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 2011  novembre 21 Lunedì calendario

Autogol Italia: i fondi Ue ci sono però non riusciamo a spenderli - Si dovrà operare senza indugio per un uso efficace dei fondi strutturali dell’Unione europea»

Autogol Italia: i fondi Ue ci sono però non riusciamo a spenderli - Si dovrà operare senza indugio per un uso efficace dei fondi strutturali dell’Unione europea». Non è casuale che Mario Monti, chiedendo la fiducia al Senato, abbia elencato tra le priorità del governo l’utilizzo delle risorse comunitarie: se l’Italia non ha saputo tenere il passo dell’Europa che corre è anche perché ha dilapidato un mare di opportunità. E di denaro. Il 23 ottobre, mentre cominciava ad abbattersi la tempesta finanziaria che ha contribuito a fare precipitare il governo Berlusconi, al Consiglio europeo il presidente della Commissione Barroso ha presentato la sua road map per la stabilità e la crescita. E ha individuato una delle leve nei fondi che l’Unione mette a disposizione degli Stati per favorire l’occupazione giovanile, dare ossigeno alle imprese e impulso alle infrastrutture. Peccato che pochi li sappiano intercettare. E, tra questi, l’Italia non c’è. La fotografia è impietosa. A oggi, sui fondi stanziati per il periodo 2007-2013, il nostro Paese è riuscito ad assorbire il 18 per cento di quanto avrebbe potuto. Nell’Europa a 27 solo la Romania ha saputo fare peggio: 14 per cento. La media è al 30 per cento. La Francia è in linea, la Spagna al 35, il Regno Unito al 37, la Germania al 38. Di questo passo, in sette anni getteremo al vento almeno 25 miliardi di euro. E forse non è un caso che il presidente del Consiglio abbia riservato posti chiave nel suo governo a profondi conoscitori delle dinamiche comunitarie: Enzo Moavero, per anni eminenza grigia a Bruxelles, prima come capo di gabinetto dello stesso Monti, poi come vicesegretario generale della Commissione europea; Francesco Profumo, tra i rettori più abili nell’intercettare risorse internazionali; Fabrizio Barca, esperto negoziatore dei fondi strutturalieuropei. C’è da recuperare un divario diventato quasi incolmabile. Perché? L’Europa non ha dubbi. Se l’Italia ha dilapidato un patrimonio, la colpa è dell’inefficienza della sua pubblica amministrazione. La peggiore d’Europa. Più scadente di Romania, Portogallo, Slovacchia. La macchina pubblica italiana è considerata più scalcagnata perfino di quella greca. Appesantita da vincoli e fardelli normativi che nessun Paese europeo ha: ultima (dietro a Portogallo, Grecia e Ungheria) anche quando si deve valutare il peso e l’incidenza negativa della burocrazia. Non sono fattori marginali: nella corsa ai fondi Ue il ruolo della pubblica amministrazione è cruciale nel predisporre i dossier. «Siamo stati penalizzati dall’incapacità di programmare nel medio e lungo periodo», riflette Mario Calderini, docente del Politecnico di Torino e consulente di molte pubbliche amministrazioni nei rapporti con le istituzioni europee. «Troppo lenta la macchina, inadeguate le procedure». E troppo frammentati gli interventi: «Non c’è armonia né tra i ministeri né tra i vari livelli istituzionali: Stato, Regioni, Province, Comuni. I Paesi più virtuosi, invece, hanno saputo scegliere: c’è chi, come Francia e Regno Unito, ha accentrato fortemente sui ministeri e chi, come la Spagna, ha privilegiato il piano locale. L’Italia è rimasta in mezzo al guado». Ed è finita schiacciata, anche se il governo Berlusconi negli ultimi mesi ha provato a invertire la rotta, impegnandosi a utilizzare meglio i fondi e creando a Palazzo Chigi una cabina di regia per coordinare l’azione delle Regioni e fissare alcune priorità, a cominciare dalle infrastrutture ferroviarie: Salerno-Reggio Calabria, Napoli-Bari e Palermo-Catania. Troppo poco. L’economista Walter Tortorella, direttore del Centro studi sulle autonomie all’Istituto per la finanza e l’economia locale, ha studiato le distorsioni del sistema Italia. Se tutti vanno a caccia di fondi, prevale l’egoismo: ognuno incassa qualcosa, ma ci si spartisce le briciole lasciate dai colossi. A luglio 2011 un Comune italiano su cinque aveva almeno un progetto finanziato. Il risultato? Solo 61 progetti, il 2 per cento, superano i 5 milioni di euro. «Una tale frammentazione delle risorse difficilmente può rispondere alle istanze di crescita strutturale». Intercettiamo quattrini per micro interventi - riqualificazioni energetiche, inclusione sociale - mentre i nostri concorrenti fanno man bassa di finanziamenti da decine di milioni per le infrastrutture. La crisi ha fatto il resto: l’esigenza di tenere a galla i conti pubblici ed evitare l’esplosione del debito ha ridimensionato la capacità di co-finanziare i progetti. E qualche miliardo di euro è rimasto a Bruxelles perché i destinatari non erano in grado di garantire la loro quota. È andata meglio con le imprese, ma solo al Nord. «In alcune Regioni chiave, al Sud, la debolezza del sistema industriale ha impedito di assorbire le risorse disponibili», spiega Calderini. Tuttavia, tra le migliori cinquanta imprese per capacità di andare a caccia di fondi, dieci sono italiane: StMicroelectronics, Alenia, Telecom, Avio. Anche le Pmi reggono il passo. Buio totale per il sistema universitario: tra i cinquanta atenei europei più dinamici gli italiani sono appena tre. Meglio la ricerca, con Cnr e Centro ricerche Fiat in cima alle graduatorie. «Vantiamo alcuni grandi campioni», riflette Calderini, «ma paghiamo l’incapacità di fare lobby e sostenere il sistema delle Pmi. Alcuni Stati hanno creato strutture ad hoc per aiutare imprese ed enti». La Svezia ha Vinnova, i Paesi Baschi Innobasque: enti la cui unica ragione di vita è sostenere chi deve presentare un progetto all’Europa. In Italia, invece, ciascuno procede per conto suo.