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 2011  novembre 14 Lunedì calendario

Anno VIII – Trecentonovantanovesima settimana Dal 7 al 14 novembre 2011Berlusconi è fuori da palazzo Chigi, e Mario Monti sta per entrarvi

Anno VIII – Trecentonovantanovesima settimana
Dal 7 al 14 novembre 2011

Berlusconi è fuori da palazzo Chigi, e Mario Monti sta per entrarvi. Per raccontare ordinatamente questi straordinari traslochi, sarà meglio procedere con una ricostruzione giorno per giorno.

Domenica 6, notte Nel corso di un vertice a palazzo Grazioli, i maggiorenti del Pdl convincono Berlusconi che è il momento di dimettersi e governare la successione. Persino Verdini spiega che i numeri non ci sono più. Il premier sembra persuaso, al punto che Franco Bechis (vicedirettore del quotidiano berlusconiano “Libero”), Giuliano Ferrara e Cirino Pomicino – che ha traghettato gli ultimi pdiellini nell’Udc – annunciano che per le dimissioni è questione di ore se non di minuti. Invece Berlusconi va a Milano, si consulta con i figli, con Fedele Confalonieri e con l’avvocato Ghedini, e subito dopo ripete il suo mantra: «Da dove escono queste notizie? Io non mi dimetterò mai». In famiglia gli hanno spiegato che le aziende non sono prive di problemi e che è meglio vendere la pelle a caro prezzo. La Lega gli chiede di fare un passo “di lato” e permettere la formazione di un governo Alfano, con la stessa maggioranza.

Lunedì 7 Il piano di Berlusconi è di ottenere una fiducia al Senato e solo dopo, eventualmente, di andar sotto alla Camera. In questo modo si dimostrerebbe – secondo lui – che non esiste maggioranza alternativa alla sua e che in caso di caduta non vi potrebbero esservi che le elezioni anticipate. Anche se i sondaggi lo dànno ampiamente perdente, il Cav sa che le elezioni a gennaio o a febbraio gli permetterebbero almeno di tenere in pugno il centro-destra, di fare il capo dell’opposizione e in caso di nuove elezioni nel 2015 o nel 2016 di candidarsi di nuovo, benché ottantenne, a palazzo Chigi. Resistere diciotto mesi senza vedere il partito andare in pezzi e il centro-destra riorganizzato intorno ad altri leader gli pare chimerico.

Martedì 8 Alle quattro del pomeriggio si riunisce la Camera per votare il Rendiconto generale dello Stato già bocciato inopinatamente un mese fa. Non è in realtà una legge che si possa respingere, si tratta di un atto dovuto imposto dalla Costituzione. Le opposizioni scelgono quindi questa tattica: non saranno presenti in aula e in questo modo la legge sarà approvata con i soli voti di Lega e Pdl. Si vedrà così che gli assenti sono maggioranza e che Bossi e Berlusconi sono di conseguenza minoranza in Parlamento. Infatti la legge passa con 308 voti, un astenuto e 321 assenti. Berlusconi assiste alla catastrofe riempiendo di appunti un foglietto (è stato fotografato: vi si leggono le parole «ribaltone», «voto», «Presidente della Repubblica», «una soluzione», «308, -8 traditori»), poi facendosi consegnare il tabulato delle votazioni per leggere i nomi degli undici voltagabbana, infine rassegnandosi a salire al Quirinale. Sono le 18.30. Alla fine del colloquio, lungo un’ora, Napolitano annuncia che Berlusconi si dimetterà non appena sarà approvata la legge di stabilità attesa dai mercati.

Mercoledì 9 L’Europa è convinta che Berlusconi, inventore adesso anche delle dimissioni-futures, la tirerà per le lunghissime prima di togliersi di mezzo e così le Borse precipitano (Milano -3,78) e lo spread tra Btp e Bund tocca quota 575, superando ampiamente la soglia fatidica del 7%. Però i titoli Mediaset, già sotto di un paio di punti ieri, perdono addirittura il 12 per cento, e questo significa che il Cavaliere ci ha rimesso in due giorni circa 400 milioni. Dalla famiglia parte quindi un contrordine: favorire la rapida nascita di un governo che tranquillizzi l’Europa e faccia risalire le quotazioni. Confalonieri avverte Berlusconi che l’impero non reggerebbe un’altra giornata così. Il fido Ennio Doris (che ha Berlusconi socio in Mediolanum) è d’accordo. I numeri della Borsa consigliano alle forze politiche di approvare al più presto la legge di stabilità e infatti si trova un accordo per vararla venerdì al Senato e sabato alla Camera. Il vero colpo di scena avviene alle sette di sera: il Quirinale comunica che Napolitano ha nominato senatore a vita il professor Mario Monti, economista. L’antifona è chiarissima: appena Berlusconi si sarà dimesso, il presidente darà a Monti l’incarico di formare un nuovo governo.

Giovedì 10 Monti viene di corsa a Roma, da Berlino dove si trovava per un convegno, la moglie Elsa gli porta le valigie da Milano, naturalmente non rilascia dichiarazioni, intanto i giornali si scatenano nelle supposizioni: farà un governo di dodici ministri soltanto (il minimo), presenterà la lista già domenica sera, Tabellini all’Economia, Amato agli Esteri, eccetera eccetera. Intanto nel Pdl si forma, minoritario ma assordante, un nucleo di resistenza alla piega che stanno prendendo le cose. Lo capeggiano Ferrara, Feltri, Sallusti, la Santanché, Rotondi. Dicono che Monti è l’espressione delle tecnocrazie franco-tedesche che pretendono dalle banche italiane una forte ricapitalizzazione, mentre tengono al riparo le banche loro. Un’espressione nuova: «Il debito italiano è sotto attacco». Siamo dunque in guerra con la Francia e la Germania e gli spread rappresentano i carri armati degli invasori. Non bisogna accettare il governo Monti, che non ha legittimazione popolare, - dicono - bisogna andare alle elezioni subito. Alcuni pronunciano le parole: “colpo di stato”. È un’analisi che ha una sua parte di verità, ma che non tiene conto dei tempi, dei mercati e dell’enorme quantità di forza politica sprecata da Berlusconi. Il Sole 24 Ore è uscito con un titolo a caratteri enormi, da giornale della sera, fatto di due sole parole: «Fate presto».

Venerdì 11 Il Senato approva la legge di stabilità, il neo senatore a vita Mario Monti si fa vedere a palazzo Madama, il Pdl è dilaniato dalle due fazioni: quelle che vogliono render la vita difficile a Monti o farlo addirittura fallire (gli ex di An tra cui spicca La Russa, gli ex socialisti tra cui spicca Sacconi) e quelli che lo appoggiano quasi senza condizioni (tra questi è in prima fila Frattini). L’Udc è il partito più disponibile. Casini dice: «Monti faccia quello che vuole, noi lo appoggeremo». Andranno certamente all’opposizione la Lega e Di Pietro, il Pd appoggia quasi senza riserve. Ma dice no a un ingresso di Gianni Letta nell’esecutivo e ha un suo tarlo interiore. Se il tentativo dovesse fallire, si andrebbe alle elezioni e certamente si formerebbe un cartello per riproporre Monti. Il Pd non potrebbe non farne parte, ma: e la leadership di Bersani? Inoltre: può seriamente un partito di sinistra accettare come programma di governo la lettera dello scorso agosto della Bce firmata da Trichet e Draghi? Gli eredi del Pci si trasformerebbero dunque in reggicoda delle banche…?

Sabato 12 La Camera approva la legge di stabilità e Berlusconi va a dimettersi da Napolitano. Sono circa le 21.45. Lo accoglie una piccola folla ostile, sia all’uscita di via del Plebiscito sia all’arrivo al Quirinale. Il presidente con un comunicato sancisce la caduta e annuncia le consultazioni per domani. Si concluderanno entro le 18, un iter rapidissimo, specie se confrontato con i riti del passato. È chiaro che domani sera il professor Monti riceverà l’incarico. Per strada piccoli gruppi fanno festa in nome di una pretesa «liberazione». Il Cav ha pranzato con Monti che gli ha respinto tutte le richieste (tra cui soprattutto Gianni Letta al governo e niente patrimoniale). Lo studio degli articoli scritti da Monti sul Corriere della Sera e di qualche rara intervista fanno scoprire che l’uomo è un forte trattativista, grazie all’educazione ricevuta dai gesuiti, è cattolico e infatti la Chiesa, anche attraverso Casini, lo sta fortemente sostenendo, è sensibile all’equità sociale, detesta gli aiuti di stato, ha svariate volte parlato in favore del merito e dello sviluppo e contro i privilegi in cui è invischiata la società italiana, non si fa spaventare facilmente: quando era commissario alla Concorrenza ha guerreggiato con General Electric (perdendo) e con Microsoft (vincendo).

Domenica 13 Finite le consultazioni, Monti riceve l’incarico. Spiega ai giornalisti che non farà il governo in due ore e che le illazioni sui ministri fatte dai giornali sono pura fantasia. Consulterà i partiti e rispetterà il Parlamento e le forze politiche che vi sono rappresentate. «I nostri sforzi saranno indirizzati a risanare la crisi finanziaria e a riprendere il cammino della crescita in un quadro di accresciuta attenzione all’equità sociale». C’è anche un messaggio di Berlusconi, a cui sanguina il cuore per i fischi e le contestazioni della sera prima. Il Cav, affannato e visibilmente stanco (gira da tre giorni con 39 di febbre), rivendica i successi del suo governo e fa capire che non ha intenzione di ritirarsi. Il Pdl vorrebbe che Monti si limitasse a varare i provvedimenti necessari a realizzare la “lettera d’intenti” spedita dal centro-destra all’Europa, e che poi si ritirasse. Vorrebbe anche che Monti e i ministri del suo governo si impegnassero a non presentarsi alle prossime elezioni. Tutte richieste che il presidente incaricato non prende neanche in considerazione. Non c’è più una questione Letta. Lui stesso si è fatto da parte con questa bella frase: «Non voglio diventare un caso, non voglio essere un problema e soprattutto non voglio trasformarmi in un pretesto». Di Pietro ha ammorbidito le sue posizioni: voterà la fiducia e poi deciderà caso per caso. Idem la Lega: andrà di certo all’opposizione, ma poi – dice Bossi – deciderà anche lui caso per caso.

Lunedì 14 Intorno a mezzogiorno, lo spread è sceso a quota 456, piazza Affari guadagna un punto e mezzo, il Tesoro piazza i Btp quinquennali al 6,29%, il rendimento più alto dal 1997. La strada per uscire dal tunnel è ancora molto lunga.