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 2011  novembre 20 Domenica calendario

Gianmaria Testa - CASTIGLIONE FALLETTO (Cuneo) Ci sono artisti che più della fama inseguono tenacemente la coerenza

Gianmaria Testa - CASTIGLIONE FALLETTO (Cuneo) Ci sono artisti che più della fama inseguono tenacemente la coerenza. E che difendono la propria creatività senza curarsi dei diktat commerciali. Lo chansonnier-ferroviere Gianmaria Testa è uno di questi e, quando una calda mattina d’autunno lo incontro sulla terrazza di un bar con vista sulle colline delle Langhe, mi vengono in mente le parole di uno dei suoi primi pezzi, La terra delle colline: "rossa / la terra delle colline / rossa di ferro e sudore". Con otto album dal ’94 a oggi, tutti a metà strada fra jazz e canzone d’autore (l’ultimo, Vitamia, è uscito in questi giorni) e più di duemila concerti in tutto il mondo (comprese cinque serate all’Olympia di Parigi, il tempio della musica europea che lo consacra star internazionale), ancora oggi Testa è forse più conosciuto all’estero che in Italia, e forse proprio per quel suo carattere schivo, riservato, refrattario ai compromessi. Occhialini alla John Lennon, sguardo diretto, sorriso caldo sottoi baffi sornioni, chitarra sempre accanto, guarda ammirato la dolcezza delle colline che ha davanti: «Sonoi posti dove sono cresciuto, non potrei vivere da un’altra parte. Ho viaggiato tanto per lavoro, ma mi ha sempre accompagnato il senso profondo del tornare a casa. Se lavori la terra, ti sporchi le mani, hai una percezione diversa del territorio che ti circonda. Conosco tutti gli odori e i colori di questi luoghi in cui ho sempre vissuto». Il suo segreto è tutto qui. La sua indifferenza al successoe l’attaccamento a un’etica d’altri tempi hanno radici lontane, che affondano nella fatica del lavoro manuale e nella semplicità della vita di campagna. Racconta con voce pacata: «Sono nato in una famiglia contadina, primo di quattro fratelli. Vivevamo a Madonna del Pilone, coltivavamo una terra povera e difficile. Per anni il mio microcosmo è stato quello, tutto ciò che so l’ho imparato lì. A dieci, undici anni il mio unico immaginario erano i libri che leggevo nell’enorme biblioteca di una villa di signori di Torino, di cui facevamoi custodi.A tredici anni mio padre mi ha regalato la prima chitarra. Si cantava in famiglia tutti insieme. Mia madre e i miei zii avevano voci bellissime. A quattordici anni il liceo scientifico a Fossano. Mi alzavo alle cinque del mattino per mungere le vacche, poi andavo a scuola. Era frequentata dai figli di notai, farmacisti, veterinari. C’erano solo due figli di contadini, io e un altro ragazzo. Ci siamo riconosciuti subito, dall’odore di stalla, che non va via neanche a lavarlo». Testa è un autodidatta, si è formato sulle canzoni dei grandi cantautori, da De Andréa Bob Dylan. «Strimpellavo la chitarra, scrivevo pezzi ma non ho potuto studiare musica, a casa bisognava lavorare. Mi sono comprato i fascicoli Chitarristi in 24 ore e ho imparato su quelli. Così mi sono creato un mio stile». Uno stile sempre riconoscibile, fatto di toni lievi, intimie malinconicie accompagnato da testi poetici e evocativi. Uno stile che non rinuncia a tingersi di sonorità più rock soprattutto in presenza di contenuti più politici e impegnati, come alcune canzoni dell’ultimo album ( Sottosopra e Cordiali saluti ). «La svolta è avvenuta quando ho ascoltato per la prima volta Il gorilla di De André, che riadattava una canzone di Brassens. Ho capito che a differenza delle canzonette suonate per radio si poteva musicare anche un’invettiva o uno sberleffo. E che esisteva qualcosa che andava al di là della logica dello spettacolo. Alla fine degli anni Sessanta il mondo stava cambiando. Volevo fare il magistrato e mi sono iscritto a giurisprudenza, ma non ce l’ho fatta, dovevo anche lavorare. Nell’82 sono entrato nelle ferrovie come capostazione di Cuneo. E lì mi si è aperto un mondo. Allora esisteva una ferrovia solidale, il rapporto tra colleghi era sincero, andavo a lavorare contento. Ho fatto quel lavoro per venticinque anni. Mi lasciava abbastanza tempo libero per dedicarmi alla musica». Finché, quasi per caso, Testa invia una cassetta registrata chitarra e voce al Festival di Recanati e, con sua sorpresa, lo vince per due anni di seguito. «La prima volta fu nel ’93, avevo scelto Recanati perché c’era un comitato artistico di garanzia: De André, Fernanda Pivano e Dario Bellezza. Mi hanno dato un milione di liree la possibilità di registrare due canzoni. Mi ha cercato qualcuno, ma nel frattempo mi erano nati due gemelli, continuavo il lavoro alle ferrovie, avevo poco tempo. E poi mi chiedevano di crearmi un personaggio. Per me erano allucinazioni. L’anno dopo rivinco il concorso. Penso: è l’ultima cosa che faccio, poi chiudo. Al festival c’è una produttrice francese che tre mesi dopo mi contatta chiedendomi se può occuparsi di me in Francia. Registro il mio primo disco ad Amiens e inizio a fare qualche concerto in Francia. Finché mi chiama il direttore artistico dell’Olympia proponendomi una serata. Esce un pezzo su Repubblica: "Il signor Nessuno all’Olympia". E così anche in Italia si accorgono di me». Nel corso degli anni suonae collabora con i grandi nomi del jazz: da Paolo Fresu a Enrico Rava, da Stefano Bollani a Enzo Pietropaoli. Ma anche con scrittori e attori in spettacoli itineranti: Andrea Bajani, Erri De Luca, Marco Paolini, Giuseppe Battiston e Jean-Claude Izzo, a cui è legato da una forte amicizia e che lo cita in Marinai perduti e nella trilogia marsigliese. Ma Gianmaria Testa continua a presentarsi sul palco nel solito modo: seduto su uno sgabello, chitarra in mano, giacca casual e immancabile bicchiere di vino bianco per ammorbidire la voce. «La notorietà è arrivata per caso, Paolo Conte aveva aperto una strada in Francia, ho avuto il privilegio di usare una lingua evocativa e musicale come quella italiana. Seguo ancora la regola di pubblicare un disco solo se ho qualcosa da dire. Questa per me è la libertà. Ma la libertà è complicata, o te la compri o te la sudi. Io l’ho difesa con il lavoro di ferroviere, è stato un baluardo in favore della normalità. Ancora oggi non riesco a considerare la musica un lavoro. Mio padre nonè mai venutoa un mio concerto. Mi diceva: "Cosa vuol dire cantare?". Lui stesso cantava meglio di me. Tutto sommato sono d’accordo con lui». Quando compone o sale su un palco con la chitarra sente responsabilità nei confronti del pubblico? «Tra le arti la canzone è quella che maggiormente possiede il dovere di non mentire perché è la più diffusa e popolare, quella che si è più venduta al mercato. Per questo ogni pezzo musicale deve intimamente rappresentarmi, contenere una piccola verità che è la mia. Quell’ancora di verità è il mio punto di partenza. Comporre è una necessità, non posso farne a meno. Parto sempre da un’emozione, prendo la chitarra e strimpello qualcosa che poi lascio lì. Voglio essere sicuro che quella canzone non sia solo frutto di un’immediatezza istintiva. Se dopo mesi me la ricordo ancora e risuonarla mi dà le stesse emozioni allora la scrivo. Non è fondamentale che venga pubblicata. Negli ultimi album ho sentito il dovere nei confronti dei miei figli di parlare di immigrazione. È assurdo che proprio in Italia che ha rimpolpato il mondo di emigranti esista una legge sui respingimenti. Eppure è più forte la disperazione di chi attraversa il mare». Come si immagina il suo futuro? «Ho cinquantatré anni, tra venti spero di sedermi a un tavolo senza vergognarmi mai di quello che ho fatto. Quando osservo la bellezza, le colline davanti a noi in una giornata stupenda come questa, ne vengo travolto. Non sono credente, ma ho sempre sentito un legame con qualcosa di spirituale che non riesco a codificare. Come Foscolo, credo che il paradiso stia nel lasciare qualcosa. La vita è un’occasione che abbiamo tra le mani, non ha senso sprecarla. A maggior ragione avendo dei figli». Figli che ora sono tre dopo la nascita di Nicola, sei anni fa, cui è dedicato Nuovo, la prima ballata di Vitamia. «Speravo di poter vivere con una presunzione di innocenza rispetto alla vita, ma non ne sono stato capace o forse è impossibile che accada. Il fatto che occupi uno spazio vitale, anche se piccolo, non ti permette di non nuocere a nessuno. A volte dico che vorrei fermarmi, coltivare l’orto, osservare la natura e i figli crescere. Poi vado avanti, ma quello che più mi preme è ritornare sempre a casa».