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 2011  novembre 20 Domenica calendario

ALTAN, L’UOMO CHE HA INVENTATO L’OMBRELLO

ALTAN, L’UOMO CHE HA INVENTATO L’OMBRELLO -
Dietro un anonimo cancello sulla statale che collega Aquileia a Grado, al primo piano di un casale ocra felicemente aggredito dall’edera c’è la tana di Cipputi, della Pimpa e di tutti i cavalieri inesistenti muniti di ombrelli o di banane con cui Altan, da sempre, ci consola. Parlare di sé è una violenza, ma riscoprendo infanzia e primi sogni anche il pudore si illumina: “A 7 anni vidi una nave sulla Treccani. Da allora e non so per quanto tempo, mi immaginai progettista. L’ingegner Altan. Avrebbe avuto una sua musicalità”. Riflette: “Non avevamo la tv” e nella sospensione, rincorre le ginocchia rosse, i prati, le biciclette e un’allegria di povertà sacrificata in fretta all’equivoco del processo evolutivo.
ALTAN HA disegnato l’Italia. “Con la sagacia di un altro mondo” (Del Buono), il paradosso in agguato e il nostro stupore riflesso nel ritrovarci dipinti in frasi, tratti e ferite (più vizi che pregi) che non si cicatrizzano. Con acume e impietosa tenerezza, questo ritirato signore di cui molti ignorano il volto, ma conoscono il graffio ha conservato il lusso di volare sull’umana debolezza. Su “Tunnel”, la sua nuova raccolta sul ventennio berlusconiano per l’editore Gallucci, come su quasi tutto il resto, Francesco Tullio Altan ragiona per sottrazione. “Non è la prima volta che assemblo le vignette di una vita” minimizza. E svicola, evade, supera l’ostacolo mentre intorno al tavolo di noce, la luce di un autunno già invernale attraversa giardini, mezzogiorni friulani e finestre per riverberarsi sugli occhiali spessi, da professore di frontiera. “In questi 17 anni abbiamo pensato poco, obbligati a condurre inevitabili battaglie di terza categoria. Se il Berlusconi di governo ha fatto meno del minimo, quello di lotta, impegnato a mutare alla radice la società, è stato un soldato di primo livello che tutto pensava gli fosse concesso. Adesso ripartire è difficile e intuire l’orizzonte, un’illusione”. Tace per qualche secondo, sedotto dai piccoli sigari nella scatola di metallo ai quali, infine, non cede. Gli anni sono 69: “Le forze non sono più le stesse”. L’amata bicicletta è impolverata e i tendini hanno detto basta agli 80 km quotidiani con cui battezzava ogni mattina: “Gli italiani sono come me. Atleti rimasti fermi troppo a lungo, con i muscoli atrofizzati e la pigrizia padrona del presente”. Quindi “non esageriamo” neanche con Mario Monti il taumaturgo, come suggerisce l’animata estensione di Altan dalla prima pagina di Repubblica perché spiega l’autore: “Nel deificare e abbattere un istante dopo, siamo maestri indiscussi”. Col tempo, circondato dalla barba bianca e dal silenzio, il grande sovrintendente all’anagrafe delle avventure, come lo definì Paolo Conte, ha affinato la somiglianza con Sabelli Fioretti ed Eugenio Scalfari: “Non l’ho mai incontrato, però nel-l’unica telefonata dell’ultimo trentennio, nell’82, mi informò che avevano inventato il fax” e scelto un quieto eremitaggio senza compromessi con l’ironia. Il gesto di Altan, nipote di un senatore del Regno e figlio di un antropologo, è lento. Di antica, sapiente tradizione. Detesta rileggere le sue interviste e confessa “imbarazzo” davanti all’elogio: “Mi sembra sempre un di più”. Però scrive. E imprime un segno.
“CONTA QUELLO, la vignetta è una cornice, ma il senso del mio mestiere è dare un antidoto alla disperazione, un angolo in cui ritrovarsi per non deprimersi. Se ti intristisci è finita”. Il misurato Altan rifiuta la patente di malinconico (naturale contrappasso degli umoristi) e sostiene che battute come “Mi piacerebbe sapere chi è il mandante di tutte le cazzate che faccio” o “Galleggio. Libero stronzo in libero mare” nascano in un lampo: “Meno sono costruite, più immediate risultano”. Altan l’apolide è sempre altrove. Nato per caso a Treviso al tramonto di settembre del ’42 e poi migrato a Bologna, Rio de Janeiro, Roma e Milano. Ha scelto di abitare tra i mosaici di Aquileia, senza negarsi al viaggio. In Brasile, Altan andò a vivere a metà degli anni ’60, ma torna spesso a Bahia, quando l’inverno chiude le prospettive e lui carica colori e pennarelli nel piroscafo, salpando per l’altra metà di sé. La prima volta, nel ’67, si aggrappò al documentario di un amico abbandonando l’Università di Venezia all’immobilità della laguna. “Facevo Architettura. Partii prima ancora di aver detto sì”. In Sudamerica incontrò la moglie Mara, mise al mondo Francesca e visse con ogni genere di mestiere: “Non avevamo un soldo. Ci inventavamo ogni giorno ed eravamo felici. Uno dei nostri coinquilini frequentava l’ippodromo. Puntava due monete sui cavalli, nella speranza di poter comprare il latte. La fame però era altra cosa e Rio rimane una città terribile e meravigliosa che al suo interno, ne contiene molte altre”. Ricordi. Rimpianti. “Odore di tropici, umidità e benzina che ti attraversa e non va più via.
PENSAVAMO di restare per sempre, ora ci accontentiamo di avere due patrie”. Prima di Linus, dell’Espresso e di tutti i quadri disegnati con il sospetto della fortuna: “Ero incredulo che mi pagassero tanto e all’inizio, per meritarmelo riempivo le tavole fino all’ultimo spazio bianco”, Altan provò a orientarsi. “Il ’68 era confuso e sventolare bandiere non è nel mio carattere, ma la fase terzomondista, piena di errori, mi aiutò a osservare le cose da un’altra angolazione. A differenza di altri, non rinnego proprio niente. Se a 20 anni fossi rimasto in Italia sarei stato diverso. L’assioma per cui gli imbecilli non cambiano idea, le dico la verità, non mi ha mai convinto”. Così tra una sceneggiatura: “Adoravo l’idea di un lavoro di gruppo, l’opposto di quello che faccio oggi” e una città d’elezione: “La Bologna dei ’60, con l’imprenditore vestito di cammello che orchestrava discussioni notturne con l’anarchico ammantato dal tabarro, era straordinaria”, Altan ha fatto letteratura mascherata. Chiudendo cerchi e spalancando dubbi. Fotografandoci: “Ci vorrebbe un vaccino contro la stupidità”. Pausa che vale un’esistenza: “E gli effetti collaterali?”.