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 2011  novembre 20 Domenica calendario

Era l’Unione Sovietica il «demone» di Dostoevskij - «Per fortuna papà finì depor­tato in Siberia»

Era l’Unione Sovietica il «demone» di Dostoevskij - «Per fortuna papà finì depor­tato in Siberia». Possia­mo togliere le virgolette, ma è questo il senso della biografia di quel papà scritta da sua figlia. Eppu­re quel padre, Fëdor Michajlovic Do­­stoevskij, lei lo amava. Anzi, lo idola­trava. Soltanto, era convinta che furo­no proprio gli anni della galera e dei lavori forzati a Omsk, fra il 1850 e il ’54, a forgiarne l’arte. Lì il grande scrittore conobbe l’anima della Rus­sia, traendo dalla feccia dell’impero zarista i diamanti dei caratteri desti­nati a brillare in Delitto e castigo e in I fratelli Karamazov . Perché papà, sot­tolinea Aimée, non era russo, bensì li­tuano ( suo nonno paterno, arciprete ortodosso, discendeva infatti da una nobile famiglia lituana), quindi nor­manno, quindi europeo. Figlia, oltre che di cotanto padre, anche del positivismo di fine Otto­cento- inizi Novecento, la signora in­siste nel ricondurre alle radici etni­che e alle relative inclinazioni i tratti psicologici del genitore: fierezza, in­dividualismo, una certa ombrosità di base diradata dalla luce degli affet­ti autentici. Del resto, commenta l’autrice, papà non è il solo, fra gli ec­celsi spiriti russi, a non essere davve­ro russo: «Puškin era di origine ne­gra, il poeta Lermontov discende da un bardo scozzese Lermont venuto, non so perché, in Russia, il poeta Zukovskij è figlio di una turca, Nekra­sov di una polacca, il poeta Aleksej Tolstoj è ucraino, Lev Tolstoj è di ori­gine germanica». Dostoevskii nei ricordi della figlia , uscito nel 1922 dalle edizioni Treves e ora strappato all’oblio da Ripostes, un piccolo editore di Battipaglia, è una lettura interessante perché ci mostra come venne recepito da chi gli era vicino l’uomo che compì non una, ma due rivoluzioni. La prima, letteraria, affrancando il romanzo russo dal servaggio nei confronti del «naturalismo»importato dalla Fran­cia, e la seconda,politica e anch’essa anti-europea, dando nuovo impulso al partito slavofilo e filo-orientale. E se la prima è quasi esclusivamente una questione di stile, la seconda po­tremmo definirla geofilosofica: ai russi e ai popoli loro affini il concetto di democrazia rappresentativa non si addice, si sentono uniti soltanto sotto l’insegna di un sovrano illumi­nato e compassionevole. Togliere lo­ro lo zar significa gettarli nell’anar­chia che sempre cova nella loro indo­le. Dostoevskij lo sperimentò sulla propria pelle con l’esito della congiu­ra di Petrasevskij, alla quale prese parte per motivi estetici, più che eti­ci, e che lo portò a un passo dalla fuci­lazione e poi alla pena scontata in Si­beria, accettata (con il fatalismo stra­lunato del principe Myškin nell’ Idio­ta ) come giusta espiazione di una col­pa. Chi si fece, come scrive la figlia Ai­mée, «discepolo» dei galeotti, non poteva perdonare i vari Demoni ede­monietti idealisti ma vigliacchi. Le donne poi... Maria, la prima mo­glie, lo tradiva alla luce del sole. E l’idillio con Paolina,una sorta di «in­dignada » ante litteram di facili costu­mi, servì unicamente a farlo scorraz­zare senza costrutto in giro per l’Eu­ropa. Dalla chiusura di quella paren­­tesi, tuttavia, dice Aimée, nasce il nuovo Dostoevskij, che antepone la ragione alla passione. Un cambio di prospettiva imposto anche dall’ac­collarsi dei debiti accumulati dal fra­tello maggiore Michail, morto alco­lizzato. Così la diciannovenne Anna Grigor’evna Snitkinain breve diven­ne, da eccellente stenografa del Gio­catore , rassicurante consorte del quarantacinquenne dello scrittore. «Se tu sapessi - diceva Anna ad Ai­mée- quanto tuo padre era giovane, come rideva, scherzava, si divertiva di tutto!». Il lavoro, intervallato sol­tanto dai periodi di cura a Ems, era ora l’esclusiva missione di Fëdor Mi­chajlovic. E negli articoli del Diario di uno scrittore cominciò a fornire le sue lezioni di russità,distanti sia dal­l’edonismo di Turgenev, sia dal «di­sfattismo » di Tolstoj. Scritto in Svizzera fra il ’18 e il ’19, questo ritratto di Dostoevskij non è semplicemente l’atto d’amore di una figlia nei confronti del padre. È anche l’aggiornamento del testa­mento spirituale di un grande inge­gno alla luce della Rivoluzione d’Ot­tobre. «Gli Europei - conclude Ai­mée- reclamano a gran voce l’avven­to del regime democratico in Russia e non si accorgono che più sarà de­mocratica, più sarà ostile all’Euro­pa ». Altri demoni erano in agguato. Ma suo papà, ormai, non poteva com­batterli.