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 2011  novembre 19 Sabato calendario

INSULTI, RISSE SFIORATE. E SCILIPOTI METTE IL LUTTO —

Alessandra Mussolini l’avrebbe pure votata, la fiducia a Mario Monti. Ma poi ha sentito parlare Di Pietro, Casini e Bersani, poi ha saputo che l’idv Franco Barbato si era fatto tagliare i capelli all’aperto sulla piazza Montecitorio, per festeggiare la caduta di Berlusconi. Ha visto il presidente della Camera, Gianfranco Fini, «che rideva dal suo pulpito lassù»... E ha cambiato idea: «È stata una questione emotiva, proprio non ce l’ho fatta».
Due soli voti contrari oltre ai 59 della Lega: la Mussolini, deputata del Pdl, e Domenico Scilipoti. Il «re dei peones» si è presentato alla Camera con il lutto al braccio, distribuendo manifestini mortuari con una gran croce nera e la scritta «Oggi è morta la democrazia parlamentare/Il Popolo sovrano ne dà il triste annuncio al Paese». E quando ha preso la parola per annunciare il suo voto contrario, il deputato di Popolo e territorio ha consegnato ai posteri la sua viscerale avversità a un governo «criptopresidenziale». Ma quel che i tabulati non raccontano è la febbre che contagia trasversalmente il Pdl, è la tensione che mette uno contro l’altro i berlusconiani della prima ora e gli ex An vicini alle posizioni di Matteoli e La Russa. Forze contrapposte che in futuro, teme chi lavora per l’unità del partito, potrebbero diventare forze centrifughe.
Nervosismo, rivendicazioni incrociate, parole grosse. Succede quando sta per prendere la parola Antonio Di Pietro e quando, tra i banchi del Pdl, attorno al segretario Angelino Alfano si chiude a testuggine un capannello di scontenti. Ecco Giorgia Meloni, da giorni tristissima per il governo di emergenza. Ecco Fabio Rampelli, Marco Marsilio e Mario Landolfi, altri ex An che tifavano per il voto anticipato. E poi Deborah Bergamini, Manuela Di Centa, Micaela Biancofiore, Ignazio Abrignani, Giuseppina Castiello... Tra le mani dei deputati gira un sondaggio riservato, che racconta come più di un terzo degli elettori del Pdl — fra il 35 e il 45 per cento — non comprenda la scelta di sostenere Monti.
La Meloni è la più scatenata, alza la voce, chiede al leader di piantare ben saldi i paletti per contenere il nuovo esecutivo: «Dobbiamo batterci perché la parola torni agli italiani nel minor tempo possibile». Anche Rampelli non crede nel «potere taumaturgico» di Monti, invoca «mani libere» sui provvedimenti economici e insiste nel dire che «almeno la metà del gruppo non condivide il sostegno» al successore di Berlusconi. Alfano è pressato, fisicamente accerchiato. Vogliono che mostri i muscoli, che respinga la «minaccia» di Monti di far sfiduciare i partiti dagli elettori, se non lo sosterranno. Ma il segretario non si schioda dalla linea di Berlusconi e richiama all’ordine, chiede ai suoi di non differenziarsi e di restare uniti, perché «non è il momento di cedere ai frazionismi».
Altero Matteoli ha smentito di aver mai paventato una scissione, eppure il fantasma di una futuribile rottura tra le due anime del Pdl resta nell’aria. «Maldipancia forti ci sono — spiegherà Osvaldo Napoli —. Ma spero prevalga il buon senso. Uniti abbiamo un potenziale forte, rompendoci corriamo il rischio di essere cancellati...». Ma è pochi metri più in là che la discussione si accende e tra i banchi roventi del Pdl si sfiora la rissa. Colpa di un dossier sulla Sardegna che alcuni deputati dell’isola, che guardano con simpatia al nuovo inquilino di Palazzo Chigi, consegnano a Monti senza averne informato i corregionali. Settimo Nizzi, ex sindaco di Olbia e amico di Berlusconi, prende di petto lo scajoliano Salvatore Cicu. «Pezzo di m!», lo sentono gridare. Nizzi smentirà insulti, ma intanto volano spintoni, si mettono in mezzo anche Mario Landolfi e Paolo Russo e, per evitare il peggio, arrivano i commessi.
Facce segnate, strappi annunciati e qualche sorpresa. Viviana Beccalossi (vicina a La Russa) non voleva votare, ma all’ultimo si è rassegnata e ha detto sì. Altri invece, come Gianfranco Rotondi, hanno scelto il non voto per marcare il dissenso. Antonio Martino è andato di persona ad annunciare all’«amico Monti» che non lo avrebbe votato. E il premier? Ha allargato le braccia. Alla fine sui tabulati gli assenti sono 12, tra cui Pippo Gianni (Pid) e i pidiellini Maurizio Del Tenno, Francesco Colucci, Marcello De Angelis. Assente anche la portavoce di Prodi, Sandra Zampa del Pd: «Ho avuto un malore». Alfonso Papa, arrestato per l’inchiesta P4, non ha ottenuto il permesso di lasciare i domiciliari. E così, vista la scarsità di posti a causa del ritorno degli ex ministri, la sua poltrona è andata a Giulio Tremonti. Succede anche che il ministro per i rapporti con il Parlamento, Piero Giarda, non riconosca Anna Maria Bernini, costretta a lasciare le Politiche europee dopo soli tre mesi. Qualcuno fa le presentazioni, il professore sorride affabile ma chiede lumi sull’identità della signora. Attimi di comprensibile imbarazzo e, finalmente, una vigorosa stretta di mano.
Monica Guerzoni