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 2011  novembre 20 Domenica calendario

«E ORA IMPACCHETTO IL FIUME ARKANSAS»

Spronato dalle difficoltà, e incurante del passare del tempo, ha sempre saputo aspettare. Christo (che ha lavorato in duo con la moglie Jeanne nata nel suo stesso giorno, il 13 giugno 1935), da metà settembre era entrato in fibrillazione. Questa volta era sicuro, dopo 19 anni di attesa, di ottenere il nulla osta per il suo progetto di copertura (lungo 62 chilometri) del fiume Arkansas, nelle Rocky Mountains, in Colorado. Ora ci vorranno quasi tre anni (agosto 2014) per «allestire» il sito con chilometri di cavi e pali. Ma Christo già immagina i rafters percorrere quell’impervio tracciato che, poi, solo per poche settimane, sarà sovrastato da un chilometrico baldacchino di tende argentate. «Lo Stato del Colorado, dove in parte scorre l’Arkansas, ha decretato che il progetto artistico è a zero impatto ambientale: in effetti noi abbiamo sempre riciclato tutto quello che abbiamo utilizzato per realizzare l’opera», dice Christo soddisfatto. «Abbiamo percorso per tre anni in lungo e in largo gli Stati Uniti, individuando 89 aree all’inizio, poi isolandone 6, e, infine, nel 1996 abbiamo scelto l’Arkansas», spiega l’artista che dedica il progetto alla moglie, scomparsa il 18 novembre di due anni fa.
Sono affascinanti i disegni preparatori che hanno accompagnato la gestazione della futura opera: «Per ogni progetto facciamo dei test in posti appartati e con i nostri ingegneri, proviamo i materiali: le decisioni estetiche non possono essere prese nel chiuso di uno studio, ma solo vedendo realmente gli effetti, così come abbiamo fatto anche per il Running Fence o per le isole circondate dai teli», continua Christo.
Non parlategli di una forma utopica di arte: «I nostri progetti non sono mai qualcosa d’impossibile, non richiedono complicati sistemi ingegneristici o meccanici. Sono semplici, molto fisici».
Il lavoro più costoso? «Quello fatto con gli ombrelli — spiega — un dittico tra il Giappone e la California con migliaia di ombrelli: è costato 26 milioni di dollari nel 1990. Noi utilizziamo manodopera specializzata che lavora nella costruzione di ponti, aeroporti, edifici».
È una complessa organizzazione che, al momento del varo, implica l’apertura di veri e propri cantieri. Ventidue progetti realizzati e trentasette rifiutati, in cinquant’anni. «Quando incassiamo un rifiuto siamo propensi a dire che non abbiamo preparato abbastanza documentazione, che non siamo stati capaci di essere convincenti», ammette l’artista.
«A Milano, nel 1971, quando impacchettammo la statua dedicata a Leonardo in piazza della Scala — racconta — tutto fu facile, e anche a Roma a Porta Pinciana, nel 1974. In quest’ultimo caso, senza l’aiuto di Renato Guttuso (che s’infervorò per l’operazione nonostante la sua posizione artistica fosse opposta alla nostra) le cose non sarebbero mai andate avanti, fu lui a convincere l’allora presidente della Repubblica Leone».
In nome della libertà espressiva, Christo non ha mai accettato un lavoro su commissione, né mai lo accetterà. «Nessun compromesso», dice l’artista. «Questi progetti, che costano milioni di dollari, vengono finanziati direttamente da noi, tramite la vendita di opere originali, disegni preparatori, modellini, litografie, collages». Uno dei suoi principali collezionisti acquirenti è l’imprenditore Würth che, a Palermo, a Palazzo Reale, ne espone un nutrito gruppo fino all’8 gennaio. «Non accettiamo soldi né da industrie né da fondazioni», prosegue Christo. «Agli inizi nessuno era molto interessato alla nostra attività, e così ci siamo ritrovati con molte opere da poter vendere. Stiamo lavorando da 19 anni al progetto del fiume Arkansas, e nel frattempo abbiamo già speso dieci milioni». Le cifre raddoppiano se pensiamo che Christo lavora contemporaneamente al progetto della Mastaba negli Emirati Arabi Uniti (una sorta di piramide tronca, più alta di quella di Cheope, realizzata con barili di petrolio). «Due giorni fa ero ad Abu Dhabi per spiegare questo progetto che risale al 1977 e ho parlato anche in una scuola femminile, non ho mai visto tante studentesse accalcarsi a una mia conferenza», dice l’artista.
Per il fiume Arkansas, è stata l’amministrazione Obama a sbloccare una negoziazione iniziata con Clinton: «Abbiamo avuto difficoltà con il governo Bush, e finalmente con quello di Obama siamo giunti a buon fine». Quando inizia un progetto deve sapere a chi appartiene quel luogo: «Il fiume Arkansas e quel territorio fanno capo al Ministero degli Interni che, curiosamente, fino al 1969, non era dotato di una normativa riguardante l’uso del suolo. Fu il presidente Nixon a promuoverla». E continua: «A me interessa fare un’arte che dialoghi con la gente: migliaia di persone in questi anni si sono confrontate in merito alla copertura del fiume Arkansas, ci sono stati gruppi che hanno tentato di fermare il progetto, di denunciarci, ma è questo che lo rende dinamico. In 19 anni la mia idea ha sviluppato un potenziale enorme, prima ancora di essere realizzata... Nel 1995 abbiamo impacchettato il Reichstag, così come lo avevamo immaginato nel 1971. Lei sa come abbiamo fatto ad ottenere il permesso dopo tre rifiuti? Il Reichstag appartiene al popolo tedesco, ma non potevamo sentire i tedeschi uno ad uno; per fortuna hanno dei rappresentanti in Parlamento». Così nel 1992 e nel 1994 Christo e la sua squadra hanno discusso davanti ai deputati: «II cancelliere Kohl era contrario e fece di tutto per impedirne la riuscita, ci furono settanta minuti di contro-dibattito e alla fine eravamo devastati, ma ugualmente abbiamo difeso il progetto con tutte le nostre forze ottenendo la maggioranza a favore». Nonostante Kohl.
Francesca Pini