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 2011  novembre 19 Sabato calendario

A chi soffre tocca in sorte conoscere - Elogio della depressione è un titolo provocatorio e disturbante, che assegna una valenza positiva a quello che Giuseppe Berto definì il male oscuro

A chi soffre tocca in sorte conoscere - Elogio della depressione è un titolo provocatorio e disturbante, che assegna una valenza positiva a quello che Giuseppe Berto definì il male oscuro. Il libro di Borgna e Bonomi, da poco pubblicato da Einaudi, è un testo bifronte: un capitolo scritto da un sociologo, Aldo Bonomi, e uno da uno psichiatra, Eugenio Borgna, con in conclusione un dialogo tra i due. Il saggio di Bonomi ci introduce, con linguaggio talora involuto, a una critica a quello che l’autore chiama biocapitalismo, in cui avviene la «diretta messa al lavoro della psiche umana», che è del tutto assorbita dai meccanismi capitalistici e da essi sfruttata, con «effetti tellurici sulle relazioni e sulla psiche stessa». Un mondo che produce un’«infelicità desiderante», nel quale viene a mancare l’incontro tra esseri umani intesi come soggetti. L’essere umano è ridotto a consumatore, non però in quanto soggetto del consumo, come ingannevolmente ci induce a credere la struttura capitalistica (tu consumi e quindi esisti, appaghi i tuoi desideri e fai funzionare l’economia), ma come oggetto della stessa struttura. O consumi, in quanto oggetto, oppure scivoli fuori dalla struttura e quindi dalla società. L’«egologia» - la centralità dell’Io affermata dalla contemporaneità - si fa «malaombra» nella quale scivolano i più vulnerabili. L’essere umano diviene un Io-oggetto, che passa dall’essere desiderante all’iperdesiderante, fino al desiderante senza limiti, condannandosi così all’infelicità. Il discorso di Bonomi, in questo senso, si avvicina a quello di Massimo Recalcati, nel suo Cosa resta del padre . Recalcati, nel suo bellissimo libro, parla di «un’emarginazione del discorso amoroso», che in Bonomi si rintraccia nell’attuale prevalenza dell’«egologia» rispetto al Noi, e di un’assenza del limite, nella possibilità - illusoria - di avere tutto e subito. L’Altro non viene più visto, il Noi si cancella, ma in questa situazione di desiderio e di apparenti possibilità senza limiti, permane il dolore di esistere, ingannato dalla fede negli oggetti del consumismo. Di questo dolore ci parla il testo di Borgna, uno dei grandi saggi della psichiatria italiana, che si apre a un discorso, emotivamente e intellettualmente coinvolgente, sulla natura delle emozioni e delle passioni. Partendo da Leopardi, Borgna ci ricorda come «le passioni, e la sofferenza è la prima delle passioni, sono forme della conoscenza». Se la sofferenza (qui Borgna cita S. Weil) è la prima delle passioni, quale sarà quindi il valore conoscitivo della depressione? Da questo punto di vista, Borgna non è certo isolato: «se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto», scrive il vangelo di Giovanni. Lo stesso Jung, parlando della nigredo, lo scurirsi alchemico, il marcire, vede la depressione come uno stato del processo individuativo; e Melanie Klein ci mostra come la posizione depressiva (in cui il bimbo riesce a riunire in un’unica figura sia la madre buona che offre il seno sia la madre cattiva, che lo nega) sia un’evoluzione necessaria per accedere alla realtà. Si devono riscoprire, scrive Borgna, «i valori e i significati che nella depressione si nascondono». Borgna è qui molto attento nel distinguere i tre grandi tipi di depressione: quella psicotica, la «depressionemalattia», quella reattiva, conseguenza di eventi traumatici come perdite gravi, e quella esistenziale, che può cogliere ciascuno di noi, specie nelle grandi transizioni della vita, nei momenti di crepuscolo, quando percepiamo più chiaramente il rischio del non senso in ciò che viviamo e facciamo. La depressione è però - può essere - anche uno strumento, una sorta di antenna, legata alla sensibilità e alla fragilità, la «premessa a ogni conoscenza intuitiva degli altri da noi». Quella che, in un suo saggio sulla psicoterapia e sull’essere psicoterapeuti, Aldo Carotenuto aveva chiamato la ferita-feritoia, attraverso la quale percepire e patire la sofferenza dell’Altro. Nella depressione e nella malinconia si colgono le tracce di «una profonda disposizione altruistica», che combatte contro l’indifferenza che pare essere la cifra distintiva del mondo contemporaneo. La depressione, al di fuori delle nosografie psichiatriche e al di fuori dei suoi tratti psicotici (in cui la totale abolizione del futuro conduce il paziente - colui che patisce - verso l’esclusione dell’Altro dal suo orizzonte esistenziale), diviene così autentico strumento di conoscenza di quello stesso Altro. D’altro canto, come scrive Schneider, citato da Borgna, «ci dovremmo preoccupare non di essere stati depressi una volta in vita, ma di non esserlo stati mai». Perché, potremmo aggiungere, è attraverso la depressione che noi possiamo attingere alla nostra labile umanità.