Giordano Tedoldi, Libero 22/11/2011, 22 novembre 2011
TUTTA LA POESIA NASCE DALLE DISGRAZIE
Le discussioni letterarie sono un’eterna “ora del dilettante”. Si fanno i giochi di società sui 50 libri che ci sono piaciuti di più o sugli scrittori sopravvalutati e sembra una cosa seria. Meglio rivolgersi alla voce di Jorge Luis Borges 85enne, le cui osservazioni sono raccolte nel libro Reencuentro. Dialoghi inediti (Bompiani,pp. 250, euro 10,90) che contiene le sue interviste radiofoniche, inedite in Italia, con il giornalista Osvaldo Ferrari.
Il dilettante ripete che per scrivere libri non serve l’ispirazione, ferrovecchio romantico rimpiazzato dal corso di scrittura in dvd. E Borges: «Quando scrivo qualcosa è perché ho ricevuto qualcosa. Questo significa che credo, molto umilmente, nell’ispirazione. Cioè credo che tutti gli scrittori siano amanuensi. Un amanuense di non si sa chi, di non si sa cosa. Possiamo credere, come credevano gli ebrei, al ruaj, allo spirito; o alla musa, come credevano i Greci, o alla “grande memoria”, in cui credeva il poeta irlandese William Butler Yeats».
Colpi ai realisti
Il dilettante aggiunge che bisogna divertire il lettore, e per farlo bisogna essere positivi, felici. E Borges, parlando della sua infermità: «Devo pensare che la cecità sia come tutto ciò che ci capita, un dono. E infatti sappiamo già che le disgrazie sono un dono, visto che dalle disgrazie sono nate le tragedie, e poi forse... tutta la poesia. Non so se la felicità sarebbe utile in questo senso; la felicità è un fine di per se stessa, al contrario la disgrazia non lo è. Il dovere di un artista, di qualunque artista – magari fossi un musicista, o un pittore, come mia sorella, ma no, io sono uno scrittore – è trasmutare le cose che succedono in qualcosa di diverso». E in questa “trasmutazione” viene assestato anche un colpetto ai petulanti cantori del realismo hard core, per i quali una storia ben congegnata ma fantastica è inferiore a un reportage alla pizzeria “da Totò” sotto casa.
Il dilettante poi ama parlare bene o male (a volte entrambe le cose allo stesso tempo) di opere enigmatiche come l’Ulisse di Joyce, ma mai confesserebbe di non averlo letto. Borges lo fa: «Si pensa che quel libro sia una specie di microcosmo, no?, e che abbraccia l’intero mondo... anche se ovviamente è piuttosto lungo, credo che nessuno lo abbia letto. Molti lo hanno analizzato. Mentre per quanto riguarda l’aver letto il libro da cima a fondo, non so se qualcuno lo abbia fatto». Il dilettante ama parlare di «forme del romanzo», «struttura». Borges rivendica il principio screditato dell’unità dell’opera: «È lo stesso caso di Don Chisciotte. Dove non pensiamo ai singoli capitoli, e meno ancora alle singole pagine, ma piuttosto a ciò che resta una volta chiuso il libro. C’è qualcosa che rimane, ed è un’immagine, e quell’immagine è ciò che si ricorda più chiaramente». E l’immagine «può prescindere dal libro».
Altra abitudine del dilettante consiste nel digerire lo Zingarelli prima di scrivere. Sentite il maestro Borges: «Ora cullo questa modesta ambizione: voglio essere leggibile. E anche se i miei racconti sono complessi – ma nel mondo non esiste nulla che non sia complesso – posto che il mondo è inspiegabile, cerco di fare in modo che quello che scrivo sembri semplice, e prendo una precauzione fondamentale: cerco di evitare le parole che potrebbero spingere il lettore a cercarle in un dizionario. In questo senso mi oppongo a tutte le nostre abitudini linguistiche attuali: ad esempio, “metodologia” invece di “metodo”, “ricercare” invece che “cercare”, “tematica” invece di “tema”. In sostanza si cerca sempre l’uso di termini più lunghi, ma non io, io cerco di usare parole semplici, inoltre voglio raccontare la storia facendo sì che alla fine il lettore si chieda: e adesso? Per me è questo l’importante; occorre pensare a un testo che gli risulti, diciamo, interessante».
La forza dei Vangeli
Infine lo scrittore dilettante ama dire che la sua letteratura si ispira a qualunque cosa fuorché a un libro. Si ispira ai Simpsons, alle serie americane, al cinema porno, alla finale di Wimbledon. Ogni giorno il romanzo muore e rinasce sotto forma di nuova fesseria. Borges, invece, attinge ai Vangeli: «Ora, non so se ci ha fatto caso, ma Cristo è anche, tra tante altre cose, uno stile letterario. Può leggere Il Paradiso perduto e Il Paradiso ritrovato, di Milton e, come afferma Pope, ci sono il Padre e il Figlio che dibattono come due scolastici; eppure lo stile di Cristo è uno stile straordinario. Basti pensare che per secoli gli scrittori hanno cercato metafore; più recentemente ricorderei Lugones, Gongora, ma ne potremmo menzionarne molti altri. Ma nessuno ha trovato immagini tanto straordinarie come quella di Cristo; immagini che dopo duemila anni continuino ad essere così stupefacenti. Ad esempio: “Gettare perle ai porci”; come siamo arrivati a un’espressione simile? Nella maggior parte delle frasi fatte si pensa che siano il punto di arrivo di una serie di variazioni; ma gettare perle ai porci è un’immagine che continua a mantenere la sua efficacia senza però essere spiegabile o anche solo logica».
Giordano Tedoldi