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 2011  novembre 21 Lunedì calendario

Il leader “normale” da notaio a premier - Ieri sera Mariano Rajoy ha coronato il suo sogno più grande: comparire sul balcone della sede nazionale del suo partito, nella madrilena calle Genova, per annunciare: «Il partito popolare ha vinto le legislative»

Il leader “normale” da notaio a premier - Ieri sera Mariano Rajoy ha coronato il suo sogno più grande: comparire sul balcone della sede nazionale del suo partito, nella madrilena calle Genova, per annunciare: «Il partito popolare ha vinto le legislative». C’era stato quattro volte, su quel balcone: nel 1996 e nel 2000, ma allora si era imitato ad accompagnare le vittorie di Aznar, e nel 2004 e nel 2008, per riconoscere che aveva perso con Zapatero. Il suo trionfo è la rivincita del perdente: doveva essere lui il premier sette anni fa, al posto di Zapatero, ma gli attentati di Al Qaeda alla stazione di Atocha, e il conseguente ritiro della Spagna dall’Iraq, gli avevano sfilato il successo, capovolgendo le previsioni di tutti i sondaggi. Gli spagnoli lo conosco bene. Galiziano di Santiago di Compostela, 56 anni, avvocato, figlio di un magistrato, sposato con Elvira Fernández (una economista che lavora in Telefónica ed è ora in aspettativa per seguire il marito in campagna elettorale), padre di due figli, il leader del partito del Gabbiano poteva continuare a fare i soldi come «registrador della propriedad», notaio del catasto. Ma ha ereditato dal nonno autonomista galiziano la passione per la politica, incentivata dal grande vecchio popolare, Manuel Fraga Iribarne, ex ministro franchista, fondatore del partito nel 1977, la cui influenza l’ha catapultato alle Cortes di Madrid nell’81. Infatti, è l’unico leader attivo che può vantare un’anzianità parlamentare ininterrotta di 30 anni. Molto spiritoso, appassionato di calcio (Real Madrid), di ciclismo (è stato commentatore radiofonico per il Giro di Spagna), della buona tavola e dei sigari, Rajoy si è sposato tardi, nel 1996. Non si conoscono sue fidanzate precedenti e il perfido ex vice-premier socialista Guerra lo tacciò con l’offensivo «Mariposón» (Farfallone, in slang gay). La bibbia omosessuale Zero, poi, lo sbattè in copertina prima delle politiche del 2004 chiedendo «Può un premier fare outing?» e assicurando: «Sulla sua sessualità, più che sospetti». Ma lui, che adora Elvira e i figli Mariano e Juan, 12 e 5 anni, non ha fatto una piega. Ministro dal 1996 al 2003 (Pubblica Istruzione, Cultura, Interno), primo vice-premier, guida il partito dal 2003, quando fu nominato successore dal guru dei popolari, Aznar. Non è mai stato considerato un leader carismatico, anche perché ha un leggero difetto di pronuncia dovuto a un incidente automobilistico del 1979 che - come ha scritto nella sua autobiografia «En Confianza» - gli ha fatto a pezzi la faccia, obbligandolo a portare sempre la barba. La caratteristica che definisce meglio Rajoy è un noto proverbio della sua regione d’origine: «Quando incontri un galiziano su una scala, non sai mai se sale o scende». Sa ascoltare, ma si tiene per sé le sue opinioni. Stacanovista che non ama improvvisare, vendicativo e molto nazionalista, cattolico ma non bigotto («Non siamo il partito dei vescovi», ha detto nonostante abbia presentato ricorso contro le nozze gay), chi lo conosce bene lo racconta «flessibile come un giunco ma duro come il bambù». Un noto ex sindaco socialista galiziano, suo amico, invece, sottolinea un’altra sua virtù: «È un uomo normale». Zapatero l’ha soprannominato «El señor No», perché ha sempre contrastato aspramente tutte le decisioni del Líder Máximo della Rosa. La sua vita da segretario e capo dell’opposizione è stata un calvario fino al 2008, con due pesi massimi del partito, la presidente della regione di Madrid, la liberal Esperanza Aguirre, e il centrista Alberto Ruiz Gallardón, che hanno cercato invano di fargli le scarpe dopo la sua seconda sconfitta. «Politicamente, la cosa affascinante della psicologia di Rajoy è la sua asintonia con il personaggio che anela il suo partito, l’autoritario nella versione populista di Aguirre e nella versione ideologica di Aznar - chiosa il sociologo José Luis Álvarez -. Il leader popolare trasferisce in politica l’orientamento del suo lavoro di notaio: scrive, garantisce, informa ma non trasforma. Marxdirebbe che è il segretario idoneo per il cda del capitalismo». Nella sua autobiografia Rajoy ammette di essere stato tentato di abbandonare la politica nel 2004 e nel 2008, dopo le spazzolate di Zapatero. Come rimpianto, riconosce la pessima figura nella gestione del disastro della petroliera Prestige, quando negò per giorni la marea nera che devastò la sua Galizia. Aznar veniva sbeffeggiato col diminutivo Aznarín. Poi divenne un leader carismatico. Rajoy, il «Normale», probabilmente cercherà di imitarlo.