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 2011  novembre 19 Sabato calendario

SALTO CON L’ASTA DEI BOT TRA RISCHI E OPPORTUNITÀ


A sentire i vari consulenti (indipendenti oppure "dipendenti" degli intermediari finanziari) se investire o meno nei titoli di Stato italiani un’idea certa non viene fuori. D’altronde, nessuno ha la sfera di cristallo per poter predire se un investimento potrà considerarsi completamente al sicuro. È stato sempre così e sempre lo sarà. I piccoli risparmiatori hanno imparato a loro spese quanto le previsioni assicurate loro si siano rivelate poi infondate (in parte o in toto). Men che meno adesso che la tempesta della speculazione sta investendo non soltanto i soliti noti (Portogallo, Irlanda, Grecia, Spagna e negli ultimi quattro mesi l’Italia) ma anche i porti considerati sicuri fino a qualche giorno fa (Francia, Austria, Olanda, Finlandia).

Le possibilità di default statali

Per i piccoli risparmiatori è però possibile quantificare il rischio che corre un emittente guardando, oltre i Cds e gli spread, i valori del Tasso di default implicito (Tdi) che quantifica in percentuale il rischio che corre un’emittente. Attualmente, il mercato ritiene che l’Italia (Tdi simili anche per la Spagna) abbia quasi il 10% di possibilità di andare in default in un anno, del 39% in cinque anni e del 53% in 10 anni. Per dare un altro temine di paragone, il mercato stima che la Francia abbia un Tdi dell’1% da qui a un anno, del 13% in cinque anni e del 24% in dieci anni. La Grecia, tanto per citare un caso estremo, ha un Tdi a un anno del 99,85%, del 99,52% a cinque anni e del 98,95% a dieci anni (si veda tabella a fianco).

Ritorno alla localizzazione?

Non è escluso che, se le dinamiche attuali dovessero continuare, si possa innescare un fenomeno di localizzazione (in pratica l’inverso della globalizzazione), con una crescente parte del debito nazionale sottoscritto da investitori domestici. A questo riguardo l’Italia, con una elevata componente di risparmio netto in mano ai privati, potrebbe essere posizionata meno peggio di altri Paesi sempreché non si inneschino dinamiche di fuga di capitali verso i paesi sicuri (sempre in diminuzione) dell’eurozona o al di fuori dell’area della moneta unica.

Cosa fare con i titoli italiani?

In questo contesto tutt’altro che semplice, come si devono comportare gli investitori su BoT e BTp? Partendo dall’ovvia considerazione che adesso il profilo di rischio dei titoli di Stato va generalmente considerato più elevato rispetto a pochi mesi fa, il concetto di diversificazione, cioè di non mettere tutti i propri risparmi in un’unica tipologia di investimenti, diventa fondamentale. Fatta questa doverosa premessa, è indubbio che i rendimenti dei titoli di Stato rappresentano un’opportunità se le autorità italiane ed europee daranno prova di maggiore consapevolezza e capacità di gestire la crisi di fiducia attualmente in atto. C’è da sperare che nei prossimi mesi i mercati adottino un atteggiamento meno negativo nei confronti del nostro Paese, se non altro perché alla guida del nuovo Governo c’è Mario Monti che per formazione ed esperienze professionali dovrebbe, nel bene e nel male, parlare la stessa "lingua" degli operatori finanziari. Ma potrebbe non bastare.

Aste e rendimenti

Gli investitori italiani che però confidano in un’uscita positiva dell’Italia dall’attuale fase di crisi potrebbero sfruttare gli allettanti rendimenti dei titoli di Stato e contribuire in maniera concreta al rifinanziamento del debito con la partecipazione alle aste attraverso le quali il Tesoro mette a disposizione obbligazioni con scadenze e caratteristiche diverse. I rendimenti ricavabili vanno dal 5% dei BoT a tre mesi al 7,50% del BTp trentennale. Ovviamente, anche i prezzi di sottoscrizione variano in maniera significativa (si veda tabella in pagina). I titoli a breve scadenza vengono assegnati in asta a prezzi relativamente vicini al valore di rimborso di 100, mentre quelli a più lunga scadenza si possono sottoscrivere a valori significativamente inferiori cogliendo forse alcune opportunità (si veda intervista sotto).

Primario o secondario?

Se arrivato a questo punto della lettura la scelta dovesse cadere ancora sui BTp allora potrebbe essere più conveniente acquistarli in asta (sul come fare si veda articolo a pagina 6) e non sul mercato secondario (quello cioè delle emissioni già in circolazione). Un motivo potrebbe essere proprio dovuto dalla scarsa partecipazione degli investitori internazionali. Per i risparmiatori, quindi, che ritengono interessante acquistare BTp in asta tutto ciò può consentire in un certo senso un doppio vantaggio; quello "pratico" di ottenere rendimenti più elevati per il proprio investimento e quello "patriottico" di aver contribuito direttamente al rifinanziamento del debito nazionale. Per tutti gli altri, invece, il "solito" Bund tedesco rappresenta un porto sicuro.