire come Taiwan e Giappone, a cui proprio il Guangdong decimò il sistema industriale con la legge della delocalizzazione votata ai massimi ribassi, per riempire i capannoni si punta alla migrazione interna.
Una guerra tra poveri, innescata dallo stesso governo cinese per «raccogliere i frutti dai rami più bassi» nelle aree depresse della nazione: 2164 euro all´anno la paga di un operaio nel Guangdong, 1640 nello Hunan, addirittura 1530 nello Henan, meno di 130 euro al mese. Margini di guadagno sempre più bassi: l´Occidente non assorbe più merce, l´inflazione cinese cresce, l´ambiente distrutto presenta il conto, i consumi interni non sostituiscono il calo dell´export e le banche iniziano a chiudere i crediti. La seconda potenza economica del pianeta redistribuisce così le sue forze, la produzione emigra cinquecento chilometri verso ovest e il tentativo di ammorbidire il raffreddamento economico (Pil a più 9,2 nel 2012, rispetto al più 9,4 di quest´anno) solleva un´ondata di sommosse senza precedenti. I produttori abbandonano il Guangdong e gli operai si ribellano.
Sommosse incontenibili da settimane, culminate ieri a Lufeng con la rivolta di migliaia di persone, scese per le strade scandendo slogan contro la «dittatura» e contro la «corruzione» dei funzionari. Le rivolte, con feriti e centinaia di arresti, sconvolgono però anche le multinazionali straniere, impegnate a dismettere gli investimenti nei distretti orientali per riaprire dove i risparmi superano il 40%. Niente sindacati, milioni di ex contadini disoccupati disposti a tutto, aree a volontà. I colossi però sono già oltre e puntano sull´addio definitivo agli operai.
Il caso-simbolo è la Foxconn, l´impresa più grande del mondo, oltre un milione di dipendenti solo in Cina. A Shenzhen assembla la maggior parte dei prodotti hi-tech che stanno cambiando l´umanità, per conto di marchi come Apple, Nokia e Cisco. Sconvolta da un´ondata di suicidi, 18 in pochi mesi nel 2010, ha annunciato ieri che entro il 2012 produrrà 300 mila robot, destinati a diventare un milione entro il 2014. La grande fuga delle industrie dal Guangdong rischia così di chiudere per sempre l´era della manodopera, per aprire quella del lavoro totalmente meccanizzato. Gou Tai-ming, presidente del colosso con base a Taiwan, ha assicurato che per ora i robot non ruberanno il lavoro agli operai, limitandosi a svolgere mansioni pericolose, operazioni di precisione e operazioni che espongono agli effetti di sostanza tossiche. «È chiaro però - ha dichiarato - che l´aumento del costo del lavoro mette sotto pressione l´industria cinese, costretta a trovare presto soluzioni». Questione di tempo.
Foxconn, da alcuni mesi, sperimenta già 10 mila robot alla catena di montaggio e da agosto ha delocalizzato i prodotti di punta nelle nuove fabbriche di Zhengzhou, nello Henan, e a Chengdu. «I robot non si suicidano - ha commentato Lin Xinqi, direttore del dipartimento risorse umane della Renmin University of China - non rivendicano diritti e se gli ordini calano basta spegnerli». È l´ultima frontiera del miracolo cinese: addio Guangdong e addio operai, scocca l´ora dei robot di Chongqing.