PAOLO RUMIZ , la Repubblica 21/11/2011, 21 novembre 2011
TRIESTE SOGNA LA MITTELEUROPA "GRANDI COME CON L´IMPERO" - A NOVANT´ANNI
dalla Grande Guerra, Trieste "italianissima" torna a guardare all´Austria per uscire dal crescente isolamento politico e commerciale. A pochi mesi dalla nomina, il nuovo sindaco Roberto Cosolini, eletto per il centrosinistra, è corso a Vienna per incontrare il suo omologo socialista Michael Haupl, e mettere in cantiere una serie di iniziative comuni forti.
per cominciare sul piano della cultura. Era la prima volta che accadeva in forma così diretta e così "politica". Ed è stata un´intesa cordiale che vedrà frutti immediati: tra un anno una grande mostra viennese su "La città di Claudio Magris" e, nel 2014, una lunga stagione di festeggiamenti triestini dedicati all´ex capitale dell´impero, con incontri dedicati alla musica, l´architettura, la psicanalisi e il commercio.
In Austria era come se non aspettassero altro. È stata sufficiente la parola "Triest" ad aprire gli uffici della Rathaus, mobilitare la giunta viennese e costruire processi operativi in un clima di amicizia e rispetto reciproco resi più solidi dalla stima di cui gode anche a Vienna il nuovo premier italiano. Trieste (che è stata austriaca per oltre mezzo millennio, dal 1382 al 1918) è stata e rimane per i viennesi una città dell´anima, il posto familiare dove l´architettura centro-europea si affaccia sul Mediterraneo perduto. Buono il feeling fra i due Burgermeister, simili nel pragmatismo, nel gusto della tavola e nell´atteggiamento antipolitico, premessa di un rapporto duraturo con la metropoli che vanta il più alto tasso di vivibilità in Europa. I due hanno conversato per tre ore, costruendo un buon rapporto personale davanti a una portata di bollito con "roestli" e uno gnocco salisburghese ai mirtilli.
È stato a tutti gli effetti il ritorno sui binari di un rapporto antico che ha dato alla città due secoli di traffici e ricchezza grazie alla franchigia doganale (simile a quella di Amburgo) decisa nel 1719 dall´imperatore Carlo VI e grazie alla straordinaria rete di collegamenti via terra che l´Austria ha costruito alle spalle del porto. Un secolo fa Trieste aveva tre diverse linee per Vienna e vedeva la partenza di ben dodici treni al giorno nei due sensi. Nel 2011 è rimasta a Trieste una sola linea (le altre due sono usate solo dalla Slovenia) e l´ultimo treno diretto Trieste-Vienna è stato abolito nel 1994. È stato per sancire questo legame, ma anche per masticare fino in fondo l´isolamento dell´oggi che il sindaco triestino ha scelto di andare a Vienna in treno, affrontando otto ore e mezza di viaggio, uno sciopero Trenitalia e due cambi: uno a Udine con corriera sostitutiva e uno a Villach con l´Intercity del Semmering.
Leggere gli orari ferroviari del 1911 è deprimente se si pensa al binario morto in cui è ridotta oggi la città. Oltre che per Vienna, c´erano partenze per Fiume, Lubiana , Belgrado, Pola, Parenzo, Spalato, Ragusa (Dubrovnik), Mostar e infiniti altri luoghi. Con un solo cambio si arrivava a Praga e Cracovia in tempi non inferiori a quelli attuali. Oggi come direzioni attive sono rimaste solo Udine e Venezia: l´Italia dei collegamenti veloci finisce a Mestre, poi ti arrangi. Perfino trent´anni fa era meglio, senza Schengen e con la cortina di ferro di mezzo. Da Trieste andavi in "wagon lit" a Belgrado, Parigi, Genova, Roma. Oggi c´è solo un treno notturno squinternato per Lecce. Difficile dimenticare tutto questo.
A Trieste la rete marittima austriaca era altrettanto fitta. Cinquanta compagnie di navigazione e collegamenti per Gibilterra, Tangeri, Alessandria d´Egitto, Amburgo, New York, Anversa, Bordeaux, Bombay, Calcutta, Shanghai, Corfù, Istanbul, Kobe in Giappone, Liverpool, Marsiglia, Pireo, Rotterdam e persino Trebisonda. La città del Nordest che oggi conta poco o nulla persino all´interno della sua regione, era nientemeno che il baricentro di un impero, il capolinea del Mediterraneo, con decine di partenze settimanali per Istria, Dalmazia e oltre. Oggi, l´unico ferry con servizio passeggeri in funzione è quello per Durazzo, Albania, con sbarchi e imbarchi da terzo mondo e controlli doganali stile guerra fredda.
La memoria di quest´epoca è stata posta in ombra prima dal fascismo, poi dall´emergenza anti-comunista del secondo dopoguerra e infine da un´élite triestina che per proteggere le sue rendite di posizione ha lungamente coltivato rancori etno-nazionalisti, soprattutto anti-slavi. Ma dal 1918 il ricordo del tempo in cui i treni funzionavano, il porto era pieno di navi, la città era piena di slavi, tedeschi ed ebrei, e l´imperatore si rivolgeva "ai suoi popoli" in lingue diverse, non è mai morta nell´anima popolare della città. Il dialetto locale contiene ancora parole austriache, come Befell (ordine), Placato (manifesto) o Traiber (trafficante), segno di una diversità la cui consapevolezza cova sotto la cenere insieme al desiderio di una rinnovata autonomia stile-Amburgo, più che mai utile nel momento in cui l´Italia paga il conto della crisi.
«Come non partire da Vienna nella ricostruzione dei nostri rapporti col mondo che ci circonda?» ha detto Cosolini a Haupl. «Basta guardare alla nostra architettura, al nostro mare, alle nostre ferrovie, per capire che è quello il punto di riferimento obbligato». Ma non è solo nostalgia: è anche il rapporto con la città dell´oggi, quella dove le religioni e gli immigrati convivono meglio che altrove grazie a una politica culturale e della casa che non ha eguali in Europa.