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 2011  novembre 19 Sabato calendario

L´humour del Professore nel giorno del fair play - Non si ricorda a memoria d´uomo, a Montecitorio, un cortile affollato da tanta cordialità trasversale, Verdini e Ghedini sorridenti almeno quanto Fioroni e Franceschini, non si ricordano applausi e risate da destra e da sinistra alle battute british del neopresidente ("preferisco che mi chiamiate professore

L´humour del Professore nel giorno del fair play - Non si ricorda a memoria d´uomo, a Montecitorio, un cortile affollato da tanta cordialità trasversale, Verdini e Ghedini sorridenti almeno quanto Fioroni e Franceschini, non si ricordano applausi e risate da destra e da sinistra alle battute british del neopresidente ("preferisco che mi chiamiate professore. Come diceva Spadolini i presidenti passano, i professori restano"). non si ricorda una maggioranza di 556 voti né tanto fair play istituzionale, con Berlusconi che si alza e va a stringere la mano ai tutti i neo ministri, uno per uno, ai banchi del governo e Monti che fa passare un quarto d´ora e restituisce la cortesia. Si inerpica tra i banchi della destra e si ferma da Tremonti, a lungo, da Gelmini, parla fitto, sale fino a Giorgia Meloni, torna in basso verso Prestigiacomo, poi di nuovo da Berlusconi seduto nel suo banchetto accanto ad Alfano. Gianni Letta vigila dall´alto, seduto tra nella tribuna degli ospiti proprio accanto a una scolaresca. Monti gli riserva un lungo omaggio in apertura di discorso. Berlusconi ancora non è arrivato, a quell´ora. Quando l´ex presidente entra in aula - è da poco passata l´una e mezza, siamo alle dichiarazioni di voto, sta parlando Casini ossequiosissimo - entra scortato da Cicchitto, sale fino alla terza fila di banchi, scivola verso il posto al fianco di Alfano: è proprio l´ex Guardasigilli ad indicare a Berlusconi con l´indice teso verso l´alto Gianni Letta lassù. E allora si salutano di lontano, Monti li segue con lo sguardo e sorride, Fini dal banco della presidenza alza la testa e saluta, anche Maroni dai banchi della Lega oggi all´opposizione si volta e saluta. Una nuova geografia dell´aula, triangolazioni fino all´altro giorno impensabili, scambi di convenevoli inauditi. Posti in piedi, soprattutto, stamani. L´arrivo di 18 ministri tecnici, non eletti in Parlamento e dunque privi di posto a sedere nell´emiciclo, costringe altri diciotto parlamentari a sedersi uno in braccio all´altro, Tremonti e La Loggia dividono lo sgabello in due, uno spettacolo, Gelmini per un poco resta in piedi, Guido Crosetto trova posto nei banchi di An e Giorgia Meloni resta senza, in piedi in ultima fila a mandare sms. È la rappresentazione plastica della politica che lascia posto ai professori, si ritira un poco, quel tanto che basta e però resta lì a riempire tutti i vuoti. Resta lì con la mano sulla spina, aveva detto giusto l´altro ieri Berlusconi ed è anche per questo che oggi gli hanno consigliato di non parlare, in aula, non farsi prendere la mano, non metterci la faccia, sedare, sopire. Monti non ha gradito la battuta sullo staccare la spina («Sarebbe arduo decidere se questo governo deve considerarsi un rasoio o un polmone artificiale», è la freddura applauditissima dall´intero emiciclo, salvo Lega. Il rasoio taglia, il polmone artificiale serve a un malato molto grave…) e allora Berlusconi, che a mezzogiorno aveva pronto un discorso con accenno a elezioni eventuali, viene caldamente consigliato dai Ghedini dai Verdini e da Gianni Letta, soprattutto. Lascia perdere, fai parlare Alfano, tra l´altro non è niente male se nella diretta tv il sostegno a Monti lo lasci dare a qualcun altro, non ci mettere la faccia ché perdi forza, sembra una sconfitta. Convinto in mezz´ora, Berlusconi legge distrattamente i fogli che Alfano gli passa per una supervisione rapida e poi, mentre quello parla, un poco si appisola. Fuori, in cortile, fervono trattative e previsioni. Il tema del giorno è mantenere l´equilibrio, assegnare le poltrone ‘forti´ in modo bilanciato, dunque se D´Alema lascia il Copasir per andare agli Esteri sarà Maroni a presiedere l´organismo di controllo sui servizi segreti, che in quanto ex ministro dell´Interno darà continuità a quel mondo di riferimento, non si può proprio scompaginare tutto. I sottosegretari tutti tecnici, questo è ovvio, e allora sono le commissioni a fare da camera di compensazione degli equilibri politici. Denis Verdini fa la parte del gran tessitore, oggi. Scherza persino, «non dovendo più convincere gli incerti a passare con noi, ho molto tempo libero», si dedica a ricordare la sua antica consuetudine con Monti ai tempi di Spadolini, «viene da quel mondo lì, un mondo molto alto, un gruppo coeso». I fiorentini colgono il retrogusto della frase. Poi immagina scenari fatti di patrimoniale e di amnistia, avverte che bisognerà stare attenti alle piazze, accenna appena alla decisione della Cassazione sulla sentenza De Benedetti, ché magari la somma dovuta da Berlusconi di qualcosa potrebbe anche calare. Casini è raggiante. Bocchino omaggia le donne al governo e sorride al prefetto Cancellieri, la nostra Merkel - già la chiamano da destra con l´affetto che Berlusconi ha riservato a quella vera. Tutti si affannano a dire che di compromesso storico non c´è traccia, imparagonabile. Per i posti da sottosegretario fervono le trattative, quotatissimi gli ex democristiani in pensione oggi buoni come tecnici, in almeno due casi i nomi evocati corrispondono a defunti - che peccato, si rammarica Crosetto. Il compito è arduo. «Difficilissimo - aveva detto Monti in Senato - altrimenti ho il sospetto che non mi troverei qui». Ma oggi, di fronte a questi 556 voti e a tutti questi rallegramenti e sorrisi è il giorno del "ce la faremo". Arriveremo a fine legislatura. Abbiamo molto da fare e dobbiamo farlo. «È un´occasione irripetibile», ha appena detto in aula Casini. Tremonti, seduto davanti a Berlusconi, si volta brevemente per un´occhiata. Silvio tace. Non parlerà, per l´uscita di scena da capo del governo, per il suo primo giorno in aula seduti sui banchi ha in serbo il gran gesto delle strette di mano. I ministri sono colti alla sprovvista. Un paio si alzano in piedi. Alla chiama del voto sfilano uno dopo l´altro, in quest´ordine, Casini Berlusconi Bersani D´Alema e Chicchitto. Votano tutti sì. Quando Berlusconi esce è Monti a restare. Al centro dell´emiciclo saluta i deputati finchè l´aula non si svuota. In piazza, fuori, dei caroselli della settimana scorsa non è rimasto nessuno.