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 2011  novembre 20 Domenica calendario

LA DOMANDA

ancora in parte inevasa riguarda Mario Monti: chi è veramente? Qual è la sua formazione culturale e la sua concezione politica? E che cosa rappresenta il suo governo di tecnici nella storia italiana?

Le risposte finora fornite da chi lo conosce e da chi ne ha seguito il percorso di studioso, di rettore della Bocconi, di commissario alla Commissione dell’Unione europea e infine di neo-premier, lo definiscono un liberale cattolico; forse - azzardano alcuni - un liberale radical-moderato, dove la parola radicale sta a significare che la sua moderazione non inclina tanto al compromesso ma piuttosto all’intransigenza. Un moderato intransigente, coi tempi che corrono, rappresenta una felice anomalia quanto mai necessaria per raddrizzare l’Italia del post-berlusconismo.

Raddrizzare mi sembra un termine più adatto di ricucire perché non c’è molto da ricucire, non ci sono due lembi di stoffa da mettere insieme: ne verrebbe fuori un mantello da Arlecchino. Da raddrizzare invece c’è un Paese intero, da rimettere in piedi, da ricollocare nel rango che gli spetta, da ridargli fiducia nelle istituzioni ripulendole dalle brutture che ne hanno deformato il funzionamento.
Queste risposte sono appropriate al personaggio, ma non ci dicono ancora come si collochino, lui e il suo governo, nella storia d’Italia, chi siano i punti di riferimento e i personaggi che possono esser considerati i predecessori ed è su questo aspetto che desidero ora soffermarmi.

Credo che il primo riferimento risalga a quella
che fu chiamata la Destra storica, che guidò la costruzione dello Stato unitario dopo Cavour governandolo dal 1861 al 1876 e avendo come primi obiettivi il sistema fiscale, il pareggio del bilancio e l’unità monetaria di cinque diversi Stati.

I personaggi che illustrarono quei primi quindici anni della nostra storia nazionale furono Marco Minghetti, Quintino Sella, Silvio Spaventa, Francesco De Sanctis.

Alcuni di loro erano cattolici, altri no, ma tutti erano laici perché costruivano uno Stato laico, orgogliosi difensori della sua autonomia di fronte ad una Chiesa che ne contestava la legalità e durò per mezzo secolo in quell’atteggiamento.

Quest’aspetto sembra ormai superato e noi ci auguriamo che lo sia, ma è anche vero che la Chiesa è tuttora tentata da un temporalismo non più territoriale ma politico, non meno pericoloso del precedente.
Su questa questione dovremo tornare. Per ora limitiamoci a constatare che i temi della costruzione fiscale, del pareggio del bilancio e della moneta sono attuali oggi quanto allora e sono in parte nazionali, in parte europei.
Monti lo sa perfettamente e, proprio per questo, ha rivendicato che il direttorio franco-tedesco sull’Europa abbia come terzo partecipante anche l’Italia con l’obiettivo d’un governo federale europeo, una Banca centrale a pieno titolo, un fisco comune e un debito sovrano europeo.

Da questo punto di vista - a distanza di 150 anni - la Destra di Minghetti, Sella e Spaventa rappresenta un perfetto riferimento all’opera che si propongono Mario Monti e il suo governo. De Sanctis no: fu di fatto l’artefice della cultura italiana ed ho qualche dubbio che gli ottimi professori Ornaghi e Profumo possono fare altrettanto. Anche se è vero che De Sanctis fu per breve tempo ministro dell’Istruzione, la cultura italiana la formò scrivendone la Storia della letteratura, i Saggi critici e le monografie su Manzoni, Leopardi, Mazzini, Machiavelli. Erano altri tempi. Allora non c’erano i giornali a grande tiratura, la radio, la televisione e Internet; l’80 per cento della popolazione era analfabeta e il popolo sovrano, selezionato per grado di istruzione, si limitava agli uomini e rappresentava il 2 per cento della popolazione.


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Un altro precedente storico, assai più recente e di minore rilievo ma anch’esso molto appropriato alla situazione politica attuale, è quello del terzo governo Fanfani che si formò nel 1960 sulle ceneri del governo Tambroni, sconfitto dalla piazza dopo la repressione sanguinosa dei moti di Genova e di Reggio Emilia. La Dc, di cui Tambroni era uno degli esponenti di origine gronchiana, dopo la sua virata repressiva ne chiese le dimissioni. Il segretario della Dc era allora Aldo Moro, che promosse un governo monocolore democristiano, con dentro i maggiori esponenti del partito: Andreotti, Taviani, Scelba, Colombo, Piccioni, Segni, Sullo. E negoziò con i socialisti e con i cosiddetti partiti minori (socialdemocratici, repubblicani, liberali) l’appoggio parlamentare al monocolore dc.

Era la prima volta, dopo la rottura degasperiana con la sinistra nel 1947, che i socialisti entravano a far parte della maggioranza. Avevano rotto il patto d’unità d’azione con il Pci ma i legami d’amicizia politica erano ancora in piedi. "Non ci saranno nemici a sinistra" aveva detto Nenni, ma la novità del suo ingresso aprendo la strada al centrosinistra e a riforme organiche che gran parte della Dc e dei partitini non volevano affatto, avevano aperto un acceso dibattito. Moro si era speso come non mai per tranquillizzare il suo partito ed aprire ai socialisti, ma anche Nenni aveva molto faticato per tenere insieme i suoi.

Il risultato fu il governo delle "convergenze parallele", come Moro stesso lo definì con una felice innovazione lessicale oltreché geometrica. Un governo di tregua e di decantazione, cui seguì dopo due anni un governo da lui stesso presieduto che inaugurò con la nazionalizzazione dell’industria elettrica la lunga (e non sempre proficua) stagione del centrosinistra.

Mario Monti ha definito il suo come il governo dell’impegno nazionale. Ben detto per indicare la natura dell’esecutivo, ma per descrivere l’attuale situazione parlamentare mi sembra che il modo più appropriato sia quello che usò Moro per il monocolore fanfaniano: convergenze parallele. Le parallele non si incontrano per definizione, ma possono otticamente convergere e questo è quanto per ora, con buona pace di Bossi, Scilipoti, Santanché e Alessandra Mussolini.

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Ma esiste un terzo precedente, ancor più recente (1980) e ancora più appropriato rispetto al governo attuale. Porta il nome di Bruno Visentini e merita un’attenta analisi.

Penso sia inutile illustrare qui la figura culturale e politica di Visentini. Ricordo soltanto che militò nel Partito d’Azione e poi nel Partito repubblicano del quale fu uno dei principali esponenti accanto a Ugo La Malfa.
Allievo di Ezio Vanoni, fu per due volte al ministero delle Finanze rinnovandone la struttura amministrativa e riformando profondamente il sistema fiscale.

Contemporaneamente si batteva per la riforma delle società per azioni e per una legge antitrust che allora in Italia non esisteva.

Nel 1980 - e questo è il punto - sollevò il problema del governo istituzionale, non già come un’ipotesi da attuare in tempi di emergenza, ma come la soluzione permanente in linea con la Costituzione. Un governo nominato dal presidente della Repubblica e non negoziato con le segreterie dei partiti, come la cosiddetta Costituzione materiale della Prima Repubblica praticava, ma nominato dal capo dello Stato e ovviamente fiduciato dal Parlamento.

I partiti, nell’idea di Visentini, dovevano essere lo strumento di raccolta del consenso popolare sulla base delle loro rispettive concezioni del bene comune. Il governo istituzionale doveva trasformare la concezione del bene comune della maggioranza parlamentare in provvedimenti legislativi e amministrativi sotto il controllo del Parlamento. Questa fu la proposta di Visentini, che sosteneva anche lo Stato di diritto come la premessa necessaria della democrazia parlamentare.

Il nostro giornale appoggiò pienamente la proposta di Visentini e aprì un ampio dibattito che naturalmente vide quasi tutti i partiti - compreso quello repubblicano - contrari a quel ritorno alla Costituzione auspicato da Visentini. Il solo "sì" - con alcuni "ma" - venne dal Partito comunista allora guidato da Longo e da Berlinguer.
Quello che desidero segnalare è che il governo Monti, voluto e seguito passo passo da Giorgio Napolitano, realizza a distanza di trent’anni l’idea-guida di Bruno Visentini che - lo ripeto - lo vedeva non come una situazione emergenziale ma come l’organizzazione ottimale dello Stato di diritto e della democrazia parlamentare.

Dedico queste riflessioni a quanti continuano a piangere sulla sospensione anzi sulla confisca della democrazia effettuata dal governo dei tecnici.