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 2011  novembre 20 Domenica calendario

LA FOTO È FEMMINA


Lo avevano circondato come uno sciame di api, armate di quello strano pungiglione che nella calca oscillava dal petto al ventre. Il principe Giorgio di Grecia, sbarcato in America nel 1891, un giovane sovrano in una giovane nazione senza nobiltà di sangue, aveva cercato di difendersi alla meglio, protestando, coprendosi il viso, ma niente; quella schiera di donne febbricitanti, galvanizzate dal possesso di uno strumento meccanico fino a ieri di dominio maschile, si erano lanciate all’assalto e al posto del bacio alla veste, della stretta di mano, del ricordo confuso e comune a tutte, potevano finalmente vantare qualcosa di unico: una fotografia. Avevano schiacciato il bottone e la Kodak aveva fatto il resto, avviando una delle più straordinarie rivoluzioni dell’età moderna e favorendo insieme la nascita di un nuovo personaggio dai vasti orizzonti biografici, una ragazza, una lavoratrice, fidanzata, sposa, madre, che avrebbe confidato a quella scatola di metallo nero, al costo di 25 dollari, ogni suo amore, ogni sua voglia di evasione, ogni sua conquista. Era, nel lessico di una delle più antiche campagne pubblicitarie, la Kodak Girl, un marchio, un oggetto, un soggetto e uno stile di vita, in linea sulla traiettoria che unisce la mente, gli occhi e il cuore, come avrebbe detto un giorno Henri Cartier-Bresson e come racconta oggi in anteprima sul nostro giornale lo splendido libro Kodak Girl: From the Martha Cooper Collection, di John P. Jacob, edito da Steidl, in uscita a fine novembre.

Questa ragazza dallo scatto facile e dalla linea sinuosa nasceva come una Venere americana nel mare del progresso di fine Ottocento e George Eastman, che già nel 1888 aveva introdotto la prima Kodak Camera, seppe intuire quel suo inedito bisogno di protagonismo, quella sua voglia di dire "io" e "mio" anche fuori dal focolare domestico. Ad aprire la strada, modello di suffragetta sensibile alle seduzioni della moda, era stata la Gibson Girl, nata dalla matita di Charles Dana Gibson. Eastman, alla ricerca di nuovi mercati, le mise in mano una macchina fotografica. Nel 1889 Kitty Kramer, impiegata, posa stringendo al ventre una Kodak n. 2. Tre anni dopo il nome di Kodak Girl inizia a circolare in azienda, quindi nel 1893 il debutto ufficiale alla World’s Columbian Exposition di Chicago. «The world is mine - I owe a Kodak», dichiara una delle prime testimonial, una giovane donna alla stazione, sola, finalmente in viaggio nel vasto mondo che ormai le appartiene. Una donna moderna, indipendente, bella ma senza esagerare, non più solo oggetto dello sguardo maschile, ma soggetto in primis; non solo una consumatrice, ma una produttrice di ricchezza – nel 1903 nasce la Women’s Trade Union League, per la difesa delle donne lavoratrici – una figura autonoma, libera ed esigente. Al punto da sovvertire il principio dell’antica fede occidentale. E così se nella notte dei tempi «il verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi», nel giorno luminoso dell’era industriale il prodotto diventa verbo: to Kodak.

«Let the children Kodak», recita una pubblicità del 1910, seguita a ruota libera da una Shirley Temple ante litteram che dichiara orgogliosa, emancipata su autorizzazione paterna, «Of course Papa lets me Kodak». Anche il padre di Martha Cooper, sua la strepitosa collezione del volume, aveva spinto la figlia a "kodakkare" fin dall’asilo, a tenere tra le mani quella ipnotica lanterna magica e a scattare. Al punto che Martha, nata nel 1943 a Baltimora, sceglierà negli anni Sessanta la carriera di fotografa. Rito iniziatico di ogni vera Kodak Girl è il viaggio e la Cooper viaggerà da Bangkok, dove era di stanza come volontaria dei Corpi di pace, a Londra, in moto, la macchina fotografica al collo. Un’immagine la guida, la protegge, una silhouette avvolta in un abito a righe bianche e blu, bandiera al vento e divisa patriottica della femminilità Kodak. Anche Martha ha indossato quella veste leggera, comoda, elegante, emblema della "Kodak Semplicity"; anche lei ha seguito il consiglio di George Eastman, «Kodak, as you go», e in quella messa in moto epocale, in quell’aprirsi improvviso del paesaggio fuori casa, ha scoperto di avere un dono prezioso, simbolo di ogni democrazia: il «point of view», il punto di vista. Anche Martha Cooper, fotografando per il «New York Post», ha scritto con originalità la storia del mondo e tornando a casa quella più intima della sua famiglia. E se ogni tanto ha abbassato lo sguardo come ogni vera Kodak Girl non è stato per timidezza, ma per controllare l’inquadratura.