Paolo Bianchi, Libero 19/11/2011, 19 novembre 2011
MORFINA, PROSTITUZIONE E AMORI SREGOLATI: ECCO LA DIVA DI STRADA
Chiunque passasse per Parigi nell’autunno del 1993, a trent’anni dalla morte di Édith Piaf, non poteva che imbattersi nei segni della sua celebrazione. Leggenda della canzone francese, l’artista scomparsa l’11 ottobre 1963, a soli 47 anni, dopo una vita di stenti, successi ed eccessi, ha sempre continuato a far parlare di sé. Lo testimonia il bel film uscito nel 2007 per la regia di Olivier Dahan, intitolato per l’estero La vie en rose (titolo della sua canzone più famosa), ma nell’originale La Môme, che in gergo vuol dire «ragazza di strada» (per la precisione, quelle come lei venivano chiamate «Mômes de la cloche»).
E Môme Piaf fu anche il suo primo pseudonimo. Lei era nata Édith Giovanna Gassion, sicuramente povera, per non dire miserabile, il 19 dicembre 1915, nel quartiere di Belleville, oggi molto di moda,ma allora ricettacolo di straccioni. Una volta raggiunto il successo, Édith Piaf ha fatto di tutto per confondere le tracce e depistare i biografi. Su di lei sono stati scritti una cinquantina di volumi, lei stessa ne ha ispirati due, in prima persona, ma con l’aiuto di giornalisti. È appena stato ristampato in Italia Aubal de la chance, scritto da Louis-René Dauven, giornalista di Radio-Cité e di La Vie Parisienne» e esperto di storia del circo, pubblicato per la prima volta nella primavera del 1958, con una prefazione di Jean Cocteau (Castelvecchi, pp. 192, euro 16, traduzione di Federica Alessandri). Chiamare turbolenta la sua vita vuol dire usare un eufemismo. Spunti per ricamarci su ce ne sono fin troppi. Ma questo libro, lei consenziente, racconta una buona parte della verità.
Certo, impone alcune precisazioni. La madre, Anita Maillard, nata in Italia, a Livorno, nel 1895, la dà alla luce mentre il marito Louis, acrobata e cortonsionista circense, è di leva nella Grande guerra. La piccola nasce però in ospedale e non, come ricorda lei, sui gradini di Rue Belleville. È invece vero, tristemente, vero, che la madre la abbandona ben presto per fare la cantante di strada con lo pseudonimo di Line Marsa. Si perderà, vittima degli stenti e della morfina, e morirà nel 1945. La bambina viene affidata prima alla nonna paterna, un’alcolizzata che la trascura, poi a quella paterna. A quattro anni, a causa di una cheratite, rischia di perdere la vista. Nelle sue memorie, il fatto si trasfigura agli estremi: «Avevo quattro anni quando, in pochi giorni, una congiuntivite mi rese cieca. Allora vivevo in Normandia, insieme amia nonna. Il 15 agosto 1919, la donna mi condusse a Lisieux, dove ai piedi dell’altare della piccola suor Teresa pregai insieme a lei mormorando con la mia vocetta: “Per pietà, fammi tornare la vista!”. Dieci giorni dopo, il 25 agosto alle quattro del pomeriggio, i miei occhi ricominciarono a vedere. Da allora, non mi separo mai dall’immagine di santa Teresa del Bambin Gesù».
La realtà è un po’ più prosaica. La piccola Édith era accudita dalle donne di un bordello. Un cliente abituale era un medico, e fu lui a curarla, con insperato successo.
Il padre, di ritorno dalla guerra, la porta con sé nei suoi spettacoli, a tenere il cappello per la questua. Lei canta e rivela subito doti sorprendenti. Inizia così a sgolarsi agli angoli delle strade, appena possibile si sottrae a quel padre non cattivo, ma abbastanza manesco, e vagabonda con l’amica Simone Berteaut, detta Momone. A vent’anni ha una figlia da un giovane fattorino, Louis Dupont. Marcelle vive solo diciotto mesi, poi muore di meningite. Édith si prostituisce per pagare la sepoltura della figlia (episodio che più tardi cercherà di edulcorare), lascia il quartiere e si trasferisce a Pigalle, una zona di Parigi ancora più losca, ma artisticamente più vivace. Secondo la sua testimonianza «È successo qualche anno prima della guerra, in una strada verso l’Étoile, una via banale e senza passato, Rue Troyon. In quel periodo cantavo dovunque mi capitasse, insieme a un’amica che chiedeva l’elemosina ai passanti con la mano tesa. Quel giorno – un pomeriggio uggioso di ottobre, nel 1935 – stavamo lavorando all’angolo tra Rue Troyon e Avenue Mac-Mahon. Pallida, spettinata, con le gambe nude, svolazzando in un cappotto coi gomiti bucati le cui falde mi arrivavano alle caviglie, cantavo un ritornello di Jean Lenoir».
E qui la scoprirebbe per caso Louis Leplée, potente impresario di cabaret, che la lancia al Gerny’s, un locale frequentato dal bel mondo. È l’inizio di una carriera che non si ferma più. Il racconto in prima persona di Édith qui salta molti passaggi e semplifica parecchio una realtà ben più complicata. Resta il fatto che grazie a una tenacia straordinaria e a un talento immenso, la ragazza di strada si trasforma in una cantante con un solido repertorio.
È Leplée a chiamala «Piaf», che sempre in dialetto vuol dire «passerotto» (era una donna gracilissima). È ancora lui a spingerla a rivolgersi agli editori musicali per cercare canzoni adatte. Una, L’Etranger, la ruba letteralmente a Annette Lajon. Nel suo ricordo, la impara a memoria ascoltandola, ma secondo la versione della Lajon lo spartito sparì improvvisamente dal pianoforte. La Piaf è piccola ma molto determinata. La canzone è stata composta da Marguerite Monnot, che in seguito le fornirà altri pezzi memorabili, come Mon Légionnaire, insieme a Raymond Asso, subentrato come manager dopo la morte violenta di Leplée (ucciso forse per un regolamento di conti) e diventato uno dei tanti pigmalioni di Édith.
Lei in questa biografia sorvola, si sofferma soltanto su René Ducos, sposato nel 1952. Un matrimonio durato quattro anni. Ma vanno ricordate anche le relazioni con l’attore Paul Meurisse, con il cantante Eddie Constantine e il campione di ciclismo André Pousse, per non parlare di Marcel Cerdan («Il mio amato Marcel Cerdan»), il campione di boxe morto a soli trent’anni in un incidente aereo, nel 1949. Lei per mesi cercherà di entrare in contatto con lui attraverso sedute spiritiche. E poi troviamo, solo en passant, la rievocazione di «un incidente d’auto che mi allontanò dalla scena per molte settimane». Quell’incidente segnò il declino della Piaf. Avvenne nel 1951 e la rese dipendente dalla morfina. Nonostante i grandi successi in Europa e in America, qui puntualmente elencati, Édith Piaf era destinata a una carriera breve e a un’immensa fama postuma. Ma lei era una che, come diceva Jean Cocteau, «Ogni volta che canta sembra che strappi l’anima per l’ultima volta».
Paolo Bianchi