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 2011  novembre 19 Sabato calendario

LE AMBIZIONI FRUSTRATE DALLA CADUTA DEL CAVALIERE

Eccoli i rottamatori della Seconda Repubblica, « questo è un governo a cui la politica non potrà dare del tu » , dice Silvio Berlusconi. E certo servirà del tempo per capire fino a che punto si avvererà la profezia del Cavaliere. Ma non c’è dubbio che l’avvento dei tecnici a Palazzo Chigi oltre a segnare la fine del berlusconismo rischia di provocare anche la fine di quanti l’hanno avversato.
Il disorientamento si scorge dietro le granitiche certezze di chi fa mostra di disegnare nuovi scenari. In realtà c’è una distanza siderale tra quanti siedono sugli scranni dell’Aula di Montecitorio e quanti occupano i banchi del governo, quelli a cui «la politica non potrà dare del tu». Nel giorno in cui Mario Monti riceve la fiducia della Camera, l’abbraccio tra antichi avversari testimonia infatti la comune preoccupazione per un futuro incerto. È vero, Berlusconi è lo sconfitto, ma a perdere non è solo lui, «ha perso il partito del voto», spiega Marco Follini. E tutti a quel tavolo avevano fatto la loro puntata: Pier Luigi Bersani ci ha rimesso forse più di altri, ma anche Pier Ferdinando Casini aveva scommesso delle fiches. E ci sarà un motivo se il leader del Pd e il capo dell’Udc sembrano aver costituito una sorta di «patto di sindacato» con Angelino Alfano, se Gianfranco Fini ha inviato degli ambasciatori dal segretario del Pdl per dirgli che «dobbiamo stare tutti uniti». Di profezia in profezia, il timore è che si inveri quella pronunciata da Casini un anno fa, quando sussurrò che «appresso a Silvio rischiamo di finire tutti sotto le macerie».
La fine del berlusconismo ha già fatto alcune vittime anche nel campo avverso, non è un caso se l’inventore del Terzo polo, ascoltando la lista, ha modo di assentire con il suo silenzio: Romano Prodi e Giuliano Amato sono tagliati fuori dalla corsa al Colle, Luca di Montezemolo pare escluso dalla partita per Palazzo Chigi. Solo quando gli viene fatto il nome di Bersani ha una reazione: «No, Pier Luigi no. Lui è in gioco, a parte che è un amico». Il fatto è che insieme al Cavaliere tramonta il bipolarismo, così come la Seconda Repubblica l’ha conosciuto. Perciò il Professore che fu alla guida dell’Ulivo è escluso dalla lista dei possibili successori di Giorgio Napolitano: sarebbe stato il favorito se si fosse andati alle elezioni, visto che il centrosinistra era in testa nei sondaggi. «Ora per il Quirinale c’è un solo concorrente, ed è Monti», secondo il segretario del Pri, Francesco Nucara. «E in fondo Prodi è stato accontentato», aggiunge l’udc Pierluigi Mantini: «Basta scorrere la lista dei ministri...». Ma non sono solo le vecchie generazioni a correre il rischio di essere travolte. Matteo Renzi, per esempio, da rottamatore potrebbe finire rottamato, dato che il nuovo esecutivo — a cui Bersani dà l’appoggio — si propone di innovare. Eppure il sindaco di Firenze avrebbe un modo per tornare in gioco, almeno così dice Roberto Maroni, secondo il quale «questo governo mira a trasformare completamente il quadro politico. E Corrado Passera lavora in prospettiva a guidare un nuovo blocco, assemblando pezzi di centro, di destra e di sinistra». A detta del dirigente leghista, il neosuperministro dello Sviluppo è il potenziale candidato premier di questo futuro rassemblement: «Per riuscire nel progetto avrà bisogno di una nuova legge elettorale, di nuovi attori politici a supporto, come per esempio Renzi, e di una forte azione di governo. Disponendo del dicastero che dovrà far ripartire le opere pubbliche in sinergia con le banche, avrà i mezzi per centrare l’obiettivo». «O Monti o Passera», replica il democratico D’Antoni: «Che tutti e due arrivino in porto, conquistando il Quirinale e Palazzo Chigi, mi sembra impossibile. Non è che Bersani e Casini staranno a guardare. Quanto ad Alfano, spetterà a Berlusconi decidere se lanciarlo definitivamente o meno, altrimenti — avanti di questo passo — finirà per affossarlo».
È evidente come la politica non dia del «tu» a questo governo e giochi sulla difensiva: c’è chi — come il segretario del Pdl — faticherà a traghettare il berlusconismo sulle spiagge della Terza Repubblica, e chi — come Rosy Bindi — intravede gli scogli a pelo d’acqua anche per il Pd: «Vigileremo in Parlamento», dice. Più chiaro di così. Beppe Fioroni fa la lista senza nome di «quanti pensavano di lucrare politicamente dal clima di rissa», contrapponendoli alle nuove leve. E citando «il gruppo di Todi», ricorda il recente seminario dove si è discusso sul ruolo dei cattolici e a cui hanno partecipato tre esponenti del nuovo gabinetto: Andrea Riccardi, Lorenzo Ornaghi e appunto Passera.
Certo, la politica è dinamica, e ha ragione Follini a sottolineare come «sarà l’agenda di governo a modellare i futuri partiti». Così come vanno messe in preventivo alcune incognite. Quella evocata da Umberto Bossi, secondo cui «questo governo andrà avanti finché la gente non si incazza». Nulla è scontato. L’ex ministro Gianfranco Rotondi è convinto infatti che Montezemolo sia «ancora in gioco, visto che ha avuto un peso nell’operazione che ha portato alla caduta di Berlusconi».
La verità è che ad aver perso non sono solo quelli che sono stati sconfitti ma anche quelli che oggi appaiono vincitori. «Tutta la politica è perdente», dice Denis Verdini: «Fin dal giorno in cui Monti è stato nominato senatore a vita. D’altronde, se è vero che ci vogliono tre mesi per istruire una simile pratica, com’è possibile che tutto sia stato completato in tre ore? Allora era da mesi che andava avanti l’operazione».
Francesco Verderami