Aldo A. Mola, Italia Oggi 22/11/2011, 22 novembre 2011
Biografia di Luigi Menabrea
Fu il primo “governo tecnico” a imporre agli italiani la tassa sulla macinazione delle farine, la più odiata e la più necessaria per salvare l’Italia neonata dalla bancarotta e dalla frantumazione.
Era il 1867. La rivolta esplose e fu domata. Presidente del Consiglio era il generale Luigi Federico Menabrea (Chambéry, 1809-1892).
I governi tecnici non sono affatto una novità. Certe crisi li impongono. Il 30 ottobre 1922 Vittorio Emanuele III incaricò Benito Mussolini non come politico, ma proprio come «tecnico del consenso e della rivoluzione», come sapeva Lenin: era l’unico in grado di svuotare la pericolosità del fascismo e di attuare il risanamento finanziario. Infatti, si circondò di ministri che non rappresentavano forze politiche, ma erano «tecnici» accomunati dalla condivisione della Grande Guerra.
Un altro precedente di governo extrapartitico fu appunto quello di Menabrea, nato il 27 ottobre 1867 per decisione di Vittorio Emanuele II. L’Italia era lacerata dalla seconda spedizione di Giuseppe Garibaldi contro Pio IX: un colpo di testa che il presidente del Consiglio, Urbano Rattazzi, non aveva né impedito né aiutato.
Menabrea era un savoiardo, monarchico, cattolico e militare tutto d’un pezzo. Ingegnere idraulico e architetto, ufficiale di Stato maggiore dal 1843, docente di costruzione e geometria all’Università di Torino, nel 1848 fu eletto deputato. Primo ufficiale del ministero della Guerra, ebbe incarichi internazionali prestigiosi. Ministro della Marina dal 1861, ripensò il futuro della nuova Italia nel Mediterraneo; poi ai Lavori pubblici, varò le grandi infrastrutture.
Plenipotenziario alla conferenza di pace di Vienna che nel 1866 assicurò Venezia all’Italia, il 30 dicembre 1866 ascese a primo aiutante del re, il quale nell’ottobre 1867 lo volle primo ministro di un governo snello, comprendente all’Interno Filippo Gualterio, ministro della Real Casa, alle Finanze il toscano Luigi Cambray-Digny e all’istruzione Emilio Broglio.
Sembrava dovesse durare poco, invece superò due crisi e con pochi cambiamenti resse sino al dicembre 1869: pochi giorni dopo l’inizio del Concilio ecumenico Vaticano I. In quei due anni Menabrea introdusse la odiatissima tassa sulla macinazione delle farine, equivalente a quella oggi in vigore sui carburanti, e la cessione del redditizio monopolio dei tabacchi a una società privata che anticipò allo Stato una enorme somma, agguantò vasti profitti e generò uno scandalo, completo di attentato alla vita del deputato garibaldino e massone Cristiano Lobbia.
All’insediamento Menabrea dichiarò di non volere un pateracchio, ma due partiti chiaramente distinti, uno «del movimento e dell’impazienza», l’altro «dell’ordine interno, del riordinamento dello Stato e della prudenza»: il suo. Superò moti popolari e polemiche giornalistiche. Menabrea guardò il Bel Paese dalle vette alpine, dai mari, dal confronto con gli Stati esteri esplorati di persona.
Le sue dimissioni coincisero con una grave malattia del re e con il ritorno al potere del vecchio Piemonte di Giovanni Lanza e Quintino Sella.
La Destra storica lo criticò, ma ne seguì le orme: tasse e imposte, come ricorda Gianni Marongiu nell’ottimo studio sulla Politica fiscale dell’Italia liberale dall’unità alla crisi di fine secolo (ed. Olschki), che spazza via la leggenda della separazione tra tecnici e politici. Gli uni e gli altri alle spalle avevano la Monarchia e la collocazione dell’Italia nella comunità internazionale, faticosamente raggiunta proprio nel 1867: sette anni dopo la proclamazione del regno. A confronto dei problemi che essi seppero superare, gli attuali sono piccola cosa.