Morina Mojana, Domenica-Il Sole 24 ore 20/11/2011, 20 novembre 2011
VITA OSCURA DI UN PITTORE DELLA LUCE
La vita di Georges de La Tour resta un mistero per tutti gli storici, i collezionisti e gli appassionati che si sono interessati alla sua arte, fatta di una bellezza potente e impalpabile, velata però dall’ombra del limite, meschino e squallido, che incombe sulla sua persona.
Era nato a Vic sur Seille, un grosso borgo della provincia lorenese, nel marzo del 1593, morì di pleurite nel gennaio del 1652. Quasi nulla ci parla di lui: non un testo scritto di suo pugno, non un ritratto, né un autoritratto; soltanto numerosi atti giudiziari del tempo dai quali emerge il profilo di un uomo avido, violento, dal carattere arrogante, sempre teso a difendere i privilegi nobiliari conquistati con il matrimonio.
Amava passeggiare in campagna, circondato da mute di levrieri e di cani da caccia spagnoli; li nutriva e accudiva con attenzione, molto più di quanta ne riservasse ai suoi contadini, che strapazzava e che immortalò nei quadri come vecchi pezzenti, spesso accompagnati da musicanti ciechi e litigiosi. L’artista li osservava con distacco, quasi con disprezzo. Li studiava con occhi da scienziato, li catturava con la destrezza dell’entomologo e poi li immergeva nella formalina della sua pittura a olio, immobilizzandoli in una luce diurna, fredda e irreale. Il mistero della sua pittura illumina solo in parte quello della sua vita privata, tra mediocrità e voglia di riscatto.
Era figlio di fornai: suo padre, suo nonno e suo zio appartenevano alla classe piccolo borghese degli artigiani, mentre altri membri della famiglia svolgevano l’attività di calzolai, di muratori o di sarti. Erano tutti di religione cattolica e vivevano a Vic sur Seille, baluardo della controriforma in Lorena, una regione sempre più aperta ai protestanti.
Si era sposato a 24 anni con Diana Le Nerf, maggiore di lui di un anno ed erede di una nobile e ricca famiglia di argentieri del duca. Nello stesso anno aveva ottenuto proprio da Enrico I di Lorena l’esonero di pagare le tasse municipali, aveva aperto bottega a Lunéville e ingaggiato un praticante. A quanto ne sappiamo, il suo atelier ospiterà, tra il 1620 e il 1651, ben cinque apprendisti. Il primo, Claude Baccarat, non era un lavoratore perfetto e resisterà poco, preferendo insegnare matematica ai bambini nella comunità religiosa del Saint-Sauveur. Dell’apprendistato di Charles Roynet, che La Tour recluta nel Natale del 1625, non sappiamo nulla. Nel 1636 il pittore prende a bottega suo nipote François Nardoyen, destinato a morire di peste quello stesso anno. Chrétien George, figlio di un mercante di Luneville, amico di La Tour, entra a bottega nel 1643, al ritorno del maestro dal suo soggiorno parigino (1639-1640). Non farà, tuttavia, carriera visto che, nel 1651, lo troviamo arruolato nelle milizie lorenesi al servizio del marchese di Ville. Soltanto Jean-Nicolas Didelot, assunto nel 1648, otterrà lo statuto di maestro-pittore, farà un buon matrimonio a Vic e aprirà un suo atelier. Il contratto è bene articolato e illuminante sui costumi del tempo: l’apprendista deve badare al cavallo dell’artista, a nutrirlo e a bardarlo; deve seguire il maestro quando occorre e prendersi cura della sua persona e dei suoi interessi: andare in campagna per lui, recapitare qualche lettera, servire a tavola. Inoltre presterà i servizi propri del giovane di bottega: triturare i colori, preparare le tele, posare come modello.
L’arte era per Georges de La Tour uno strumento di ascesa sociale e un riflesso del bel mondo di corte trapela dai suoi quadri giovanili di genere moraleggiante, in cui si narrano storie di giocatori che barano a carte, di indovine egizie che derubano ricchi sprovveduti e di vecchie chiromanti che leggono la mano a giovani cavalieri. La sua cultura visiva non è d’impronta romana e non sono caravaggeschi i suoi dettagli formali; però si avverte lo stesso modo di puntare sull’uomo, di comprimerlo in uno spazio chiuso, senza sfondi, senza paesaggio, con le ombre che disegnano i corpi e l’immagine che incombe su chi sta a guardare. Anche Georges de la Tour prendeva in prestito dalla vita di tutti i giorni i suoi indimenticabili personaggi.
Nel 1626, mentre la carestia affamava la regione, un fabbro di Lunéville viene incaricato dalle autorità di divellere il chiavistello del granaio del pittore, per distribuire il grano ai più poveri. Forse La Tour, in tempi di miseria, guerre ed epidemie, tesaurizzava il frumento per poi speculare sul prezzo? Probabilmente no, perché il granaio di sua proprietà risulta in quell’anno affittato, però nel 1636 l’artista è ancora citato in giudizio. Questa volta vince il processo intentatogli per maltrattamenti da un ufficiale esattore che si era presentato alla sua porta per riscuotere le imposte ed era stato allontanato a calci. Pistolettate, colpi di bastone, minacce per chiunque cercasse di violare le sue numerose proprietà. L’artista si rendeva odioso agli occhi degli abitanti di Lunéville e si comportava come un signore del luogo, sebbene non ne avesse diritto per nascita.
Al contrario le sue opere ci parlano della dolcezza del Neonato di Rennes; della tranquillità della Donna che si spulcia (Nancy), che sembra sgranare la corona di un rosario, della tenerezza dell’Angelo che appare a San Giuseppe (Nantes), in realtà una fanciulla davanti al nonno addormentato. Dove trova il silenzio per concepire questi capolavori a lume di candela? La sua Lorena in quegli anni è campo di battaglia tra le armate del re e quelle del duca: nel 1638 un gigantesco incendio devasta Lunéville, rasa al suolo dai francesi; anche la casa e la bottega del maestro vanno in fumo. Non si salva nemmeno un bozzetto, ma l’artista non si perde d’animo. A 46 anni, padre di dieci figli, ricomincia da zero e parte con la famiglia per Parigi. Qui vivono molti suoi estimatori e collezionisti e qui nel 1639 viene nominato "Pittore ordinario del Re". Trascorrerà un anno nella capitale, alloggiando nelle gallerie del Louvre e vendendo quadri al cardinale Richelieu (il San Gerolamo oggi a Stoccolma), al soprintendente alle finanze Buillon (il Pentimento di San Pietro), all’ebanista Boulle che arredava i saloni di Versailles e persino al re Luigi XIII, che colloca il suo San Sebastiano in una notte in camera da letto.
Come conciliava carrierismo e poesia? Il segreto sta forse in un quadro a lume di candela, poi replicato in più versioni come fosse il suo autoritratto spirituale; narra la storia di un’anima tra peccato e redenzione, dove la luce è vita e il buio è morte. La donna ritratta verrà detta la Maddalena penitente o allo specchio, ma si sa che nel Seicento, dopo Caravaggio, il soggetto religioso è soltanto un pretesto. La dipinge dopo averla incontrata nella Comunità di "Notre Dame du refuge", una congregazione che accoglieva donne di strada. L’aveva fondata a Nancy, nel 1624, la nobildonna Marie Elisabeth de Ranfanig e papa Urbano VIII aveva dato la sua benedizione nel 1634. La casa-famiglia dava ospitalità alle cosiddette «ragazze perdute», che per pochi franchi si vendevano al primo passante. La fondatrice, divenuta poi Madre Maria Elisabetta della Croce di Gesù, le toglieva dal marciapiede, offriva loro un tetto e anche la possibilità di un lavoro. Una volta in comunità le giovani donne venivano suddivise in tre classi ben distinte, a seconda della loro vocazione. Per Georges de la Tour sono tutte Maddalene: le ragazze d’onore, pronte a consacrare la vita al recupero delle sorelle più sfortunate; le ragazze pentite e desiderose di cambiare vita; le sventurate per sempre. Ognuna di loro, comunque, guarda verso la fiamma della candela che si riflette nello specchio e medita sulla brevità dell’esistenza umana, che si consuma come un turno di veglia nella notte.
Anche la fine di Georges de La Tour giunge all’improvviso, nell’inverno del 1652. Le ultime note documentate descrivono Lunéville funestata da un’epidemia di pleurite: il 15 gennaio Diane, la moglie dell’artista, muore improvvisamente, colpita da febbre e da infarto. Una settimana dopo è la volta del giovane servitore e il 30 gennaio dello stesso La Tour. L’artista passa a miglior vita senza avere il tempo di fare testamento. Gli sopravvivono soltanto due figlie, Claude e Christine e un maschio, Etienne, che diventerà "Pittore ordinario del re" e nel 1670 sarà nominato nobile a tutti gli effetti. La scalata sociale era ormai compiuta.
L’arte, si dice, unisce il cielo alla terra. A quale dei due fu più vicino Georges de La Tour?