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 2011  novembre 21 Lunedì calendario

Le ultime parole di Saif: «Sparatemi subito alla testa» - «Saif ci ha colpito per la calma e il corag­gio

Le ultime parole di Saif: «Sparatemi subito alla testa» - «Saif ci ha colpito per la calma e il corag­gio. Non è vero che abbia offerto soldi per lasciarlo andare. Dopo aver capito da do­ve venivamo ci ha detto sparatemi subito in testa, oppure portatemi a Zintan». Paro­la di Al Ajmi al Etri, il capo del commando che ha catturato Saif al Islam sabato poco dopo mezzanotte. Il film del suo arresto inizia nel triango­lo di sabbia fra Libia, Ciad e Algeria. Dopo il linciaggio del padre a Sirte punta a sud con l’intenzione di trovare un rifugio sicu­ro nel confinante Niger. Per farlo ha biso­gno di una guida che gli faccia evitare i po­sti di blocco e di confine controllati dai ri­belli oramai al potere. Gira con soli 5 uomi­ni di scorta, in due fuoristrada con il volto coperto da un turbante tuareg. I suoi con­tattano Al Nadi Ali al Madi convinti che sia fidato. Invece la guida del deserto è in con­tatto con i miliziani anti Gheddafi. In mol­ti cercavano Saif nella Libia meridionale, ma sembra che il doppiogiochista avvisi semplicemente il drappello più vicino. Un gruppo di Zintan che fa la guardia ad un campo petrolifero della zona. In realtà nessuno sa che l’uomo in fuga è il figlio di Gheddafi. Si pensa a un pezzo grosso del defunto regime, ma non al delfi­no designato. Venerdì notte gli ex guerri­glieri si appostano nel deserto preparan­do l’­imboscata nel punto in cui deve passa­re il mini convoglio in fuga. Verso le due di notte arrivano puntualmente i due fuori strada. Basta sparare in aria e i mezzi si fer­mano. La scorta, armata solo di armi legge­re e qualche granata, non risponde al fuo­co. Saif è sul secondo veicolo ed esce mez­zo camuffato. «Mi chiamo Abdul Salem so­no un pastore di cammelli » dice all’inizio, come racconta uno degli uomini dell’im­boscata, Ahmed Amuri. Poi chiede ai mili­ziani che lo circondano da dove vengono. A quel punto ammette di essere il figlio di Gheddafi e fa due richieste: «O mi sparate subito in testa o garantite di portarmi a Zin­tan ». Probabilmente il secondogenito del colonnello ha temuto di venir linciato, co­me il padre, se trasferito in luoghi come Mi­surata, la città che ha subìto un sanguino­so assedio durante la rivolta. I suoi carce­rieri sottolineano: «Ci ha sorpreso per la calma e il coraggio». Le prime fotografie scattate alle due di notte lo mostrano con il viso sporco di sab­bia, senza i suoi occhialini, a piedi scalzi, mentre viene fatto salire su un fuoristrada bianco. Due ore dopo altre immagini scat­tate in una casa sicura di Obari, il centro abitato più vicino, lo mostrano in caffeta­no chiaro, capo chino, in mezzo agli uomi­ni armati che lo hanno catturato. Dal pol­so sinistro penzolano un paio di manette. A quello destro mancano alcune falangi di tre dita, ben fasciate. Lo stesso Saif spiega che è stato ferito durante i bombardamen­ti della Nato a Bani Walid, la roccaforte lea­lista del nord caduta il 17 ottobre. Uno dei miliziani al fianco del prigioniero eccel­lente ha in mano un telefono satellitare gri­gio e forse qualche cellulare. Probabil­mente erano di Saif e sono stati utili per lanciare la rete su altri latitanti di spicco. Non a caso ieri è stata annunciato l’arre­sto di Abdullah al Senussi, cognato ed ex capo dei servizi segreti del colonnello. Quando sorge il sole di sabato il prigio­niero viene rivestito da tuareg e prelevato da un aereo che lo porta a Zintan. Saif guar­da spesso fuori dal finestrino, si preoccu­p­a per l’incolumità dei suoi uomini ed è in­fastidito dai carcerieri che fumano: «Qui si soffoca». A terra lo attende una folla infe­rocita e teme il linciaggio: «Se esco mi sca­ricano addosso i fucili». Per questo lo infi­lano in un blindato portandolo in un luo­go segreto, dove oggi sono cominciati gli interrogatori. Il ministro della Giustizia, Mohammed al Allagui, giura che «possia­mo garantirgli un processo equo ». Tutti in Libia si aspettano che venga condannato a morte.