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 2011  novembre 21 Lunedì calendario

FUORICLASSE PER NATURA "L´IMPEGNO NON BASTA"

Addio sogni di gloria: Mozart si nasce e non si diventa. La notizia rischia di gettare nello sconforto legioni di genitori che spendono tempo (dei figli) e denaro (loro) nella speranza che il cucciolo o la cucciola possano un giorno emulare il genio: ma almeno renderà giustizia a quei poveretti costretti a sfiancarsi in ore e ore di lezioni. Uno scienziato ci aveva addirittura coniato una legge: la "regola delle 10mile ore".
K. Anders Ericcson aveva scoperto che in una scuola di provetti violinisti i più bravi alla fine risultavano quelli che avevano collezionato più di 10mile ore di pratica. Quelli che avevano accumulato "solo" 8mila ore figuravano al secondo posto: mentre gli sfaticati fermi a quota 5mila erano condannati alla bravura - per carità - ma senza eccellenza. Risultato: la pratica conta più del talento. Anche tu Einstein: basta volerlo.
E invece no. Dicono adesso David Z. Hambrick ed Elizabeth J. Meinz che il talento conta: eccome. Un gruppo di superpianisti è stato invitato a leggere senza preparazione una serie di spartiti. La prima parte dell´esperimento sembrava dare ragione alla legge delle 10mila ore: quelli che avevano più pratica alle spalle facevano meglio degli altri. Ma nella seconda parte ecco la sorpresa. Ta i migliori ancora meglio ha fatto chi possedeva maggiore working memory capacity": cioè la capacità di collezionare e processare dati nello stesso tempo. I pianisti con più "memoria attiva" sono infatti capaci di leggere - anticipandole - più note e più velocemente: sono insomma più bravi.
I due psicologi sanno benissimo che adesso passeranno per dei guastafeste. Nel breve saggio pubblicato dal New York Times riconoscono che la teoria secondo cui il talento è un lento apprendistato è più gradita in una civiltà - come la nostra e soprattutto quella americana - intrisa di meritocrazia. La coppia addita anche un paio di bestseller che hanno contribuito a popolarizzare l´ipotesi. E cioè "Fuoriclasse. Storia naturale del successo" di quel Malcolm Gladwell firma del New Yorker". E poi "The Social Animal" del columnist proprio del New York Times David Brooks. Ma le librerie di mezzo mondo sono invase da anni da manuali che invitano a mettere da parte il vecchio Quoziente d´Intelligenza e concentrarsi nell´esercizio: come "La trappola del talento: da Mozart a Tiger Woods è il duro lavoro a fare di te un genio" in cui Colvin Geoff per la verità sul secondo esempio casca male.
Non solo. In "The Talent Code" Daniel Coyle ci spiega che è tutto merito della "mielina" che fa girare i neuroni: e quindi una capacità innata visto che è prodotta da quella "materia bianca" di cui abbondava per esempio un certo Albert Einstein - che pure a scuola odiava la pratica. Mentre i filosofi ci spiegherebbero che la teoria del genio che si conquista è l´ultimo prodotto di quel pensiero che dal libero arbitrio di Agostino passando per la tabula rasa di John Locke arriva all´etica protestante in cui Max Weber individuò nel successo di sé lo spirito del capitalismo. E i biologi replicherebbero invece che la battaglia tra esercizio e talento è solo l´ultimo esempio del conflitto tra natura e cultura: geni si nasce o si diventa? Ecco, è proprio questa la domanda fondamentale: e non ci vuole un genio, né chissà che talento, per capire che purtroppo non ci riguarda.