Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  novembre 22 Martedì calendario

LA PATRIMONIALE È UN AUTOGOL


La bocciatura è venuta da chi meno te l’aspetti. È stato proprio l’ex ministro delle Finanze, Vincenzo Visco, l’uomo-simbolo delle tasse del governo di Romano Prodi del 2006, a intonare il de profundis sulla patrimoniale. Visco, a cui non difetta onestà intellettuale, in un’intervista al Corriere della Sera ieri ha spiegato che tutto potrà servire a Monti per mettere in sicurezza i conti pubblici italiani e iniziare a ridurre il debito, meno che la conclamata patrimoniale sui presunti ricconi: «È una proposta avanzata dal Pd e dai sindacati, ma ha un significato più politico che di gettito. In Francia, dopo le modifiche fatte da Sarkozy, il gettito si è addirittura ridotto. Non risolve i problemi di bilancio». Qualche perplessità Visco nutre perfino sull’Ici, ammettendo che «si può intervenire in modo da adeguare la tassazione a livello europeo », lasciando però «un’agevolazione o perfino l’esclusione delle prime case di basso valore, differenziate Comune per Comune». L’intervento di Visco – che è un tecnico vero del fisco italiano ha un certo peso alla vigilia dei primi passi del governo guidato da un professore che conosce assai bene gli studi teorici comparativi fra i paesi dell’area dell’euro, ma assai meno è pratico della base imponibile degli italiani. Perché a sventolare bandiere sono buoni sia Bersani che Camusso, ma è vero che con le bandiere non si riempiono le casse dello Stato. E sbagliare oggi una mossa di finanza pubblica significherebbe gettare l’Italia in pasto alla speculazione.
Non è un caso se la patrimoniale oggi va tanto di moda fra professoroni e teorici, e assai meno fra chi conosce a fondo la macchina fiscale. Perché è vero che le statistiche di raffronto fra Italia e altri paesi Ue dicono che le imposte sul patrimonio erano assai alte fino al 1995 quando l’Italia era in vetta all’Europa, poi sono calate bruscamente fino al 2001, passando dal9,7%al 6% del Pil per scendere ancora al 5,8% del Pil nel 2008 con il doppio intervento di riduzione dell’Ici. Però nelle statistiche il raffronto è poco omogeneo, perché sono molte le tasse in Italia che non vengono considerate sul patrimonio, mentre in altri paesi sì (un esempio per tutti la tassa sui rifiuti, che in Francia è compresa nella tassazione sugli immobili). Il livello della pressione fiscale complessiva in Italia è di molto superiore ad altri paesi, e non è semplice trovare strumenti fiscali per riequilibrare la disparità che esiste fra i pochi che hanno molto e i molti che hanno poco.
La Banca d’Italia pubblica ad esempio numerose indagini sui patrimoni delle famiglie italiane. C’è quella sulla ricchezza delle famiglie, c’è quella sui bilanci delle famiglie e ci sono i dati statistici più aggiornati sulla ricchezza finanziaria delle famiglie. I dati spesso sono dissonanti, ma a grandi linee si capisce che un intervento fiscale equo non è facilissimo. Vediamo i dati. La ricchezza delle famiglie italiane ammonta a 9.448 miliardi di euro. Siccome ci sono 860 miliardi di passività (mutui casa e prestiti vari), la ricchezza netta è di circa 8.600 miliardi di euro. Di questa la maggiore parte (4.823 miliardi) è nel mattone. La stragrande maggioranza degli italiani possiede una casa. Ad abitare in casa di proprietà è il 68,7% delle famiglie italiane (il 21,4% è in affitto e il 9,3% occupa una casa in modo gratuito per vari motivi). È un indicatore di ricchezza, ma solo fino a un certo punto. Perché il 72,7% dei proprietari ha casa in un comune con meno di 20 mila abitanti e il valore del suo mattone non è certo altissimo: 1.686 euro a metro quadrato. Attenzione, dunque, perché la tassazione deve tenere conto di questa ricchezza, e non delle bandiere sventolate. In più solo il 17,3% delle famiglie italiane abita in più di 120 mq: il valore medio della abitazione posseduta è di 212.979 euro, e su parte di questo valore insistono mutui bancari.
Ci sono poi le attività finanziarie delle famiglie. Nel 2010 ammontavano a 3.644 miliardi di euro lordi a fronte di 921,8 miliardi di passività. Nette sono quindi circa 2.700 miliardi. Di questa somma circa 1.100 miliardi sono di depositi e conti correnti bancari o postali. Circa 700 miliardi sono impiegati in riserve tecniche di assicurazione su cui è assai rischioso aumentare la pressione fiscale. Non resta moltissimo, e su quel che resta è già stata elevata (esclusi 196 miliardi di titoli di Stato) la tassazione sui capital gains dal 12,5 al 20%.
Il quadro è chiaro: non c’è base imponibile per fare grandi calcoli sulla patrimoniale. Darebbe introiti non particolarmente consistenti e anche sotto il profilo dell’equità lascia molte perplessità. Perché certamente la patrimoniale colpisce la formica e non la cicala. Colpisce certamente il capo famiglia con reddito dichiarato (e già tassato), risparmio accumulato ( e già tassato) con grandi sacrifici, investimenti poco alla volta fatti per lasciare magari una casa per ciascun figlio. E non sfiora nemmeno chi i soldi se li è spesi in Italia o all’estero tutta la vita in donne, champagne e viaggi…

Franco Bechis