Nicola Borzi, Plus 24 19/11/2011, 19 novembre 2011
CON I FONDI IN CASSA SI ARRIVA A FEBBRAIO
L’ Italia ha in cassa poco meno di 37 miliardi. Se non ci sarà spesa primaria e se le aste intermedie continueranno a trovare domanda, la somma sarà sufficiente per pagare il debito in scadenza sino agli inizi di febbraio senza dover far ricorso a nuove emissioni. Poi toccherà alle aste del Tesoro garantire il flusso di nuova liquidità che permetta il pagamento del servizio del debito (rimborso di titoli di Stato e pagamenti dei relativi interessi alla scadenza). Ecco perché si è reso indispensabile un rapido recupero di credibilità del Paese. Lo testimonia un rapporto datato 11 novembre di Morgan Stanley.
Il calendario delle aste è il termometro più preciso dell’effettiva fiducia dei mercati sulla sostenibilità del debito pubblico nazionale. Secondo Morgan Stanley, il rientro dei tassi sul debito pubblico italiano dal 7,2% circa ad almeno il 6,6% «è vitale per la sostenibilità della traiettoria di lungo periodo del rapporto debito/Pil italiano. Ovviamente un maggior tasso di interesse non si trasmette immediatamente in oneri superiori per il servizio del debito, che scattano solo quando l’Italia si rifinanzia o aumenta il debito», scrive la casa d’investimento Usa. «Ma, come abbiamo sostenuto in passato, un costo del servizio del debito fisso nei dintorni del 7% sarebbe probabilmente il punto di non ritorno per il rapporto debito/Pil. Dato l’aumento dei tassi sul debito italiano da inizio luglio il costo totale del servizio del debito è salito dal 4 all’4,3% attuale. Nonostante sia ancora gestibile in base alle nostre attese di crescita, la sua sostenibilità dipenderà pesantemente da due ipotesi: che i tassi dei BTp non continuino a crescere e che i mercati restino disponibili a rifinanziare il debito italiano», continua Morgan Stanley.
Il problema italiano è la dimensione delle necessità di rifinanziamento, le maggiori in Europa con 207 miliardi di bond a medio-lungo termine da offrire nel 2011 e 225 miliardi nel 2012, che vanno sommati ad altri 120 miliardi di BoT annuali. Il tutto in un contesto in cui anche altri Paesi, con rating migliore, sconteranno tassi crescenti per rifinanziare il proprio debito. «Per questi motivi prevediamo che le aste di BTp restino a rischio nel prossimo futuro. Già lunedì (il 14 novembre, ndr)», scriveva il report dell’11 novembre, «l’Italia progetta di offrire da 1,5 a 3 miliardi, molto meno dei 78 miliardi usuali», concludeva l’analisi. Non a caso infatti lunedì scorso, 14 novembre, quando il Tesoro ha offerto la quinta tranche del BTp a 5 anni scadenza 15 settembre 2011, l’importo di 3 miliardi è stato sì coperto a fronte di richieste per 4,4, ma il rendimento ha segnato un rialzo di 0,97 punti rispetto all’asta precedente portando il tasso lordo al 6,29%, ai massimi dal giugno 1997. D’altronde negli ultimi giorni le incertezze politiche – nonostante il varo in tempi record del nuovo governo Monti – e l’aumento dei margini di garanzia nelle case di clearing sono stati i due fattori principali di rischio che hanno spinto al rialzo lo spread dei BTp sui Bund di pari durata.
Intanto la volatilità dello spread e dei tassi sul debito italiano resta elevatissima. Giovedì 17 novembre, giornata di chiusura di questo numero di «Plus24», lo spread tra BTp e Bund decennali ha toccato i 537 punti base per poi chiudere, dopo i discorsi di Monti al Senato e alla Camera, a 495 punti, riportando i tasso al 6,84% dal 7% del 16 novembre. In queste condizioni, i risparmiatori che intendono sottoscrivere i titoli del debito pubblico nazionale devono abituarsi a vivere sulle montagne russe ancora per parecchio tempo. Sempre che, nel frattempo, il contagio dell’allargamento degli spread non finisca per mietere vittime anche a Parigi e in altre capitali dell’Eurozona.