Lettere a Sergio Romano, Corriere della Sera 19/11/2011, 19 novembre 2011
L’ITALIA VISTA DA DE GAULLE: PAESE POVERO O POVERO PAESE?
Scrisse Montanelli nei suoi «Incontri» che, intervistando Charles de Gaulle nella
sua residenza privata in Normandia alla fine degli anni 60, quando quest’ultimo si era ormai ritirato dalla politica attiva, a un certo punto la conversazione prese una piega imprevista. Montanelli aveva osservato che il proprio era «un Paese piccolo», al che il Padre della Quinta Repubblica ribattè prontamente: «Il vostro non è un Paese piccolo, ma un piccolo paese». Stavano parlando, naturalmente, dell’Italia. A quel punto, scrisse poi Montanelli parlando di se stesso, egli avrebbe dovuto alzarsi, salutare ed andarsene, per rispetto alla dignità del proprio Paese. Ma non lo fece, e proseguì invece l’intervista, rammaricandosi per il resto della sua vita di aver così perso una limpida occasione per salvaguardare l’onorabilità della nostra Nazione.
Cesare Stefanoni
cesare@archidea.lecco.it
Caro Stefanoni, secondo una risposta di Montanelli apparsa sul Corriere del 5 dicembre 2000, nella sua lettera vi sarebbe qualche imprecisione che vale la pena di correggere. Montanelli scrisse che i suoi incontri con de Gaulle a Colombey- les-deux-églises (una paese della regione Champagne-Ardenne nell’alta Marna) furono quattro ed ebbero luogo prima del ritorno del generale al potere nel 1958. La conversazione cadde sull’unificazione europea (per cui de Gaulle, in quegli anni, aveva sentimenti molti vicini al disprezzo) e sui suoi creatori che il generale definiva «senza patria» (apartides). Quando tale definizione colpì anche De Gasperi, Montanelli lo difese dicendo che l’uomo di Stato trentino rappresentava un «Paese povero»; e de Gaulle avrebbe replicato dicendo: «No, Monsieur, l’Italia non è un Paese povero, è un povero Paese!».
Ho usato il condizionale, caro Stefanoni, perché questa descrizione dell’incontro mi ha ricordato un libro che André Malraux pubblicò nel 1971. S’intitola «Les chênes qu’on abat...» (le querce che vengono abbattute..., un verso tratto da una poesia di Victor Hugo sui funerali di Ercole) e descrive la visita che l’autore fece al generale nel 1970, pochi mesi prima della sua morte. È la storia di una conversazione, ma è anche soprattutto una «storia», vale a dire la ricostruzione letteraria di un incontro politico e umano a cui l’autore attribuiva molto importanza. In un’avvertenza al lettore, lo stesso Malraux, del resto, scrisse di non avere puntato sulla fedeltà fotografica. Aveva sognato di un quadro nello stile del Greco, il grande pittore spagnolo di origine greca, in cui il modello non fosse immaginario ma reale. Credo che Montanelli, in molti dei suoi «incontri» (quello con Churchill sulla Costa Azzurra per esempio), abbia obbedito a una stessa motivazione. Accentuava i caratteri del suo interlocutore, metteva in evidenza le sue virtù e suoi difetti, gli attribuiva parole che, forse, non aveva detto, ma che certamente avrebbe potuto dire.
Montanelli terminò la sua risposta scrivendo: «E nemmeno a distanza di quarant’anni riesco a perdonarmi di non essermi alzato per andar via». È un sentimento comprensibile, ma credo che abbia fatto bene a restare e a visitare il generale de Gaulle in altre occasioni. Il ritiro sull’Aventino, a cui ricorrono troppo frequentemente i politici italiani, non si addice ai giornalisti e agli scrittori. Il loro compito è ascoltare, descrivere, testimoniare.
Sergio Romano