Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  novembre 19 Sabato calendario

“Ungà fumava erba, io curavo le sue poesie” - «Caro Leone, qui ad Harvard mi considerano il maggior poeta vivente, incontro gli studenti e… le ragazze mi fanno le fusa! Una, ed è stata la prima domanda che mi è stata fatta, mi ha chiesto cosa ne pensassi dell’amore libero

“Ungà fumava erba, io curavo le sue poesie” - «Caro Leone, qui ad Harvard mi considerano il maggior poeta vivente, incontro gli studenti e… le ragazze mi fanno le fusa! Una, ed è stata la prima domanda che mi è stata fatta, mi ha chiesto cosa ne pensassi dell’amore libero. E’ una domanda che mi conviene. Ti dirò un’altra cosa, a New York, con una bellissima ebrea e altri due amici, abbiamo fumato marijuana. Non mi ha fatto niente, assolutamente niente e non capisco perché la fumino. Ma la ragazza era voluttuosa». Così l’ottuagenario sbarazzino che si firma «Ungà» scrive nel 1969 all’allievo Leone Piccioni. Nello stesso anno il discepolo dà alle stampe il Meridiano con la raccolta delle poesie di Giuseppe Ungaretti, rafforzando il legame di complice amicizia, come testimonia la scintillante letterina ora pubblicata nell’ultimo libro di Piccioni, Vecchie carte e nuove schede. 1950 (Nicomp). Notissimo critico letterario, nato a Torino, autore di saggi come Lavagna bianca eRitratto fuori moda , uomo di radio e di televisione, sempre nel ’69 Piccioni aveva preso le redini dell’azienda, al cui vertice stava Ettore Bernabei, con il ruolo di vicedirettore generale. Diventando il capitano di ventura di un’inedita pista intellettuale che si divideva tra Leopardi, Ungaretti, Carlo Bo, Montale, la dotta trasmissione «L’Approdo» e i numi dell’intrattenimento sul piccolo schermo, come Mike Bongiorno, Sandra Mondaini, le sorelle Kessler. «Sono stato molto legato non solo a Ungaretti ma anche al suo storico avversario Montale dice Piccioni -. Il poeta degli Ossi di seppia aveva fama di essere molto freddo, compassato e persino un po’ cinico ma io l’ho visto anche piangere. Era spiritosissimo. Non mi conosceva e chiese notizie su di me a Gadda. “Lavora con Ungaretti”, lo informò. E lui lapidariamente: “Poteva anche capitare peggio!”». Comunque Ungaretti è la pietra miliare nella sua vita di critico? «Prima di arrivarci divoro libri su libri. Jack London, in primis: sposava la causa dei più poveri e mi conquistava. Faulkner con Luce d’agosto e il personaggio di Joanna, antischiavista segnata da un tremendo senso di colpa verso i neri, mi illuminava sull’America razzista. Negli anni in camicia nera furono finestre aperte su un mondo sorprendente e sconosciuto America primo amore di Mario Soldati che raccontava il suo viaggio negli Usa dal 1929 al 1931; America amara di Emilio Cecchi e Americana , l’antologia curata da Elio Vittorini. Questi libri mi accompagnarono nelle mie scoperte insieme ai calci nel sedere di un federale». Cosa le capitò? «Mio padre Attilio, destinato dopo la guerra a diventare vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri, era un avvocato che aveva militato nel Partito popolare. L’aria di casa era di opposizione al regime e si tendeva a sottovalutarne i diktat. Un sabato andai alla manifestazione fascista non con i pantaloni alla finlandese, come voleva il nuovo regolamento, ma alla zuava. Un gerarchetto di provincia infierì colpendomi violentemente e fu tremendo». Altri capisaldi del suo antifascismo? «Benedetto Croce e il suo Perché non possiamo non dirci cristiani fu percepito come una rivelazione da un cattolico liberale come me. Erano idee e parole in cui mi riconoscevo. Poi iniziò la mia educazione sentimentale». L’occasione? «Dopo l’8 settembre 1943 tutta la famiglia fu costretta a rifugiarsi in montagna, nella canonica di un parroco amico. I fascisti mi cercavano perché non mi ero presentato alla leva secondo quanto prescritto dal bando Graziani. In quella solitudine ho divorato Tolstoj, Dostoevskij, Kafka, Cechov, Flaubert, Stendhal, Camus, Hemingway, Poe, Kafka. Leggevo e mandavo lunghe lettere di commento a De Robertis che mi rimproverava, mi diceva che ero confuso e mi raccomandava di concentrarmi su Foscolo e Petrarca». Finita la guerra? «Vengo assunto alla Rai. Tra i primi servizi seguo De Gasperi a Parigi dove pronuncia il discorso alla Conferenza per la Pace con il sublime inizio: “Prendendo la parola in questo consesso mondiale sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me...”. Da far venire le lacrime agli occhi per la passione con cui si impegnò a ridar dignità al nostro Paese. Mio padre gli era molto vicino: quando nel gennaio 1947 partì per gli Stati Uniti, il presidente del Consiglio non aveva un cappotto presentabile e se lo fece prestare da lui. Altri tempi». Anche per la Rai. «Non si sentiva parlare di veline o di scambi sessuali per avere un posto. La professionalità veniva prima di tutto». Però la mannaia della censura si accaniva sul piccolo schermo. «Si è discusso molto della vicenda che mi ha opposto a Dario Fo e Franca Rame nell’edizione più burrascosa di Canzonissima del 1962. Avevo visto in anteprima lo sketch che i due conduttori proponevano su un costruttore edile che si rifiutava di dotare di misure di sicurezza la propria azienda. Mi consultai con il presidente Bernabei e si decise che non era compatibile con lo spirito della trasmissione. Troppo drammatico. Fo e la Rame abbandonarono e furono sostituiti da Sandra Mondani e Tino Buazzelli. Mi querelarono ma fui assolto perché il fatto non costituiva reato. Non mi sono mai pentito di aver esercitato quel diritto, la satira in quella maniera non aveva niente a che vedere con quel tipo di spettacolo». Libri che l’hanno consolata in momenti difficili? «Il periodo più nero è stato quello in cui mio fratello, musicista e jazzista, fu accusato di omicidio colposo. Fu coinvolto nella vicenda dell’uccisione di Wilma Montesi, il caso di cronaca nera più clamoroso degli Anni Cinquanta che fece versare fiumi di inchiostro. Nessuno riuscì a dimostrare che mio fratello conoscesse quella povera ragazza. La sua fidanzata, la bellissima Alida Valli, testimoniò che Piero, quel pomeriggio fatale, era con lei a Ischia. Fu assolto. Si trattò di una manovra all’interno della dc per mettere fuori gioco chi veniva visto come un prosecutore della politica di De Gasperi. Non lessi molti libri in quegli anni». «Altri scrittori amici? «Tanti. Raffaele La Capria, Landolfi, Flaiano, Moravia, Ortese, Parise. E poi Gadda, ineguagliabile con il suo humour. Mi ricordo quando lo conobbi a Firenze. Era prima della guerra e lui stava cambiando casa. I traslocatori che scendevano incontrarono quelli che salivano con la mobilia del nuovo inquilino. Una confusione! Imperturbabile commentò: “Talvolta la provvidenza mi riserva questi riguardi”».