Danilo Taino, CorrierEconomia 21/11/2011, 21 novembre 2011
EURO. VALE LA LEGGE FERREA DEL DIVORZIO
Molti, non più giovani, ricordano probabilmente un dibattito — ma forse sarebbe meglio chiamarlo uno scontro — che attraversò l’Italia a lungo, tra la fine degli Anni Settanta e i primi Ottanta. Riguardava il divorzio tra il ministero del Tesoro e la Banca d’Italia. Una vicenda che è estremamente utile ricordare oggi. Finì con la vittoria del divorzio, cioè — come la chiamò Nino Andreatta — con una «separazione dei beni» sulla base della quale la banca centrale non era più obbligata a garantire l’acquisto di titoli dello Stato emessi dal Tesoro e non assorbiti dal mercato.
L’asta dei Bot del luglio 1981 — la prima del regime post-divorzio, Carlo Azeglio Ciampi governatore—- fu considerata, più o meno giustamente, uno spartiacque tra un’era di finanza antica e l’era dell’Italia moderna che si apriva ai mercati.
Qui Roma
Con una lettera a Ciampi del febbraio 1981, l’allora ministro Andreatta stabilì il nuovo regime. Fino a quel momento, in particolare dal 1975, per sostenere l’economia i governi pretendevano di avere tassi d’interesse bassi e dunque si finanziavano tra i risparmiatori non seguendo la logica della domanda e dell’offerta, ma costringendo la Banca d’Italia a stampare denaro per comprare i Bot invenduti. Non a caso furono anni di inflazione a due cifre. Il colpo di mano — come qualcuno lo chiamò — di Andreatta e Ciampi comportò un’immediato maggiore controllo di via Nazionale sulla massa monetaria in circolazione, e dunque sull’inflazione.
Comportò anche che il Tesoro dovette andare a finanziarsi sul mercato, quindi pagare tassi d’interesse più elevati. «Naturalmente — scrisse anni dopo Andreatta sul Sole 24 Ore — la riduzione del signoraggio monetario e i tassi d’interesse positivi in termini reali si tradussero rapidamente in un nuovo grave problema per la politica economica, aumentando il fabbisogno del Tesoro e l’escalation della crescita del debito rispetto al prodotto nazionale». Gli storici dell’economia potranno scrivere che in quel modo si favorì la creazione di un debito pubblico enorme — da meno del 60% nel 1980 al 120% nel 1994 — e ciò è vero. Ma i governi avrebbero anche potuto cogliere l’occasione per tagliare le spese. Certamente, comunque, continuare a monetizzare le uscite dello Stato avrebbe portato a una continua erosione della base monetaria, a inflazione elevata e a un impoverimento generale del Paese. Probabilmente anche a crisi finanziarie più gravi di quelle che arrivarono nei primi Anni Novanta.
Fatto sta che, da allora, la separazione tra Tesoro e banca centrale è uno dei punti cardine della conduzione finanziaria in Italia e, soprattutto, in Europa: non solo l’indipendenza dalla politica è una religione per la tedesca Bundesbank, ma persino la Bank of England è — dal 1997, governo di Tony Blair — indipendente nello stabilire la politica monetaria del Regno Unito.
Qui Francoforte
Ovviamente, questo criterio è stato mantenuto e rafforzato quando, con la creazione dell’Unione monetaria, è stata creata la Banca centrale europea (Bce). Per statuto, l’obiettivo dell’istituzione che ha sede a Francoforte è quello di garantire la stabilità monetaria. Punto. Per farlo, si può dare un obiettivo, per esempio il due per cento di inflazione, e quindi condurre la propria politica di conseguenza. Ma è del tutto escluso che faccia quello che potrebbero chiedere i governi e i ministri delle Finanze dei 17 Paesi dell’Eurozona. Ad esempio, comprare senza limiti i titoli dello Stato di un Paese in crisi: sarebbe la rottura del divorzio tra banca centrale e governi, tra la politica monetaria e la politica di bilancio. Chi chiede che la Bce metta in campo il bazooka, che cioè compri sul mercato e senza alcun tetto titoli di Stato — e ormai sono tantissimi — domanda esattamente questo.
Soluzioni
Questa separazione tra politica monetaria e politica di bilancio (cioè il finanziamento dei deficit) per la Bce non è una sfumatura. Può piacere o meno, ma è la base stessa sulla quale l’euro è stato fondato. La Germania non avrebbe mai e poi mai accettato qualcosa di diverso, convinta com’è, sulla base della propria esperienza storica, che lasciare ai politici la possibilità di mischiare gestione della moneta e gestione dei debiti non possa che portare tragedie immense. La separazione tra il ruolo della Bce e il ruolo dei governi è insomma l’architrave dell’Unione monetaria: che Francoforte la ripudi è dunque piuttosto difficile, nonostante le pressioni, che ormai arrivano da tutte le parti del mondo, di chi ritiene che l’unico modo per salare l’euro sia la Bce che stampa denaro.
Venerdì scorso, il presidente Mario Draghi è stato chiarissimo: mettere in discussione la credibilità della Bce porterebbe ad altissimi costi economici e sociali — ha detto. Piuttosto, il compito di aiutare gli Stati europei in crisi spetta ai governi, a questo proposito molto in ritardo rispetto agli impegni che essi stessi avevano preso. La Bce non diventerà prestatore di ultima istanza ai governi, cioè non stamperà moneta. Pochi giorni prima, il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, aveva precisato che «il ruolo della banca centrale è definito chiaramente: deve assicurare la stabilità dei prezzi e sostenere le autorità competenti a mantenere la stabilità finanziaria. Con questa formulazione è chiaro che la responsabilità della stabilità finanziaria è dei governi».
La soluzione miracolosa alla crisi del debito, dunque, non ci sarà perché non esiste. La Bce non comprerà a mani basse i debiti sovrani in crisi perché ritiene che ciò porterebbe al disastro. Draghi, anzi, chiede che siano i governi a sbrigarsi e a rendere operativo il fondo salva Stati rafforzato che hanno deciso un mese fa. E’ la legge ferrea del divorzio.
Danilo Taino