Mara Gergolet, Corriere della Sera 19/11/2011, 19 novembre 2011
KOSOVO, L’AZZARDO DEI SERBI: «DIVENTIAMO TUTTI RUSSI»
Un’altra patria cercasi. Stanchi di sentirsi cittadini di serie B in Kosovo, stufi di vedersi dimenticati da Belgrado — o magari, proprio temendo di essere definitivamente abbandonati — 21.700 serbi del Kosovo hanno presentato una domanda all’ambasciata di Mosca a Belgrado per diventare cittadini russi. Un documento formale, ventun mila firme consegnate al primo segretario d’ambasciata, per una «richiesta di cittadinanza di massa». Bye-bye Pristina, Hello (magari) Mosca.
Provocazione? Propaganda? Non più, se dall’altro lato a dar ascolto alla richiesta, prendendola seriamente e lanciando il proprio peso dietro all’iniziativa, è il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov. «Comprendiamo molto bene dal punto di vista politico le ragioni della richiesta». Non solo, ma Lavrov si è spinto oltre, quasi a volerla legittimare. «Abbiamo accuratamente studiato il caso. Dovremo agire considerando tutta una serie di fattori. Per quanto riguarda l’aspetto giuridico, in Russia esiste una legge che regola casi in cui la cittadinanza è garantita ad abitanti di Stati stranieri». E da Bruxelles, l’ambasciatore russo alla Nato Dmitry Rogozin gli ha fatto eco: «Questa iniziativa spontanea», questi 21 mila serbi, ha detto, visto il problema demografico russo, «per noi sarebbero un tesoro».
Spontanea l’iniziativa? Di certo ha lasciato di stucco Belgrado. Partita in sordina a luglio, si è imposta di villaggio in villaggio serbo. La mente sembra l’attivista Zlatibor Djordjevic, anni fa uomo di fiducia in Kosovo del Partito democratico del presidente serbo Boris Tadic. Un nome così poco noto alle forze internazionali che è più facile dire cosa Djordjevic non è: non schedato, e (quindi) non pregiudicato, non mafioso, non ultranazionalista esagitato. A modo suo, visto che è presidente dell’associazione «Vecchia Serbia», un patriota, sicuramente un attivista. Al giornale Alo così descrive le sue motivazioni: «Dalla firma degli accordi di pace (dopo la guerra del 1999, ndr) che ci dovevano proteggere, sono stati uccisi mille serbi. Siamo totalmente senza diritti, minacciati dall’estinzione biologica, profondamente consapevoli che negli ultimi tempi sono arrivati al potere in Serbia partiti che si apprestano a riconoscere il Kosovo». Più che voglia d’espatriare in Russia, un messaggio in bottiglia per Belgrado.
Colpisce semmai che solo poche di queste firme vengano dalla regione del Nord. Quel triangolo dove i serbi sono maggioranza e da mesi hanno eretto barricate, perché sperano ancora che una futura partizione del Kosovo possa ricongiungerli alla Serbia. No, Djordjevic e i suoi colleghi hanno raccolto le firme soprattutto nelle enclavi del sud e dell’est: forse — si può immaginare — andando a cercarle a quelle mense comunitarie dei villaggi, rimasuglio dei tempi comunisti di Tito, dove ci si incontra a pranzo, e che ancora servono a mettere un argine alla povertà. Ma che si ribellino i serbi dell’est e del sud, quelli che il governo dell’albanese Thaci ritiene «più integrati», non è un bel segnale. Né per Pristina, né per Belgrado.
In questi mesi si sta rompendo anche il sottile filo di fiducia che lega i serbi kosovari alla madrepatria. Sicuramente temono, come ormai credono molti osservatori, che nei prossimi mesi la Serbia rinunci al Kosovo in cambio dell’ingresso nell’Ue. E i politici di Belgrado accusati d’essere «traditori», rispondono seccati. «Non credo in questi metodi — dice Oliver Ivanovic, proconsole di Tadic in Kosovo —. Se qualcuno non è contento, si rivolga al parlamento di Belgrado». Come a dire, sono i «richiedenti asilo», non Belgrado, a essere poco patriottici.
Mara Gergolet