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 2011  novembre 21 Lunedì calendario

«L’arte tra ironia e nomadismo Ecco la mia rivoluzione anni ’80» - Se Celant batte, Achille Bo­nito Oliva risponde

«L’arte tra ironia e nomadismo Ecco la mia rivoluzione anni ’80» - Se Celant batte, Achille Bo­nito Oliva risponde. Il cri­tico propone la sua crea­tura, con un progetto an­cor più articolato e complesso di quello dell’Arte Povera. La mostra principale, La Transavanguardia italiana , inaugura il 24 novembre al Palazzo Reale di Milano; seguo­no cinque personali per altrettan­ti protagonisti, Sandro Chia al Fo­ro Boario di Modena (9 dicem­bre), Nicola De Maria al Centro Pecci di Prato (10 dicembre), En­zo Cucchi al Marca di Catanzaro (17 dicembre), per proseguire nel 2012 con Mimmo Paladino a Ro­ma e Francesco Clemente a Paler­mo. Legata a doppio filo con la filo­sofia del postmodernismo, la Transavanguardia diventa ogget­to­di numerosi convegni nei princi­pali musei italiani, coordinati dal­lo stesso Bonito Oliva e presieduti da Franco Rella, Massimo Caccia­ri, Gianni Vattimo, Giacomo Mar­ramao e Bruno Maroncini. Professor Bonito Oliva, si apre a Milano la grande kermesse sulla Transavanguardia. È una risposta alla mostra-monstre dell’Arte Povera? «No, perché non si tratta di una lotta tra bande, ma di un progetto complesso che vuol celebrare i 150 anni del nostro Paese unito, coinvolgendo non solo gli artisti ma anche filosofi e pensatori. Una riflessione sulla post-modernità in cui ancora viviamo, nonostante alcuni vorrebbero oggi passare dal pensiero debole al pensiero forte». In che cosa consiste la profon­da rottura della Transavan­guardia con l’arte concettuale, espressione del moderno? «Gli anni ’70 hanno anticipato la crisi dell’ideologia in tempi di crisi economica, provocando la fi­ne del metodo sperimentale e darwinista delle avanguardie. Si stava cioè riproponendo ciò che era accaduto in epoca manierista - con la scoperta dell’America, il sacco di Roma, il Machiavellismo, la fine della filosofia tolemaica e dell’antropocentrismo - quando l’artista che non trova ancoraggi nel presente comincia a guardare nel passato. Che però andava tra­dito attraverso il meccanismo del­la citazione, rimuovendo per esempio la prospettiva classica. La Transavanguardia riattualizza l’ipocondria del manierismo, che vagheggia un passato irrecupera­bile, attraverso l’ironia,con legge­rezza e nomadismo, senza far scat­tare il processo di identificazio­ne ». È, inoltre, immagine del più fe­c­ondo e ricco decennio del no­stro dopoguerra, gli anni ’80? «Non solo il decennio della ri­presa economica, ma soprattutto di un nuovo modello culturale in cui si recupera il soggetto,l’identi­tà poetica dell’artista, il riscatto dal bianco e nero quaresimale del concettuale attraverso il colore e l’immagine. La dimostrazione che il mondo non era solo New York, che l’Europa, soprattutto l’Italia, era una fabbrica di nuovi linguaggi. Negli anni ’80 va in sce­na la prima tappa di un’arte poli­centrica, soggettiva e post-colo­niale, che oggi ha trasferito gli effet­ti su­l multiculturalismo e sulla glo­balizzazione. Senza quell’espe­rienza oggi non parleremo di arte in Cina, Brasile, Singapore». Il critico è ancora al centro del­la scena? È protagonista? «La mia concezione di critico as­sume tre livelli. Quello saggistico-Cioran affermava che chi scrive è l’imperatore - , quello espositivo, da sempre alla ricerca di luoghi ec­­centrici, multimediali, in cui le opere sostituiscono le parole, e in­fine quello comportamentale, ispirato a Duchamp e a Ignazio de Loyola, attraversato dall’eroti­smo e dal rischio di mettersi a nu­do. La mia massima? Critici si na­sce, artisti si diventa, pubblico si muore». Perché altri critici, come Fran­cesco Bonami, non hanno mai amato la Transavanguardia? «Bonami è un pittore fallito che voleva partecipare ai banchetti, ai festini. Da qui il suo astio. La Tran­savanguardia ha rappresentato una svolta epocale anche in chia­ve collezionistica perché persino in America capirono l’importan­za di un prodotto europeo con 2000 anni di storia alle spalle. E questo interesse fu decisivo an­che per il rilancio dell’Arte Pove­ra ». Che infatti lei stima… «Stimo gli artisti, che sono di pri­maria grandezza. Mi lascia invece molto perplessa l’aggettivazione “povera” a fianco del sostantivo “arte”, tipica del moralismo degli anni ’60. All’inizio Celant la definì guerriglia, poi è diventata vetrina: il passaggio da critique a boutique , insomma». Rimane il fatto che Bonito Oli­va e Celant, coetanei settanten­ni, non hanno nessuna inten­zione di passare la staffetta, né tantomeno di mollare. Altri, per fare fortuna, sono dovuti emigrare… «Il problema non è come si par­te ma come si ritorna. Bonami, per esempio, ha avuto un rientro me­sto, da emigrante del Sud degli an­ni ’ 50 che si ripresenta al paese col macchinone, unico trofeo del suo soggiorno in America. E lui espo­ne orgoglioso il doppio passapor­to, pur non avendo alcuno spesso­re storico, con la sua tipica ironia toscana - che io napoletano trovo insopportabile- spocchiosa e qua­lunquista. Basti guardare i titoli dei suoi libelli natalizi, o la mostra Italics , che ho soprannominato Italicus, una visione dell’arte che ha deragliato, recuperando artisti inutili, che vivevano in un cono d’ombra (come Annigoni, Guttu­so, Marotta), risvegliati dal passa­to senza che ce ne fosse alcun biso­gno ». Che pensa dell’arte italiana og­gi? C’è qualche artista che tie­ne sotto osservazione? «Mi interessano gli artisti di tem­peramento. Oggi lo sono soprat­tutto le donne: Liliana Moro, Lara Favaretto, Ra di Martino, Meris Angioletti».