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 2011  novembre 19 Sabato calendario

IMMIGRATI NEL GOLFO PERSICO SCHIAVI COME NELL’ANTICA ROMA


«Il Qatar è la nazione più ricca del mondo con un reddito pro capite di 88.000 dollari all’anno, secondo gli ultimi dati del Fondo Monetario Internazionale. Ma un muratore nepalese è fortunato se in un anno guadagna 3600 dollari. Una domestica filippina in lacrime a Doha ha raccontato che riceveva un salario da 2500 dollari all’anno, spesso lavorando 18 ore al giorno, prima di scappare via dal datore di lavoro che le aveva dato quell’impiego irregolare». Scampoli da «Facce nascoste del miracolo del Golfo»: un rapporto su Qatar e Emirati Arabi Uniti che la Confederazione Sindacale Internazionale (Ituc), organizzazione di cui fanno parte sia la Cgil che la Cisl e la Uil, ha emanato a maggio, per denunciare condizioni di lavoro per immigrati definite senz’altro come “inumane”; e in base al quale adesso sta chiedendo addirittura alla Fifa di bloccare i Mondiali del 2022, se non ci sarà un qualche miglioramento. «La Fifa ha il potere di imporre uno standard minimo di diritti per i lavoratori alle autorità del Qatar», ha detto il segretario generale della Ituc Sharan Burrow.
Il Qatar è stato il grande istigatore di rivoluzioni in casa altrui, attraverso la sua emittente al-Jazeera, e anche gli Emirati Arabi Uniti gli hanno tenuto solo un po’ più discretamente bordone, attraverso la loro al-Arabiya. Ma entrambi in casa loro razzolano in modo ben diverso da queste prediche, solo adesso gli emiri stanno iniziando cautamente a concedere un po’ di diritti politici ai cittadini, e le condizioni sono quasi di schiavitù per i lavoratori immigrati, che in entrambi i Paesi costituiscono la grandissima maggioranza della popolazione: il 70% negli Emirati Arabi Uniti; e addirittura il 94% della forza lavoro in Qatar, che sta facendo affluire nepalesi in grandi quantità. Per essere in regola con le esigenze del mondiale bisogna infatti ancora realizzare 12 stadi, 70.000 posti letto, strade e ferrovie, e secondo alcuni calcoli ci vorrebbero almeno un altro milione di lavoratori per riuscire a fare in tempo. Già venire dall’Himalaya per lavorare a 40-50 gradi non sarebbe una cosa piacevole, se in Nepal non fosse uno dei Paesi più poveri della Terra. Il fatto però è che, temperature a parte, l’emirato era completamente sprovvisto delle infrastrutture sportive necessarie a ospitare un evento del genere, e il dubbio dell’Ituc è che il governo si sia preso l’impegno proprio con l’idea che sarebbe ricorso a questo tipo di schiavismo di fatto per rientrare nei tempi e nei costi.
A parte le paghe basse, i diritti sindacali sono minimi, con una sola organizzazione sotto controllo governativo tanto stretto che perfino per scioperare bisogna chiedere un apposito permesso al Ministero del Lavoro. Ma tanto a gran parte delle categorie lavorative è vietato anche questo diritto teorico, dai lavoratori domestici a quelli del petrolio. E ai non cittadini è vietato perfino entrare nei sindacati: per questo 90 muratori nepalesi che avevano provato a scioperare perché l’impresa non aveva dato loro il 10% di aumenti promesso sono stati arrestati e espulsi. Comunque, perfino quei diritti scarsissimi concessi dalle leggi non sono rispettati dai datori di lavoro, in particolare con la pratica illegale di trattenere i passaporti. Nell’arabo di Qatar e Emirati Arabi Uniti è nata addirittura la parola khalliballi, “senza status”, per indicare gli stranieri che alla fine scappano via senza recuperare il passaporto e si trovano così in un limbo legale. La mancanza di soldi, infatti, impedisce loro di tornare a casa. Una delle storie raccolte dal rapporto parla di un indiano che era venuto a Dubai dall’India pagando 1000 dollari, con la promessa di riceverne 270 al mese. Invece ne ricevette all’inizio 109, e poi smisero di pagarlo del tutto, ma senza ridargli i documenti. E lui è bloccato con due figli a casa che gli chiedono perché non manda più soldi.
Alcuni immigrati dicono peraltro che gli abusi non dipendono dai qatarini, che come tutti i ricconi non avrebbero troppi problemi a spendere e spandere in stipendi. Piuttosto, ci sarebbe una cricca di avidi intermediari soprattutto palestinesi che incassa per poi redistribuire solo le briciole. Cosa ha da dire Al-Jazeera su questa situazione? Secondo l’Ituc, anzi vi contribuirebbe. In particolare con le dimissioni di cinque giornaliste, che erano state sottoposte a pressioni perché accusate di vestirsi in modo “troppo provocante”.

Maurizio Stefanini