FEDERICO RAMPINI , la Repubblica 22/11/2011, 22 novembre 2011
IL PERDONO DEL TACCHINO
Dostoevsky scrisse che la civiltà di una nazione può essere giudicata da come tratta i suoi prigionieri. È un criterio severo, dal quale pochi paesi escono con dei buoni voti. Gli Stati Uniti preferiscono essere giudicati da come trattano i propri tacchini? Dopodomani, Thanksgiving Day, assisteremo a una tradizionale scena che si ripete sotto tutti i presidenti: "Il perdono del tacchino". Un bipede pennuto verrà così salvato in extremis, restando in vita anziché finire nel forno e sulla tavola imbandita della Casa Bianca. Il perdono presidenziale del tacchino viene vissuto gioiosamente, fa parte del clima di Thanksgiving. Con qualche eccezione: i condannati alla pena capitale, detenuti nel "braccio della morte" dei penitenziari, devono vedere in quel rito una feroce caricatura della loro condizione. Così la pensa il filosofo Justin E.H. Smith. Secondo lui la metafora del tacchino rappresenta la condizione di quei condannati, la cui unica speranza di salvezza è affidata al gesto puramente arbitrario (e rarissimo) di un politico, solitamente il governatore di uno Stato. Smith si chiede come questo sia compatibile con il divieto costituzionale di "punizioni crudeli". Uno su cento, i graziati in extremis hanno né più né meno gli stessi diritti dei tacchini.