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 2011  novembre 21 Lunedì calendario

RISCHI SOVRANI. SCONTRO TRA AUTHORITY SUI BILANCI DELLE GRANDI BANCHE

La coperta è ormai drammaticamente corta. E le autorità internazionali di intervento e di regolazione dimostrano limiti crescenti. Il rendimento dei titoli di Stato non solo è impazzito in Grecia, ma sta salendo rapidamente in tutta l’Europa mediterranea fino alla Francia. Riflette la percezione di sempre più rilevanti rischi sovrani. Il fenomeno sottopone a nuove tensioni i bilanci delle banche, e dovremmo aggiungere anche quelli delle assicurazioni per quanto poco se ne parli. Sono queste imprese finanziarie, infatti, le principali acquirenti delle obbligazioni pubbliche.
Il nodo solvibilità
Sul mercato interbancario, riemerge la sfiducia nella solvibilità delle controparti di cui diventa spesso arduo valutare l’effettiva consistenza patrimoniale, minata dalle potenziali minusvalenze sui titoli di Stato. Di qui, un doppio rischio: a) che quote crescenti degli attivi bancari vengano congelate fino alla scadenza per evitare di contabilizzarle alle quotazioni correnti, e di dover dunque portare le conseguenti svalutazioni a diminuzione dell’utile e del patrimonio; b) che le banche debbano pagare interessi sempre più pesanti sulle obbligazioni che emettono per raccogliere le risorse da prestare poi alla clientela.
La reazione delle autorità internazionali a questi due pericoli sembra restare tutta dentro i vecchi schemi. Che, sfortunatamente, non funzionano più. Posti in sequenza, i fatti parlano da soli. A luglio la European banking authority (Eba) sottopone 91 banche europee a una nuova serie di stress test. Al fine di pesare la solidità dei soggetti e di misurarne le eventuali esigenze di riequilibrio patrimoniale, l’Eba considera alle quotazioni di mercato soltanto i titoli di Stato disponibili per la vendita e non quelli tenuti sui libri fino alla scadenza, ancorché di tutti si dia informazione. Le sentenze dell’Eba risultano così meno drastiche. Una banca tedesca rifiuta la bocciatura, pura iattanza teutonica perché l’Eba non può prendere provvedimenti. Le banche italiane vengono tutte promosse. Ma gli analisti sanno quanto basta per riclassificare i bilanci, tenendo conto sia dei titoli di Stato sia dei titoli illiquidi privati.
L’inopportuna Lagarde
Poco dopo gli stress test, Cristine Lagarde, direttrice del Fondo monetario internazionale, dichiara che alle banche europee mancano 200 miliardi di euro di capitali. Un botto. E che cosa allora fa l’Eba, autorità presieduta da Andrea Enria, ex caposervizio della Banca d’Italia, e costituita dai rappresentanti delle banche centrali e degli enti di vigilanza dei 27 Paesi dell’Unione europea? Un po’ alla democristiana, l’Eba taglia il male a metà. Suggerisce al Consiglio europeo dei capi di Stato e di governo del 23-26 ottobre di guardare ai valori di bilancio dei soli titoli di Stato detenuti dalle banche qual era prima dell’ennesimo piano Grecia e in tal modo vagliare l’adeguatezza dei capitali, posto che il core Tier 1 minimo dovrà essere il 9% degli attivi ponderati per il rischio. Si dice che i rappresentanti di Italia (Giovanni Carosio, membro del direttorio di via Nazionale) e di Spagna (Francisco Javier Arìtzegui Yànez) abbiano votato contro. Ma la cosa non trova conferme. Né potrebbe perché l’Eba non pubblica le minute delle sedute, come invece fa la Federal Reserve. Il Consiglio europeo, com’è ormai noto, approva senza opposizioni l’esame proposto dall’Eba. Che poi lo realizza.
Poiché in Europa le banche detengono prevalentemente titoli pubblici del proprio Paese, l’Eba consente alle banche tedesche e, in parte, alle francesi di rivalutare le obbligazioni pubbliche nazionali così da compensare le perdite su quelle greche, di fatto in default, e sulle altre mediterranee in declino, ma tuttora regolari. Per le banche italiane, prive di titoli greci, ma ricche di titoli domestici, è il colpo che sappiamo. E i titoli tossici? Dimenticati.
Possibili scenari
A questo punto ci si deve chiedere se l’esercizio autunnale dell’Eba modifichi i principi contabili, e dunque imponga alle banche il periodico aggiornamento dei valori di libro di tutti i titoli di Stato detenuti con le conseguenze del caso, o se invece sia stato una mossa una tantum. Nel primo caso, se non si invertirà la tendenza al rialzo dei rendimenti dei titoli pubblici, le banche dei Paesi meno forti andranno incontro a periodiche svalutazioni cui dovrebbero reagire con periodici aumenti di capitale. Una prospettiva insostenibile, che porterebbe diritto alla nazionalizzazione del credito, in quasi tutti i Paesi europei. E la stessa Germania, che ha banche deboli, soffrirebbe.
L’Eba, in verità, nega che i principi contabili siano stati modificati. L’esercizio sarebbe un colpo secco, senza seguiti prestabiliti. Fatto al solo scopo di costringere le banche a riequilibrare gli stati patrimoniali, così da poter di nuovo raccogliere denaro sul mercato evitando crisi di liquidità. Ma ci sono due modi di riequilibrare mezzi propri e attivi: l’aumento del capitale e la riduzione degli attivi.
Ricadute italiane
Sulla carta, osserva Mediobanca Securities, la prima strada potrebbe essere battuta tagliando del 32% di attivi ponderati per il rischio al Monte dei Paschi e al Banco Popolare (rispettivamente per 34 e 31 miliardi) e tagliando del 19% gli attivi ponderati di Unicredit e del 17% quelli di Ubi Banca (rispettivamente per 82 e 16 miliardi). Andrea Enria paventa un tale esito, perché diminuirebbe assai la capacità di far credito all’economia, anticipando il credit crunch. Auspica, dunque, un riequilibrio tramite aumenti di capitale. Non saranno la panacea, ammette, ma aiuterebbero.
È un auspicio debole. Se le difficoltà delle banche derivano dalla crisi dei debiti sovrani, che senso ha aumentare il capitale senza smarcare l’intero comparto dei titoli di Stato dell’Eurozona dalle speculazioni delle Borse? Non a caso, Steven Maijor, presidente della European securities and markets authority (Esma), vuol dare periodicità annuale alle rilevazioni sui titoli di Stato. L’Autorità delle Borse vuol rendere stabile l’una tantum dell’Eba. Maijor si muove nella logica di favorire comunque gli scambi, scopo interessante in tempi sereni, irrilevante, anzi controproducente quando il cielo è sconvolto da una tempesta infinita. Eba, Esma e la loro consorella delle assicurazioni vorrebbero armonizzare le pratiche, obiettivo nobile se il contenuto è rispettoso degli interessi nazionali. Diversamente... Diversamente, la Bundesbank, per bocca della vicepresidente, Sabine Lautenschlaeger, ricorda che un approccio comune non soddisfacente per la Germania troverebbe l’opposizione della banca centrale tedesca e dalla Bafin.
Massimo Mucchetti