Giornali vari, 7 novembre 2011
Anno VIII – Trecentonovantottesima settimana Dal 29 ottobre al 7 novembre 2011Mentre scriviamo il differenziale tra Btp italiani e Bund tedeschi è a 490 punti, il governo Berlusconi sta vivendo l’ultima fase della sua lunga agonia, la pioggia batte incessantemente sul Paese, un diluvio che c’è costato finora più di venti morti e centinaia di sfollati
Anno VIII – Trecentonovantottesima settimana
Dal 29 ottobre al 7 novembre 2011
Mentre scriviamo il differenziale tra Btp italiani e Bund tedeschi è a 490 punti, il governo Berlusconi sta vivendo l’ultima fase della sua lunga agonia, la pioggia batte incessantemente sul Paese, un diluvio che c’è costato finora più di venti morti e centinaia di sfollati.
Crisi A Cannes, dove si sono riuniti i 20 potenti della Terra (G20), Berlusconi è stato costretto, alla fine di una notte di tregenda, ad accettare la tutela sull’Italia del Fondo Monetario Internazionale. L’Italia l’anno prossimo dovrà raccogliere sui mercati 400 miliardi di euro e paga ormai quasi il 7 per cento d’interesse a chi glieli presta. È in pratica già fuori mercato e per salvarsi deve trovare soldi a minor prezzo. Chi può prestarglieli? Per ora quasi solo il Fondo Monetario Internazionale, arricchito per l’occasione da una decina di miliardi russi e brasiliani e da un centinaio di miliardi cinesi (forse). L’Italia avrebbe già diritto a una linea di credito da 44 miliardi, pari a cinque volte il contributo con cui partecipa al Fondo. E, entro un anno, a un’altra ottantina di miliardi. Ma il Fmi è pronto ad aprire nuove linee di credito, perché il fallimento del Belpaese avrebbe conseguenze inimmaginabili su tutta la finanza del Pianeta. Solo che, per prender soldi, gli italiani devono rassegnarsi ad esser messi sotto tutela: ispettori del Fondo Monetario sono attesi in Italia già questa settimana e si sa per esperienza che le ricette salvastati di questi signori, guidati oggi dalla francese Christine Lagarde (prima c’era Strauss-Khan, quello messo nei guai dalla cameriera nera dell’hotel Sofitel di Manhattan), prevedono soprattutto tagli di spesa pubblica e vendita del patrimonio statale, fino alla pretesa di cedere quote di aziende primarie, tipo Eni o Enel. Berlusconi ha poi finto che la tutela del Fmi sia stata chiesta da lui, nello stesso spirito con cui una società commerciale si fa certificare il bilancio per tranquillizzare fornitori, clienti ed eventuali futuri soci. Si tratta però solo di belletto spalmato sulla faccia di un governo alla frutta. Draghi s’è insediato intanto al vertice della Bce e come prima mossa ha ridotto il tasso di sconto di uno 0,25, da 1,5 a 1,25.
Grecia Il primo ministro greco Papandreou ha comunicato all’inizio della settimana di voler sottoporre a referendum gli aiuti decisi dalla Ue e, in definitiva, la permanenza del suo paese nell’area euro. La reazione furibonda di Merkel e Sarkozy, certi di una bocciatura del piano con conseguente default greco e perdita per le banche anglo-francesi del cento per cento dei crediti di Atene, lo ha indotto a cambiare idea. Disdetto il referendum, ha concordato con l’opposizione di centro-destra la sua uscita di scena e la formazione di un governo di unità nazionale. S’è poi dimesso lasciando il posto a un banchiere, l’ex vicepresidente della Bce Lucas Papadimos. Il Paese andrà alle urne il prossimo 19 febbraio.
Berlusconi È in atto una fuga di peones dal Pdl. Scrivendo lettere, chiedendo passi indietro, passando direttamente all’Udc o tentando la formazione dell’ennesimo gruppo responsabile o irresponsabile, sono fuori o quasi fuori dalla maggioranza gli onorevoli Roberto Antonione, Pippo Gianni, Antonino Milo, Giancarlo Pittelli, Alessio Bonciani, Ida D’Ippolito, Francesco Stagno D’Alcontres, Giustina Destro, Fabio Gava, Luciano Sardelli, Calogero Mannino, Santo Versace. Il colpo di grazia lo ha forse dato Gabriella Carlucci, stellina berlusconiana come pochi altri e che invece domenica sera ha annunciato il suo passaggio all’Udc (volendo sempre bene a Berlusconi). In una dichiarazione uscita sui giornali di lunedì mattina, il ministro Maroni ha dichiarato: «È finita. Non si può continuare così». Lo stesso Verdini, che ha tenuto magistralmente il pallottiere fino ad oggi, è andato dal Cavaliere, facendosi spalleggiare da Letta e Alfano, per spiegargli che non ci sono più i numeri, nella migliore delle ipotesi maggioranza e opposizione stanno 314 a 314, nell’ipotesi più credibile il Pdl sta sotto 310 e dunque è destinato a esser battuto al primo voto. Il consiglio è stato: se vai a dimetterti, puoi governare la successione; se cadi in Parlamento, lo stesso Pdl andrà in mille pezzi e non avrai più carte da giocare. Berlusconi però non ci crede, non ci sente e continua a dire che non si dimetterà mai.
Successione Il resto del mondo politico, però, si muove già in funzione del dopo. È una partita complicatissima. Casini, che sembra al centro di tutti i giochi, vuole uscirne con un governo in cui ci siano nello stesso tempo il Pd e il Pdl, schieramento che gli darebbe parecchie chances nella conquista del Quirinale l’anno prossimo. E, in più, una nuova legge elettorale su base proporzionale. Ha quindi bocciato l’idea di un governo Gianni Letta, che terrebbe fuori Bersani. L’ipotesi del governissimo con tutti dentro non dispiace alla Lega, che starebbe un anno all’opposizione tentando di rimettere insieme i cocci di un predominio nordista in forte crisi da maggio. Bossi però vuole votare con la legge attuale, che gli consentirebbe le epurazioni necessarie a tenere in sella se stesso e soprattutto i figli. Bersani punta invece al voto immediato: incasserebbe il vantaggio di dieci punti sul centro-destra che gli accreditano tutti i sondaggi e non darebbe il tempo alla nuova stella Matteo Renzi di organizzarsi per la scalata al vertice del Pd (e a Palazzo Chigi). Ma sulle elezioni anticipate pesa il dubbio europeo: Merkel e Sarkozy sanno bene che un esecutivo di centro-sinistra farebbe poco o niente nel senso voluto dalla comunità internazionale e dai nostri nuovi tutori del Fmi. Meglio per loro un governo di tecnocrati, guidato da Mario Monti e capace, perché privo di ambizioni elettorali, di fare il lavoro sporco (cioè le riforme impopolari di cui abbiamo bisogno). Il quadro è comunque in grande movimento, con aggiustamenti quasi ora per ora. E su tutto pesa gravemente l’incognita della crisi.
Alluvione Il Po è gonfio da far paura e gli ultimi dispersi da maltempo vengono segnalati a Matera: a parte Friuli, Marche e Trentino, tutta l’Italia è dunque allagata dalla pioggia e quasi ovunque risultano evidenti le incurie, le inefficienze, le dimenticanze, le scemenze compiute da sindaci di tutte le parti politiche in ogni zona del Paese. La politica del territorio è per definizione in mano agli amministratori locali, tant’è vero che il tentativo di Berlusconi di legiferare sull’edilizia suscitò una orgogliosa impennata da parte delle Regioni: quelle materie spettano a noi! Gli amministratori adesso stanno invece zitti e la Marta Vincenzi sindaco di Genova, che ha tenuto le scuole aperte e reso possibili così almeno quattro morti, ha prima tentato di respingere da sé ogni colpa, poi, sommersa dalle grida della folla, ha dichiarato «porterò questo disastro sulla coscienza, la responsabilità ce la prendiamo tutti e io per prima», assicurando però che non si sarebbe dimessa, «in questo momento». In realtà sono complici nel dissesto del territorio gli stessi cittadini italiani, i quali costruiscono prime o seconde case fin sull’argine dei fiumi e se qualcuno s’azzarda a buttar giù i loro manufatti pericolosi scendono in piazza a protestare (è accaduto a Ischia, per esempio). L’insipienza italiana è resa macroscopica dall’assoluta prevedibilità dei fenomeni atmosferici devastanti. Da secoli l’Italia è tormentata dalle alluvioni, e oggi l’82% dei comuni (6.633 su 8.101) è a rischio di dissesto idrogeologico. Per mettere in sicurezza tutto il paese ci vorrebbero 50 miliardi, si vivacchia oggi invece con un centesimo di quella cifra e senza neanche impiegarla. Ma intanto i disastri del 2010 sono costati alla Protezione civile 645 milioni. E i morti da alluvione, in questi ultimi due anni, sono 70.