Valerio Cappelli, Corriere della Sera 21/11/2011, 21 novembre 2011
CENSURA, E’ UNA BABELE: «REGOLE DA RISCRIVERE» —
Censura, anno zero. L’ultima controversia di una lunga storia è avvenuta per Quando la notte di Cristina Comencini: dopo il divieto ai 14 anni, il produttore Riccardo Tozzi è ricorso in appello ed è diventato «un film per tutti». Mentre su Internet si può vedere qualunque nefandezza senza alcun limite, al cinema fa fede la legge del 1963. Intanto il mondo non è più quello. Già prima di Apocalypto, il film di Mel Gibson che nel 2007 fu al centro di una controversia giudiziaria, la priorità dei legislatori e l’applicazione della Commissione censura per la tutela dei minori si era spostata dalle scene di sesso a quelle di violenza.
Due ex ministri ai Beni Culturali hanno tentato una soluzione, e ora ci proverà il nuovo titolare del dicastero Lorenzo Ornaghi. Il disegno di legge di Francesco Rutelli, nel 2007, non è mai andato in porto, e l’anno seguente l’ipotesi di modifica di Sandro Bondi, arrivata sul tavolo del Consiglio dei ministri, è stata accantonata senza che venisse discussa. Pur differenziandosi, entrambe le proposte avevano come idea base il principio di autocertificazione da parte dei produttori: dovevano essere loro, sul modello anglosassone, a indicare responsabilmente se un film è sconsigliato ai minori. Ma ci sono state delle resistenze, le racconta l’ex ministro Giancarlo Galan: «Da una parte una concezione retriva della Chiesa cattolica che mi ricorda i libri all’Indice, dall’altra alcuni produttori non sono felici dell’autocertificazione perché per loro è un’assunzione pesante di responsabilità che comporta la possibilità di multe salate. La censura è una roba vergognosa, preistorica. Io avevo proposto tre cose per semplificare un sistema allucinante. L’autocertificazione; la possibilità per il cittadino, pagando, di ricorrere al magistrato; e una sola commissione come prova d’appello del produttore nel caso faccia ricorso e chieda che il film venga riesaminato».
La Commissione censura, che fa capo al ministero dei Beni Culturali, è articolata in otto sezioni con nove componenti ciascuna: il presidente con docenza in materie giuridiche, uno psicologo-pedagogo, due esperti di cultura cinematografica, due membri designati dalle associazioni dei genitori e due di categoria, un esperto di organismi animalisti (in caso di maltrattamenti). Sono pagati 23 euro lordi a seduta: pochi stimoli e molta noia. Rutelli cercò di invertire la rotta con otto professionisti di alto profilo che si occupano dei problemi dei minori, pagati in modo congruo. Sono tuttora previsti tre step: divieto ai 10, ai 14 o ai 18 anni. Siamo al comune sentire del 1963: come assecondare una legge antica in un mondo completamente diverso? Al ministero dicono che le commissioni vivono alla giornata, «ci si arrabatta secondo le sensibilità individuali, ecco perché a volte succedono cose strane».
Si sono fatte tante battaglie, ogni parola sembra logora, usurata, dicono i registi. Liliana Cavani: «Mi ispirerei alle proposte più ragionevoli in vigore all’estero. Certe pressioni politiche o ecclesiastiche non sono legittime. Io ho avuto problemi per Il portiere di notte, che fu vietato ai 18 anni perché Charlotte Rampling nel fare l’amore stava sopra l’uomo. Nel 1968 Galileo fu vietato ai 14 perché Giordano Bruno nel rogo urlava, era una scena troppo impressionante e ho dovuto tagliarla». Carlo Lizzani: «Il cinema è solo uno spicchio dell’universo audiovisivo. Non è pensabile che un bambino possa vedere il volto pesto di Gheddafi in tv e al cinema permanga una visione che non corrisponde alla realtà. Auspico un aggiornamento dello stato delle cose sotto il profilo psicologico e storico». Marco Bellocchio: «La difesa dei minori va riprogettata. C’è una sproporzione tra web e cinema, il controllo andrebbe fatto su uno strumento più insidioso come Internet. È stato grottesco l’iniziale divieto al film della Comencini; affronta in modo serio un tema importante che sconfina in tutta la casistica delle mamme assassine. Poiché il cinema viene spesso finanziato dalle tv, per il passaggio sulle reti nei contratti si pretende che il film sia per tutti. Così per L’ora di religione dovetti cancellare la bestemmia però rimasero le immagini. Nel 1965 I pugni in tasca fu dapprima vietato e poi divenne un film per tutti perché un pretore respinse la denuncia. La questione riguardava non tanto l’oscenità ma l’inaccettabilità della scena che riguarda il doppio delitto del protagonista. La ricerca del colpevole è ignorata, la provocazione contro i valori della famiglia diventò deflagrante».
Valerio Cappelli