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 2011  novembre 19 Sabato calendario

FRANCESCO MAGLIA L´OMBRELLO PERFETTO IN SETTANTA PASSAGGI

FRANCESCO MAGLIA L´OMBRELLO PERFETTO IN SETTANTA PASSAGGI - Il primo Francesco Maglia, fabbricante di ombrelli, aveva già aperto bottega da un ventennio a Milano (all´indirizzo di Porta Genova 7 dove la ditta è rimasta fino sette anni fa), quando nel 1894 Robert Louis Stevenson - l´autore de L´Isola del Tesoro - scriveva il trattatello The philosophy of umbrellas: per dimostrare che il parapioggia era il vero simbolo della rispettabilità. Centodiciassette anni dopo, il quinto Francesco Maglia (una ferrea usanza di famiglia vuole che a ogni generazione il nome passi a uno e uno solo degli eredi) fa ancora gli ombrelli nell´azienda di famiglia, proprio come allora. Ma nel frattempo la rispettabilità borghese su cui ironizzava Stevenson è andata fuori corso o ha trovato altri simboli, così quei parapioggia fatti tutti a mano, che adesso costano da duecento a mille volte più di quelli di latta e plastica made in China, sono passati a incarnare il gusto dell´eleganza e perfino il lusso dell´eccentricità.
Dalla nuova sede Maglia, sempre "vecchia Milano" ma più in periferia, un seminterrato in via Ripamonti, ne escono 15 mila all´anno "lunghi" e cinquemila telescopici, vestiti di tessuti impermeabili nati per lo più su telai da cravatte («tinta unita, righe, tartan e jacquard, mai stampati»), destinazione al 90 per cento l´estero, su ordinazione di grandi firme dello stile come Tom Ford o di negozi leggendari come James Smith & Sons umbrellas di Londra. Per l´Italia, poche famose ma discrete sartorie e boutique nel centro di Milano e Roma.
In laboratorio solo lavorazioni a mano, mostrate fase per fase con orgoglio dal fratello di Francesco, Giorgio, che dirige la produzione assieme alla moglie Laura (il figlio è il sesto Francesco, quello della prossima generazione): settanta passaggi obbligati, dal taglio degli spicchi di stoffa poi cuciti tra loro alle "balene" («dica pure stecche, ma noi preferiamo il nome antico, che viene da quando si facevano con i fanoni») alla preparazione dell´asta o bastone, che mette in campo falegnameria e prodigalità. «La cosa migliore è partire da un bastone da passeggio, manico e asta in pezzo unico di malacca, hickory, frassino, erica, frassino, castano. Poi si assottiglia la parte in alto rendendola perfettamente cilindrica. Certo, il prezzo è alto e in Italia ormai li fabbricano solo due fornitori, noi siamo i loro clienti migliori».
Usare un perfetto bastone da passeggio per farci un ombrello può sembrare come la vecchia gag televisiva degli stuzzicadenti ricavati da un tronco d´albero, ma quando un ombrello qualunque ti si rompe in mano, ci ripensi. Allo stesso modo quando ti gocciola la pioggia in testa capisci perché ogni punto di contatto tra copertura e telaio in un ombrello speciale è protetto da un giro di stoffa cucito a mano. Alla fine delle settanta fasi di montaggio - che coinvolgono «puntine, placca, doppia noce, cannola, molle, goderino, puntalino» e durano otto, dieci minuti-uomo di lavoro per pezzo - c´è la stiratura a vapore a ombrello aperto. Per tutto il tempo, intanto, Francesco "quinto" riceve telefonate da Inghilterra, Francia e Germania. Col fuso orario favorevole arrivano da Usa e Giappone (il primo mercato). Sono così tante perché ogni volta si parla di decine o centinaia di pezzi al massimo, arriva l´ordine e parte la produzione, niente scorte di magazzino: «Ho una rete di clienti costruita in una vita di viaggi, a tutti do del tu».
Il resto della differenza è fatto di colori della copertura, sobriamente di moda, e fantasia nei manici, a volte sfrenata. Per i primi, pois, Regimental, tinte unite, righe, principe di Galles. Nei secondi anche pelli pregiate e nella nicchia "ombrelli da caccia", corna, parte di palchi di cervo, radici contorte ad arte dalla natura. Spicca per contrasto una fila all black, pronta alla spedizione a Londra: «Benedetti inglesi, la rispettabilità loro ce l´hanno ancora in testa».