FILIPPO CECCARELLI , la Repubblica 21/11/2011, 21 novembre 2011
UNA DOMENICA NORMALE NELLA NUOVA CASA
Svegliarsi per la prima volta a Palazzo Chigi, che già suona strano per un professore milanese vissuto all´estero. Ma non per questo rinunciare alla quiete di una domenica mattina come tutte le altre. Per cui ieri il presidente Monti ha esercitato il suo diritto-dovere alla normalità e uscito dalla sede del governo ha preso messa e poi sempre con la moglie se n´è andato alle Scuderie del Quirinale a vedere una mostra.
Biglietto pagato di tasca sua: come fanno tutti, e come non dovrebbe fare notizia - ma la fa. Oltre alla più lodevole e conveniente volontà di non arrecare disturbo alla popolazione con automobili blindate, sirene ululanti, scenografiche sgommate e fermate dei bus abrogate e/o sostituite da una labirintica moltitudine di transenne, andare ad abitare a Palazzo Chigi si configura per il presidente Monti come un messaggio politico, un gesto simbolico e anche un atto di coraggio personale. E in qualche modo pure famigliare, come potrebbe notare la signora Elsa dopo il sopralluogo in quei 300 metri quadri di vasta, scomoda e gelida accoglienza del potere.
Vero è che il governo non si dà una prospettiva temporale così estesa nel tempo, ma la scelta indica prima di tutto una ripristinata fiducia nei luoghi istituzionali; poi un chiaro sforzo di concentrarsi sul lavoro preservando la riservatezza dei processi decisionali senza colpevoli distrazioni né inutili chiacchiere e pericolose - e da questo punto di vista l´esperienza berlusconiana offre il più vasto campionario da evitare.
Su un altro piano, più opinabile nella sua ricaduta emblematica, è pure evidente che il raccoglimento logistico, la linea per così dire "casa & bottega" serve a compattare i segni dell´impegno e del comando senza sparpagliarli tra alberghi, ville, case e università. Quanto infine al sacrificio individuale e coniugale varrà giusto la pena di riflettere sulle parole che Flavia Prodi dedicò a quella fatidica porzione del terzo piano di Palazzo Chigi, per cui: "Abbiamo vissuto in un appartamento sostanzialmente assurdo - si legge in Insieme (San Paolo, 2005) - ricavato tra gli uffici e composto da un salotto, così grande da scoraggiarne un uso normale, una sala da pranzo e un piccolo studio alle cui pareti era appeso un dipinto del Domenichino: tutti arredati con gli antichi mobili dorati del patrimonio dello Stato; poi una sola, esageratamente grande, camera da letto". Quando le arrivavano i figli a Roma la signora Flavia, che non cessava di guardare atterrita la porta dietro cui erano in corso le affollatissime trattative sul costo del Lavoro, infilava una branda o due nello studiolo, sotto i bianchi corpi nudi e i paesaggi selvatici del Domenichino.
Detto questo, che già basterebbe, l´alloggio è quanto di meno tecnocratico e bocconiano si possa immaginare in un palazzo che nel corso dei secoli, dai principi Chigi fino al Berlusconi quater, ha visto distillare veleni, impagliare uccelli, perdere fortune con le carte da gioco e che perfino si è trovato ad ospitare, diversi secoli prima dei trastulli del Cavaliere, un sistema integrato di garconniere, una delle quali con ampio specchio e opportuna ricaduta voyeuristica tipo Grande Fratello, però ante litteram. Come quasi tutto a Roma, l´odierna sede del governo appare agognata e al tempo stesso sporchissima, non per caso l´entrata della foresteria trovandosi prossima a un certo vicolo dello Sdrucciolo, così detto nelle guide "perché in pendio e mal pavimentato, e reso ancora più pericoloso dalla lordura e dal fango che lo rendevano sdrucciolevole".
Ma la toponomastica non ha mai impedito a diversi presidenti di fare buon viso a cattivo gioco. In teoria l´appartamento esiste dal 1961, ma solo nel 1982 dopo una prima tornata di lavori ci andò a vivere per qualche mese Fanfani, con un pianoforte a coda portato lì da Maria Pia, che faceva yoga sul terrazzo. Poi una lunga interruzione abitativa.
Se ne riparlò con il primo Berlusconi, ma per dire che gli faceva "schifo". Ciò nondimeno il Cavaliere lo fece ristrutturare, pare di tasca sua (due miliardi di lire, come prontamente rinfacciò in uscita), pure collocandovi camionate di fiori, addobbi, damaschi, suppellettili, porcellane e altre vane meraviglie. Del gradimento prodiano s´è detto. Mentre del presidente D´Alema varrà la pena di segnalare che all´insegna della gastrocrazia, proprio in quelle sale stabilì di sciogliere le briglie all´immaginazione di Vissani per far colpo sui potenti somministrandogli antipasto di gamberoni rossi con lasagnette al cacao, per dire. Quando il Cavaliere ritornò non aveva certo cambiato idea su quel luogo para-istituzionale; e nemmeno Prodi e la Flavia che tuttavia, com´è nel loro carattere, strenuamente si ostinarono ad alloggiare lì facendo di necessità virtù.
Il terzo rilancio del Cavaliere coincide con la stagione della sua irrefrenabile deriva imperiale. Tra i vari inconvenienti, tale smania si esplicitò nel richiedere e prontamente ottenere in prestito dal museo delle Terme alcune statue romane che il presidente Monti, appena arrivato, ha deciso di rispedire al mittente. Soprattutto un enorme blocco marmoreo che raffigurava Marte e Venere, gettonatissimo abbinamento mitologico, ma anche di attuale rilievo se si considera che le leadership del telepopulismo ondeggiano tra guerra e seduzione, combattimento e love-story.
Resta solo da dire che al dio guerriero il tempo aveva inferto la più triste mutilazione e di questo trovò il tempo per occuparsi il presidente del Consiglio ordinando e facendo realizzare, prima della visita di Medvedev, un costoso restauro sostitutivo a base di calamite. Anche su questo può dunque meditare il nuovo inquilino di palazzo Chigi, con la più viva speranza che la tecnocrazia sia più munita rispetto ai giramenti di testa e non solo che il potere infligge alle sue stesse residenze.