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 2011  ottobre 03 Lunedì calendario

Anno VIII – Trecentonovantatreesima settimana Dal 26 settembre al 3 ottobre 2011Referendum Sabato 1° ottobre la Cassazione ha ricevuto 200 scatoloni contenenti un milione e duecentomila firme di gente che chiede di abrogare, mediante referendum, l’attuale legge elettorale

Anno VIII – Trecentonovantatreesima settimana
Dal 26 settembre al 3 ottobre 2011

Referendum Sabato 1° ottobre la Cassazione ha ricevuto 200 scatoloni contenenti un milione e duecentomila firme di gente che chiede di abrogare, mediante referendum, l’attuale legge elettorale. La Cassazione verificherà i documenti in dicembre, la Corte costituzionale deciderà se il quesito è ammissibile alla fine di gennaio. Intanto questo nuovo colpo sparato contro Berlusconi ha completamente riaperto i giochi: per evitare l’abrogazione del cosiddetto Porcellum, la Lega potrebbe o gli stessi piediellini potrebbero far cadere il governo, andare alle elezioni e rinviare al 2013 il referendum. Oppure: cade il governo, se ne fa uno nuovo e questo nuovo fa la legge elettorale, magari lasciando che il referendum si svolga. O anche: il parlamento vara una nuova legge elettorale, forse con un solo emendamento che introduca le preferenze (ipotesi La Russa).

Mattarellum Quante probabilità ci sono che la Corte costituzionale ammetta il referendum? In punta di diritto, neanche una: abrogato il Porcellum, il paese non avrebbe una legge elettorale, eventualità inammissibile. Così ha spiegato da ultimo anche Sartori sul “Corriere”. Ma i referendari, basandosi non si sa bene su quale giurisprudenza, sostengono che l’abrogazione del Porcellum farebbe tornare in vita, “automaticamente”, la precedente legge elettorale, il cosiddetto Mattarellum. È possibile che la Consulta sia d’accordo, è possibile anche che la Consulta sia d’accordo per ragioni politiche (la Corte costituzionale fa politica come tutti quanti). In ogni caso: ci aspettano tre mesi di dibattiti furibondi, con prevedibili scambi di accuse, spaccature ecc.

Le due leggi Breve ripasso. La legge attuale fu varata dal centro-destra nel 2005, con questo solo obiettivo: impastoiare in qualche modo la prevedibile vittoria del centro-sinistra alle elezioni del 2006 (obiettivo raggiunto). Casini voleva assolutamente il ritorno al proporzionale, e così si costruì, per la mano di Calderoli, una legge proporzionale che avesse uno sbarramento del 4% alla Camera e dell’8% in ciascuna singola regione al Senato, e un premio di maggioranza che garantisse alla coalizione vincente il 54% dei seggi. Il sistema precedente, detto Mattarellum, e che forse risorgerebbe in caso di vittoria referendaria, assegnava il 75% dei seggi col sistema maggioritario (niente liste, si contendono il seggio tanti candidati e va in Parlamento chi prende più voti) e il restante 25% con un proporzionale, il tutto corretto da meccanismi di riconteggio dei resti e di scorporo dei voti ricevuti dai candidati.

Firme Il milione e duecentomila firme, raccolti in soli due mesi grazie al lavoro, tra gli altri, dell’Idv, della Sinistra ecologia e libertà, dei democratici di Parisi, della Rete dei referendari di Mario Segni, del Pli, dell’Unione popolare (il Pd non ha aderito), mostrano che lo spirito antiberlusconiano muove sempre più fortemente i cittadini. Infatti i referendari puntano intanto a far cadere il governo o almeno a incastrarlo in altre difficoltà insormontabili. Maroni, conosciuto il numero delle firme, ha detto che un dato simile non può essere ignorato e s’è dichiarato favorevole alla consultazione. Calderoli lo ha smentito, La Russa ha proposto di introdurre le preferenze, Berlusconi, a quanto pare, sta facendo un calcolo ancora più sottile e sorprendentemente favorevole al referendum: la consultazione, se ammessa, gli garantirebbe la sopravvivenza fino al 2013, abrogata la legge elettorale, per evitare il Mattarellum, bisognerebbe infatti vararne un’altra, e per vararne un’altra ci vorrebbero parecchi mesi di discussione. Col che il traguardo di fine legislatura sarebbe raggiunto.

Berlusconi Tra i tanti guai di Berlusconi, ne spiccano due nuovi. Il cardinale Bagnasco, presidente della Cei (Conferenza Episcopale Italiana), ha fortemente criticato «i comportamenti licenziosi e le relazioni improprie» degli uomini pubblici che con il loro stile di vita, negato anche dalla Costituzione, «ammorbano l’aria e appesantiscono il cammino comune» e altrettanto fortemente invocato «la misura, la sobrietà, la disciplina e il senso dell’onore» che devono essere propri di ogni militanza. La parola “Berlusconi” non è stata mai pronunciata, ma il senso dell’intervento è inequivocabile: il centro-destra guidato da Berlusconi non è più una formazione su cui la Chiesa possa fare affidamento. Secondo guaio: il 1° novembre Mario Draghi prenderà possesso della poltrona di presidente della Banca Centrale Europea e per quella data dovrà essere sostituito al vertice della Banca d’Italia. Non è di quei problemi a cui il premier si appassioni troppo, e la scelta di Palazzo Chigi, fino a venerdì 28 settembre, era serenemante indirizzata su Fabrizio Saccomanni, romano, direttore generale in via Nazionale e fortemente voluto da Draghi e dai vertici dell’istituto. Ma venerdì 28 settembre Tremonti è andato da Napolitano e da Berlusconi e ha spiegato che Saccomanni non va bene. È un uomo di Draghi, cioè del “tedesco” che ha firmato con Trichet la lettera d’agosto con cui il governo e lui stesso sono stati commissariati, è l’uomo che nei prossimi mesi terrà mano, a suo dire, alle peggiori mene della Merkel. Il candidato di Tremonti è perciò Vittorio Grilli, direttore generale del Tesoro e fedele servitore dell’Italia. A sera Bossi con una dichiarazione in tv ha appoggiato Tremonti: «È meglio Grilli perché è milanese». Berlusconi, che teme d’essere ribaltato dalla Lega, ha bloccato la nomina di Saccomanni, mettendo in subbuglio via Nazionale che a quanto pare si prepara allo scontro. Nuove lacerazioni hanno quindi attraversato la maggioranza, mentre i commentatori gridano che per questa via la sacra indipendenza della Banca d’Italia dal potere politico sarà messa in pericolo, al degrado del paese non ci sarà fine, ecc.

Zuccotti Park A New York, sabato scorso, la polizia ha arrestato 700 giovani che volevano bloccare il ponte di Brooklin per protestare contro Wall Street. La cosa ha suscitato un’eco enorme su tutti i media del mondo e gettato improvvisamente la luce su qualche migliaio di senza-lavoro che stazionano da un paio di settimane a Zuccotti Park cercando di far rivivere in America gli entusiasmi rabbiosi di piazza Tahir al Cairo o quelli della plaza del Sol a Madrid, dove a maggio si coprirono di gloria i cosiddetti “indignados”. Il problema di questi nuovi sessantottini d’America, sbucati a un tratto anche a Boston, Albuquerque, Los Angeles e San Francisco e convocati per giovedì 6 a Washington, è che non hanno la minima idea di che cosa bisogna fare e si limitano a imprecare genericamente contro il capitalismo e i finanzieri, senza progetti alternativi né marxisti né di altro genere. Del resto avevano lo stesso problema quelli di Madrid, certi che la società fosse ingiusta, ma incapaci di immaginare in che modo potrebbe esser diversa. Si vede anche da qui la tremenda crisi di leadership politica non solo italiana, ma mondiale. Obama ne ha tratto i peggiori auspici, annunciando ai suoi che sarà dura rivincere le elezioni l’anno prossimo. Ha ragione: gli indignados del 2008 avevano riposto proprio in lui tutte le loro speranze.

Grecia La Grecia, a quanto pare, otterrà gli otto miliardi della sesta tranche del prestito. Ai tagli che abbiamo elencato la settimana scorsa, dovrà aggiungere il licenziamento di 30 mila statali (andando contro la costituzione e con buona speranza perciò che il giudice reintegri tra qualche mese tutti quanti). Il fallimento è rimandato all’anno prossimo, nel frattempo banche e governi si daranno da fare per evitare che il mancato pagamento del debito greco trascini anche loro nel gorgo dell’insolvenza.