Jean Cocteau, Libero 19/11/2011, 19 novembre 2011
VITA BRUCIATA DI UNA VOCE CHE STRAPPA L’ANIMA
Per concessione dell’editore, pubblichiamo la prefazione dello scrittore francese Jean Cocteau al volume Au bal de la chance. La mia vita (Castelvecchi pp. 192, euro 16) della cantante Édith Piaf. Il libro è l’autobiografia dell’artista. Di lei Cocteau diceva: «Edith Piaf ha la bellezza dell’ombra che si esprime alla luce. Ogni volta che canta sembra che strappi la sua anima per l’ultima volta».
Ho sempre apprezzato la disinvoltura con la quale Stendhal utilizza la parola genio. Trova del genio in una donna che sale in carrozza, in una che sa come sorridere, in un giocatore di carte che lascia vincere l’avversario. In poche parole, riporta il termine con i piedi per terra. Con questo intendo dire che quelle donne e quel giocatore incarnano per un secondo tutte le potenze confuse che compongono la grazia, portandole all’estremo. Permettetemi di imitare Stendhal per dire che la signora Édith Piaf possiede del genio. È inimitabile. Non ce ne sono mai state altre come Édith Piaf e non ce ne saranno più. Come Yvette Guilbert o Yvonne George, come Rachel o Réjane, è una stella che si consuma nella solitudine notturna del cielo di Francia. Le coppie abbracciate che sanno ancora amare, soffrire e morire contemplano lei.
Guardate questa personcina minuta le cui mani sono simili a quelle di una lucertola. Guardate la sua fronte degna di Bonaparte, gli occhi ciechi che hanno appena ritrovato la vista. Come canterà? In che modo si esprimerà? Come riuscirà a far uscire da quel piccolo petto gli enormi lamenti della notte? Eccola che canta o, meglio, che come l’usignolo in aprile si esercita nel suo canto d’amore.
Avete mai sentito un usignolo all’opera? Si sforza. Esita. Gratta. Si strozza. Si butta e ricade. E poi all’improvviso lo trova. Vocalizza. Sconvolge.
Édith Piaf, sondando se stessa e il suo pubblico, ha trovato molto presto il suo canto. Ed ecco che una voce che viene dalle viscere, che la abita dalla testa ai piedi, srotola una grossa onda di velluto nero. Quest’onda calda ci sommerge, ci attraversa, penetra in noi. Il gioco è fatto. Édith Piaf diventerà invisibile anche lei, come l’usignolo invisibile posato sul ramo. Di lei resteranno solo lo sguardo, le mani pallide, la fronte di cera che cattura la luce e la voce che si gonfia, che sale, sale, che un po’ alla volta si sostituisce a lei e che, crescendo come la sua ombra sul muro, prenderà gloriosamente il posto di questa timida ragazzina.
Ora il genio di Édith Piaf diventa visibile e tutti lo possono contemplare. Si supera. Supera le proprie canzoni, ne supera la musica e le parole. Supera anche noi. L’anima della strada penetra in tutte le stanze della città. Non è più la signora Édith Piaf a cantare: è la pioggia che cade, il vento che soffia, il chiaro di luna che stende la sua tovaglia. La «bocca dell’ombra». Sembra che Victor Hugo abbia inventato questa espressione pensando a questa bocca di oracolo.
Jean Cocteau