Carlo Tecce, Il Fatto Quotidiano 19/11/2011, 19 novembre 2011
“IO NON CI SONO” TREMONTI RESTA UN UOMO SOLO
Due squilli esatti. Professore Giulio Tre-monti, mi sente? “Io non ci sono”. Come? “Amnesia, amnesia, amnesia”. Che succede? “Amnesia, amnesia, amnesia”. Sta male? “Ho avuto un attacco di amnesia nel 2004 – fu sostituito al Tesoro da Domenico Siniscalco, ndr – adesso è una ricaduta. Non ricordo più nulla del governo”. Meglio dimenticare. O forse scrivere? “Il mio libro è in lavorazione. Devo correggere le bozze”. Punture per i ministri di B.? “No, per carità. È il mio pensiero oltre la politica”. Ancora “la Paura e la Speranza”, la sua opera citata per esorcizzare ansie mondiali? “Tante cose insieme”.
LE SUE RISPOSTE al panico per la crisi? “Non solo”. Passa con Bossi o resta con Berlusconi? “Ho già smentito. Tutto”. Uno dei due? “Ah...”. Professore, facciamo un’intervista? “Non posso. Non ora”. Perché? “Io non ci sono”. Aspettiamo. Possiamo chiamare il suo portavoce ? “Non c’è più”. E dov’è? “Io sono solo. Addio”.
L’ex ministro Tremonti, il signor Economia per un decennio, anche se per Renato Brunetta è un semplice tributarista, paga un pedaggio salato. Come i dazi che pensò di imporre ai prodotti cinesi: la solitudine dei numeri che si credevano primi.
Non ha amici fra i berlusconiani, non ha amici fra i bossiani: né azzurri né verdi, né Palazzo Grazioli né Pontida. Il deputato Giulio Carlo Danilo Tremonti è un soldato semplice. Non più scelto. Berlusconi stravedeva per il professore di Sondrio, discreto, silenzioso, autoritario: “È un genio”. Più che il potere, sono i rapporti che logorano: “Si crede un genio che giudica i colleghi cretini”.
Giuliano Ferrara trovò il giusto mezzo: “Giulio è mezzo genio e mezzo imbroglione”. Tremonti disse in un fuori onda di Brunetta, in piedi per un’appassionante orazione: “Intervento suicida. Questo è proprio un cretino”. Seguirono calorose scuse e impegnativi abbracci: finti, completamente finti.
APPENA Tremonti lascia il ministero a Mario Monti, proiezione di un fallimento collettivo e personale, i ministri uscenti scaricano veleno. È una sinfonia, costante e trascinante. Inizia Brunetta, che l’aveva promesso: “Le visite dei Commissari europei? Non mi ha avvisato, doveva. E mi ha fregato”.
Rintocco di Paolo Romani: “Non conosceva la realtà italiana. La sua ossessione di privilegiare la stabilità ci ha fermati”. Gran chiusura di Giancarlo Galan: “Sono amareggiato, avvilito, indignato. In un anno e mezzo, ho visto un progressivo spostamento di potere fra Palazzo Chigi e il Tesoro. Non perdono Tre-monti , la sua arroganza, la sua protervia”.
Nessuno perdona. E il professore di Sondrio ha cercato di cambiare. Anche se negherà per sempre, nei giorni del Cavaliere dimissionario, Tremonti ha parlato del suo futuro con Umberto Bossi, in compagnia di correnti più o meno disarmate nel Carroccio, Roberto Maroni attento testimone.
NON VOLEVA soltanto la tessera, e una promessa di candidatura (oggi impossibile con il Pdl), ma chiedeva ai leghisti un posto nel governo di Mario Monti. Proprio al fianco di una figura europea e di garanzia. Proprio lì, scelto dal Quirinale, cercava posto Tremonti: dove immaginava di ascendere per competenza, e non per supponenza. La ruota gira come la quotazione di Borsa Affari. E la Lega, che rinasce opposizione, ringrazia e saluta il professore di Sondrio per la gentile proposta. Chiusa la porticina Padana, il resto è un embargo.
Dire che sia mal sopportato nel Pdl è sbagliato: perché il sentimento è l’odio profondo. L’ultima fotografia: il ministro dei tagli lineari e dei vertici a Bruxelles, in parte rispettato e in parte oltraggiato, siede con se stesso nei banchi di governo. Poi ritorna, ieri a Montecitorio, a stringere le mani di Angelino Alfano, a cercare lo sguardo di Silvio Berlusconi, a sussurrare piano. Senza farsi spiare, come temeva e accusava.
EPPURE sarà lunga e faticosa la risalita, deputato in scadenza di mandato e di partiti. Conserva l’amicizia con Bossi, costruita fra sagre di polenta e feste di zucche rigorosamente padane. Un tempo, Tremonti faceva tremare i giovani ministri. Le donne, soprattutto. Faceva piangere, la Prestigiacomo. Memorabile Mariastella Gel-mini a Ballarò, incalzata da Enrico Letta che elencava cifre a lei ignote: “Ha tolto i soldi al mio dicastero? Non è possibile. Giulio me l’avrebbe detto”. A parole, Giulio ha risparmiato tanti dolori ai colleghi. Nei fatti, Giulio ha disperso il governo. E dunque che sia benedetta la ricaduta: “Amnesia, amnesia, amnesia. Addio”. O semplicemente, arrivederci.