Gianfranco Ravasi, Domenica-Il Sole 24 ore 20/11/2011, 20 novembre 2011
ESSERE IL CORPO DI CRISTO
Si provi solo a immaginare una figura alta 236mila parasanghe (antica unità di misura persiana equivalente a 3 miglia!): eppure, la speculazione mistico-gnostica del giudaismo detta della Merkavah (il misterioso "carro" divino descritto da un profeta biblico "barocco" come Ezechiele nella visione surreale di apertura del suo libro) computava con questi e altri giganteschi rapporti numerici le dimensioni della figura di Dio. La successiva Kabbalah si getterà a capofitto nella simbologia esoterica della shi‘ur qomah, cioè della «misura della grandezza» divina. Apparentemente trasgressiva rispetto al gelido precetto aniconico del Decalogo («Non ti farai immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo...», Esodo 20,4), questa concezione "corporale" del Dio sommamente trascendente è, in realtà, un modo per celebrarne il carattere personale e la sua grandezza infinita. Il Jhwh biblico non è «un arruffio di fili» ingarbugliati, come la teologia dei Sumeri definiva il dio Enlil, né è un fato indecifrabile come accadrà all’Anánke greca, bensì una persona che entra in scena definendosi così: «Io sono colui che sono» (Esodo 3,14). Un "Io" e un verbo che giustificheranno il ricorso simbolico all’antropomorfismo, per cui non si esiterà ad assegnare al Signore un volto, mani, braccia, persino un naso (’af per designare la sua ira "sbuffante"), un cuore e così via. Questa forte carica somatica è, però, fieramente metaforizzata, perché la meta da raggiungere è appunto quella della "personalità" divina con la quale il fedele entra in dialogo.
È ovvio che il cristianesimo segna una tappa ulteriore e ben più realistica, perché il Figlio di Dio è anche un uomo con un nome ebreo, Jeshua‘, un corpo vero, parole percepibili, atti riconoscibili. Ed è proprio qui che si insedia la nostra analisi forse un po’ sorprendente. Non vogliamo, però, riferirci subito al libro che proponiamo, bensì al suo titolo latino Membra Jesu nostri, nonostante il volume sia scritto in francese. Per un musicologo questa espressione rimanda a uno stupendo settenario di cantate di quell’enigmatico (almeno a livello biografico) autore che fu Dietrich Buxtehude, morto a Lubecca nel 1707. Bach, nel 1705, non esitò a recarsi a piedi da Arnstadt, in Turingia, ove risiedeva, fino alla città anseatica per ascoltare qualcuna delle Abendmusiken che Buxtehude proponeva durante l’Avvento. Una di queste è appunto la cantata multipla della durata di un’ora che reca la segnatura BuxWV 75 e che il musicista compose nel 1680 su testi biblici latini.
Davanti agli occhi degli ascoltatori sfilano progressivamente sette membra del corpo di Cristo, descritte nel canto attraverso frasi bibliche: pedes, genua, manus, latus, pectus, cor, facies. Ad esempio, è un poemetto biblico molto "corporale", il Cantico dei cantici, a evocare il fianco e il cuore di Gesù: infatti, quel testo sacro ha molteplici ritratti del corpo dei due protagonisti innamorati, nella linea della concezione semantica secondo la quale noi non abbiamo un corpo, ma siamo un corpo. Su sulla scia di questa composizione musicale si muove appunto il delizioso volumetto del gesuita belga Jean-Pierre Sonnet, docente alla Pontificia Università Gregoriana di Roma, partendo proprio da un passo ammiccante del Cantico in cui l’amato «sta dietro il muro» della casa della donna, occhieggiando attraverso i graticci della finestra (2,9), un passo riletto in chiave messianica dalla tradizione giudaica.
Sonnet è a Gerusalemme davanti al Muro del Tempio ove gli Ebrei pregano col loro stesso corpo agitandolo in una lode spirituale e carnale, e quindi totale, infilando nelle fessure dei massi piccoli cartigli con invocazioni e suppliche: «La fronte contro il Muro, la bocca e le mani aperte sulla tenerezza della pietra, ho ascoltato ciò che Dio non dice se non attraverso il corpo. È nato, allora, un poema da poche parole scritte, pregate e ripiegate, masticate nella mia saliva, inserite coi miei due pollici tra le pietre bianche del Muro». Da quell’esperienza, in cui s’intrecciano mistica e poesia, sboccia un testo breve ma intenso e denso che esalta «l’inouï dans la chair», un impercettibile e ineffabile soffio dello Spirito che pervade il corpo, «dai piedi alla nuca», in un continuo contrappunto tra il testo sacro con le sue teofanie "sperimentali" e il quotidiano muoversi dei corpi nella città, «l’evangelo dei nostri corpi, della loro storia scritturistica, dalla concezione fino alla scena della risurrezione».
Ecco le dita di una mano muoversi nella scrittura, nel lavoro, nel suono d’un violino o di un piano, dita anche divine che plasmano le creature ma che incidono su una lapide il Decalogo, come si legge nella Bibbia (Esodo 31,18). Si passa poi attraverso le figure umane mobili, le effusioni, le caviglie che ruotano nella danza o si tendono nel balzo e nella corsa; c’è l’ardore della carne, la sua lievità nell’acrobazia e la sua pesantezza solenne; c’è una mistica del sangue («l’anima della carne è nel sangue», si legge nel Levitico 17,11) che cola dal fianco di Cristo, ma che pulsa in ogni vena umana. Ecco anche una curiosa variazione vegetale modulata sulla frase sorprendente del cieco, guarito con due interventi da Gesù, che inizialmente dichiara: «Vedo gli uomini, perché vedo come degli alberi che camminano» (Marco 8,24).
È inutile proseguire nella rappresentazione della trama asettica di un testo che è, invece, musica, affidato quindi all’evocazione e non alla descrizione, all’intuizione e non alla raffigurazione, alla connotazione e non alla denotazione. Non per nulla si assiste anche alla commistione dei generi: della musica si è già detto con Buxtehude; suggestivo è il trapasso all’arte con una pagina dedicata a Giuseppe Penone e alle sue "sculture di linfa", fondate sulle vene delle pietre che striano e animano il pallore esangue della materia. E il nostro pensiero alla fine corre a due estremi. Da un lato, la drammatica confessione della Supplica a mia madre di Pasolini: «Ho un’infinita fame / d’amore di corpi senz’anima». E d’altro lato, la voce di Turoldo che cantava: «Inquieta anima mia quasi / carne, in te rientra... / Egli Dio non è lontano, / è nel tuo mare di sangue... / Alla terra torna, alla terra resta / anima quasi carne».