Umberto Bottazzini, Domenica-Il Sole 24 ore 20/11/2011, 20 novembre 2011
UN ARCHETIPO PER DUE
«È sempre meglio avere una visione oscura e distorta dei fatti piuttosto che non averne alcuna», scriveva nel 1857 il grande fisico e chimico Michael Faraday, un geniale autodidatta e uomo di laboratorio poco familiare con i formalismi della matematica. A distanza di settant’anni Paul Dirac, uno dei padri della meccanica quantistica, dopo che la sua equazione gli aveva permesso di predire l’esistenza dell’antimateria, affermava invece che «l’equilibrato progresso della fisica richiede, per la formulazione teorica della fisica stessa, una matematica sempre più avanzata». Teorie matematiche come la geometria non euclidea e l’algebra non commutativa, a lungo ritenute «pure finzioni della mente», si erano rivelate decisive per la descrizione del mondo fisico. «I moderni sviluppi fisici hanno richiesto una matematica che continuamente sposta le proprie fondazioni e diventa sempre più astratta – continuava Dirac –; è presumibile che questo processo di crescente astrazione continuerà nel futuro».
Nel confronto tra i punti di vista di Faraday e Dirac si può riassumere il senso del complesso itinerario delineato da Silvano Tagliagambe e Angelo Malinconico nel loro libro. La rigida demarcazione tra scienza e non-scienza, sostengono Tagliagambe e Malinconico, offre solo un’immagine caricaturale dello sviluppo della conoscenza. In realtà, la conoscenza è un sistema dinamico che «si sviluppa anche pescando nelle acque non sempre limpide delle "visioni oscure" e cresce depurandole via via».
Emblematico, da questo punto di vista, è il lungo dialogo tra Wolfgang Pauli e Carl Gustav Jung, tra uno dei più grandi fisici del secolo scorso e il padre della psicologia analitica, e il loro confronto su «materia e psiche» ricostruito in questo libro. Un libro denso di spunti e di stimolanti riflessioni sostenute da una ricca messe di citazioni dalle pagine di Jung e Pauli. Nel 1930, quando si rivolge a Jung, Pauli è professore di fisica teorica al Politecnico di Zurigo. A soli trent’anni è un’autorità nel campo della nuova fisica quantistica (il suo principio di esclusione gli varrà il premio Nobel nel 1945) ma è anche una persona afflitta da gravi disturbi psichici. A seguito del trauma provocato dal suicidio della madre dopo la scoperta che il marito aveva un’amante, e di un matrimonio fallimentare durato poche settimane con una cantante di un locale notturno, Pauli cade in preda dell’alcolismo, diventa protagonista di diverbi e scontri fisici nei bar di Zurigo di cui è assiduo frequentatore. Jung trova Pauli così «stracolmo di materiale arcaico» che, «per evitare ogni influenza» da parte sua, lo affida a una sua allieva, con la quale Pauli intraprende un percorso analitico durato cinque mesi, punteggiato da un numero straordinario di sogni. «Non fu intrapresa interpretazione degna di nota – ricordava Jung – poiché il sognatore, in virtù della sua eccellente disciplina scientifica e delle sue doti personali, non aveva bisogno di alcun aiuto da parte di terzi».
Solo un paio d’anni dopo Pauli entrò in analisi con Jung, stabilendo con lui un sodalizio intellettuale, nutrito da un fitto carteggio durato oltre un quarto di secolo fino alla morte di Pauli. Dapprima curioso, poi sempre più entusiasta, Pauli fece propri concetti junghiani come quelli di simbolo e di archetipo che egli riconobbe all’origine della scienza moderna in un celebre saggio su Keplero e l’influenza delle immagini archetipiche sulle sue teorie astronomiche. D’altra parte, come mostrano Tagliagambe e Malinconico, Jung giunse all’individuazione degli archetipi come forme imprescindibili per l’organizzazione dei contenuti dell’esperienza psichica cosciente anche grazie al suo dialogo con Pauli. In altre parole, quella tra Pauli e Jung fu una proficua interazione, fondata su un comune interesse per gli archetipi e per un «inconscio assoluto», un «inconscio dotato di una vasta realtà oggettiva», per usare un’espressione di Pauli ripresa da Jung nelle sue Riflessioni teoriche sull’essenza della psiche.
Quel loro sodalizio intellettuale culminò nella pubblicazione di un saggio a due mani, Naturklärung und Psyche, il saggio da cui prendono le mosse Tagliagambe e Malinconico per un «esame dei mutamenti che il concetto di oggetto fisico, da una parte, e quelli di soggetto e di psiche, dall’altra, subirono in quegli anni cruciali e a seguito di questo intenso rapporto personale». È un esame che passa attraverso la rilettura del rapporto tra Jung e Kant e un’analisi del ruolo di Pauli nella formulazione della meccanica quantistica per addentrarsi nell’esplorazione del «mondo intermedio» e discutere concetti chiave come quelli di causalità e sincronicità.
Quello che Tagliagambe e Malinconico propongono è una visione unitaria della conoscenza, fondata su una maggiore conoscenza dell’interazione tra scienze della natura e scienze dell’uomo, tra mente e materia, in sintonia con quanto auspicava Pauli in un saggio del 1949 sul significato filosofico della complementarità, dove motivava quel suo lavoro con la speranza di contribuire a riavvicinare «le discipline particolari nelle quali si è disgregata la nostra attività intellettuale». Mi sembra, affermava Pauli con un certo ottimismo, che «si siano realizzate le condizioni per un rinnovato accordo tra i fisici e i filosofi riguardo ai fondamenti gnoseologici della descrizione scientifica della natura».