Maria Laura Rodotà, la Lettura (Corriere della Sera) 20/11/2011, 20 novembre 2011
DE FUNÈS
L’identità europea è, di questi tempi, un agglomerato fragile. Tenuto insieme da una moneta in crisi, da un’euroburocrazia lontana; da un senso di appartenenza labile, minacciato dai localismi, rinsaldato dalle migrazioni dei cervelli e dai turismi, dalle linee aeree low cost, dagli Erasmus e dai giovanili InterRail. E da alcune, poche, figure pop di respiro europeo, interpreti dello spirito di una nazione, apprezzati nelle altre. Anche sottotraccia. È il caso di Louis de Funès.
De Funès era il vecchietto francese calvo che urlava in tante commedie che tanti bambini europei (ora di mezza età e oltre) pretendevano di andare a vedere appena uscivano, appena avvistate le locandine per strada. Era un tipo di parigino avido, tronfio, irascibile, esilarante; tuttora con molti epigoni nella vita e nella politica. Per questo nel 2008 un docente berlinese di chimica, tale Joachim Sauer, regalò alcuni suoi film in dvd alla moglie Angela; voleva aiutarla a capire e tenere a bada un nuovo collega di lavoro francese, appena eletto presidente della Repubblica. Da allora, la cancelliera Angela Merkel chiama Nicolas Sarkozy «de Funès». E mantiene una placida calma quando lui perde le staffe. Sarkozy sembra un de Funès più giovane con la parrucca, tra l’altro.
Più giovane, più importante, ma assai meno dotato di quel soft power che ha reso «le Grand Fufu» uno dei francesi più amati del Novecento, e oltre: a 28 anni dalla sua morte, i suoi film sono popolarissimi. Il più famoso, Tre uomini in fuga (La grande vadrouille), di Gérard Oury, è il film francese più visto di tutti i tempi dopo Giù al nord. Quando uscì, nel 1966, la rivista «Les Cahiers du Cinéma» lo definì «il film più patetico dell’anno». Cinematograficamente patetico, forse, ma a ripensarci una commedia di riconciliazione nazionale ed europea: de Funès era un francese micragnoso finito a fare Resistenza con onore (alla fine) ma per caso, gli inglesi erano sobri e poco caricaturali, i tedeschi erano roboanti pasticcioni più che incarnazioni della banalità del male. E de Funès era abbonato alle stroncature dei critici. Come Totò, di cui era il doppiatore francese, e nei cui film (due, del 1959, Totò, Eva e il pennello proibito e I tartassati) aveva recitato quando ancora era relegato a ruoli di contorno; arrivò al successo dopo, a cinquant’anni.
Louis de Funès de Galarza era nato a Courbevoie, fuori Parigi, nel 1914, figlio di emigrati spagnoli. Il padre aveva fatto l’avvocato e, in Francia, l’orafo; la madre era un tipo irascibile. «È stata la mia prima insegnante di teatro», raccontava lui nelle interviste. «Mi inseguiva intorno al tavolo urlando "ti ammazzo"; aveva, senza saperlo, un talento per il palcoscenico». Il bambino Louis rielaborava il trauma producendosi in scene buffonesche a scuola, gridando anche lui e creando lo stile defunesiano già alle elementari. Pessimo studente, cacciato da una scuola di pellicceria per schiamazzi, espulso dall’École technique de photographie et de cinéma per incendio volontario, si mise presto a lavorare facendo piccoli mestieri da Ville Lumière: vetrinista, pianista nei night di Place Pigalle, attore con micro-parti in decine di pièces teatrali e di film. «Ho aperto e chiuso un’infinità di porte», diceva. Qualche regista, come Sacha Guitry, cominciò a notarlo.
Intanto si era sposato a 22 anni, aveva avuto un figlio, aveva divorziato, e durante la guerra (nel 1940, diceva, era stato riformato per sbaglio, avevano scambiato le sue lastre con quelle di una recluta tisica) si era risposato. Con Jeanne-Augustine Barthélémy, pronipote dello scrittore Guy de Maupassant, anche lui raccontatore di tipi francesi, trattato meglio dalla critica (lei è la signora magrolina coi capelli rossi che fa sua moglie in molti film). E negli anni Cinquanta cominciò a essere conosciuto come attore comico. Fu perfino notato dalla critica, per la sua interpretazione del droghiere Janvier ne La traversata di Parigi di Claude Autant-Lara, nel 1956.
Ma diventò famoso solo nel 1964, come mattatore di Le gendarme de Saint-Tropez, commedia da anni del boom. Lui è un gendarme di provincia sempre a caccia di giovani nudisti, e ha una figlia aspirazionale che s’inventa un padre miliardario e munito di yacht. Subito dopo arrivò Fantomas 70; e lui era ovviamente l’ispettore Juve, che con furia ipercinetica piccoloborghese andava a caccia dell’arcicriminale. Che era l’elegante, intellettuale e alto Jean Marais; che con de Funès, ormai popolare, dilagante e prepotente non andò d’accordo. Come successe a Jean Gabin, coprotagonista di Nemici per la pelle (Le Tatoué), del 1968. Altra trama emblematica: un mercante d’arte, nuovo ricco (de Funès) incontra un anziano gentiluomo (Gabin) che ha sulla schiena un tatuaggio disegnato da Modigliani. Glielo compra in cambio del restauro della sua casa in campagna. Poi scopre che è un castello quasi in rovina; poi scopre insieme a lui le gioie dell’exception culturelle française, vino e cucina molto inclusi.
C’è anche questo, nel personaggio apparentemente geronto-isterico di de Funès: una sincera passione per le tradizioni enogastronomiche francesi, quasi da Jean-Paul Aron (lo storico de La Francia a tavola) del cinema comico. Sempre espressa in modo aggressivo-maniacale: in Chi ha rubato il presidente? (Le Grand Restaurant, 1966) è un ristoratore parigino d’alto livello, perfezionista e persecutorio, nei guai quando un capo di Stato straniero svanisce tra i bagliori di un dolce flambé. Ne L’ala o la coscia (L’aile ou la cuisse), del 1976, praticamente il suo testamento spirituale, è il direttore della guida Duchemin, insomma della Michelin. Ispeziona i ristoranti travestito da vecchietta, combatte contro la ristorazione industriale della catena Tricatel. Nel frattempo era tornato in teatro, aveva affrontato a modo suo i contrasti generazionali della fase sessantottina (nei suoi film ci sono spesso figli capelloni e figlie yé-yé che lo mandano in bestia); magari congiuntamente alla mai sopita nostalgia parigina per la Belle Époque (in Hibernatus. Il nonno surgelato, del 1969); si era prodigato per la distensione israelo-palestinese in Le folli avventure di Rabbi Jacob, del 1973; e a differenza del suo riluttante emulo Sarkozy, col passare degli anni si era sempre più allontanato dal bling-bling parigino.
Quando non girava film viveva nel suo castelletto della Loira. Dove aveva impiantato, tra i primi, colture biologiche; e dove morì nel 1983, d’infarto, a 69 anni. Tre anni prima aveva finalmente ricevuto il premio César alla carriera e aver portato al cinema L’avaro di Molière. La sua commedia preferita, ideale per il suo carattere infernale. «Era un tiranno inimmaginabile» ha raccontato Michel Lonsdale, che recitò con lui in Hibernatus. «Vietava ai registi dei suoi film di venire sul set, lo infastidivano. Decideva lui il montaggio, la musica, gli attori. Ma io mi trovai bene a improvvisare con lui. Lui era incapace di repliche normali, ogni parola provocava un festival di calembours, onomatopee, smorfie. Sua moglie veniva a informarsi sulle opinioni politiche del cast, per verificare che non ci fossero comunisti». Quarant’anni dopo il set è quello del G20, o dei drammatici vertici dell’Eurozona. Sul palco non c’è de Funès ma uno che gli somiglia, a volte pure lui tirannico; insieme a lui c’è una signora vissuta fino a 35 anni nel socialismo reale. E la nostalgia per un’Europa da fiction e da ridere è forte, qualche volta.
Maria Laura Rodotà