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 2011  novembre 21 Lunedì calendario

NOIOSO, GRIGIO, PERDENTE? LA RIVINCITA DI MARIANO —

Gioite aspiranti politici timidi, goffi, con difetti di pronuncia e pancetta, voi politici sconfitti a ripetizione, con scarsa propensione al jogging, alla chirurgia plastica, a «bucare» il video, sedurre le masse, a citare illeggibili politologi, vendere fumo, promettere l’impossibile, gioite. Uno di voi è arrivato in cima. Mariano Rajoy, leader del Partito popolare (e da oggi virtualmente nuovo premier spagnolo) è il contrario di quel che vorrebbero le fabbriche dei candidati di plastica. Mariano Rajoy è il secchione imbranato anche con le ragazze, il padre di famiglia che non saprà cucinare un uovo, ma gioca con i figli ai trenini elettrici. Uno che guarda le partite alla tv, in ciabatte, invece di andare allo stadio a «tenere i rapporti» e a «mostrarsi».
Rajoy avrebbe potuto vivere comodo nella sua Galizia come il più giovane «registrador de propriedad» di Spagna (qualcosa più di un nostro notaio) e invece ha deciso di fare politica. Ha impiegato trent’anni, per strada ha inghiottito sconfitte clamorose, ma ieri ce l’ha fatta. Gli spagnoli l’hanno scelto per il compito più difficile: non per portarli alla stella che non c’è né per decidere tra più ospedali o più scuole, ma come tagliare entrambi. Mariano Rajoy ha infarcito i comizi di «dipende».
Difenderà la sanità? «Dipende». Taglierà i sussidi di disoccupazione? «Dipende». E nonostante la vaghezza, gli spagnoli, dovendo scegliere, hanno deciso di fidarsi di lui. La Spagna di oggi gli piace com’è, europeista, decentrata, laica, ma senza esagerare. Non ha promesso rivoluzioni, solo correzioni, soprattutto nelle spese. D’accordo la morte delle ideologie, ma qualcosa sulla telecrazia, il dominio dell’apparenza e la seduzione di massa, va rivisto. Con Rajoy ha vinto il «buon senso», la speranza di un «governo competente». Rajoy non è un altro esemplare della nuova razza dei tecnici prestati alla politica, ma è la «cosa» più vicina a un tecnico che il panorama spagnolo avesse da offrire.
Rajoy è di destra e non è per questo che ha vinto. Anzi ha vinto nonostante sia di destra. I rivali hanno tentato di agitare il «pericolo fascista», ma il pacioso Rajoy era credibile quando replicava che anche in caso di «maggioranza assoluta» non avrebbe governato a colpi di decreti. «Dialogo», «collaborazione», i tempi sono gravi, prima della concorrenza tra partiti viene l’interesse del Paese. Carattere e biografia, l’hanno reso credibile.
La prima medaglia da «moderato» risale all’87 quando Manuel Fraga (ex ministro di Franco) lo umiliò e il 32enne Rajoy se ne andò dal partito sbattendo la porta. L’esilio durò appena 9 mesi. Rajoy si unì ai «rottamatori» dell’epoca che premevano per il ricambio generazionale (e la democratizzazione) della destra. Nella scia di José María Aznar divenne vicesegretario, due volte ministro e, infine, delfino. E’ il 2004. I Popolari sono in testa nei sondaggi, non hanno bisogno di un candidato forte e scelgono lui. Rajoy va serafico ai comizi con giacche a quadri da notaio di campagna. Invece arriva l’attentato alla stazione di Atocha e i socialisti di Zapatero trionfano a sorpresa. Rajoy resta con il cerino in mano.
Nel marzo del 2008 sfida ancora Zapatero e viene di nuovo sconfitto. Era rimasto segretario del Pp perché i baroni del partito si erano arroccati nelle regioni a gestire denaro e influenze. Ora chiedono la sua testa. Rajoy gioca solo. Non ha più dietro Aznar e non lo appoggia neppure il potente arcivescovo di Madrid, Ruoco Varela. Al Congresso di Valencia dà battaglia, sembrano tutti contro di lui, ma l’ala «liberal democratica» mette ai margini falchi e ultrà cattolici. E’ la seconda medaglia da «centrodestra moderato» che gli spianerà la vittoria di ieri.
Ha sopportato anche le critiche di media teoricamente amici come Radio Cope (Conferenza episcopale) e Telemadrid che lo bollano come «noioso» e «grigio». Ora ha in mano il governo e il Partito. Qualcuno parla già di «marianesimo» per definire un nuovo centrodestra senza frizzi e lazzi ideologici, tutto buon governo ed efficienza. La replica del timido quanto realista Rajoy è già pronta: «dipende».
Andrea Nicastro